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Passi avanti dell’Italia nella corsa agli Open Data

di    -    Pubblicato il 21/03/2012                 
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URBINO – Gli Open Data conquistano il mondo e l’Italia non ha intenzione di essere seconda a nessuno: si moltiplicano le iniziative nel nostro Paese per avvicinare l’amministrazione pubblica ai cittadini. Una policy di trasparenza che apre le porte dei palazzi: con un click è possibile trovare gli stipendi dei dipendenti pubblici, le proposte di legge, ma anche le assenze in parlamento o fare addirittura il calcolo dei requisiti necessari per andare in pensione.

DA GREZZO A OPEN
Per far diventare ‘aperto’ un dato grezzo serve la possibilità legale e tecnica che ne sia permesso al riuso. Dal punto di vista tecnico un dato non è open quando per ottenerlo dobbiamo fare mille telefonate a dieci amministrazioni diverse, e non quando, grazie ad un sistema di aggregazione e ricerca, un facile click ci porta a lui.

Dal punto di vista legale esistono vari tipi di licenze per rendere queste informazioni accessibili liberamente: Creative Commons, Copyleft, Open Data Commons License, etc. In Italia il Formez, il centro studi e formazione per l’ammodernamento delle Pubbliche amministrazioni, ha creato la Iodl, Italian Open Data License, con lo scopo di promuovere la liberazione dei dati delle Pa italiane.

L’UTILIZZO
Non solo trasparenza e stimolo per un processo democratico più partecipativo: il campo di utilizzo degli open data è molto ampio. Neelie Kroes, Commissaria europea per l’Agenda Digitale, li definisce come “il carburante per la futura economia” perché stimolano “la creazione di grandi contenuti web”.

Per il giornalismo i dati non sono certo una novità, ma la loro progressiva apertura sta contribuendo alla forte diffusione del data journalism: un giornalismo che parte dai dati per arrivare alla notizia. Non solo numeri secondo Simon Rogers, direttore di Datablog, il blog del Guardian dedicato a questo tipo di produzioni, ma anche storie e soprattutto molta fatica: “80% sudore, 10% grandi idee e 10% risultati”, il bravo giornalista deve essere in grado di “fare da ponte tra i dati e le persone che vogliono capire di cosa si sta davvero parlando”.

LE NOVITÀ
Marzo sembra essere il mese open, negli ultimi giorni le iniziative da parte delle istituzioni si stanno moltiplicando. Il Comune di Firenze ha annunciato con un tweet un’estensione del proprio portale opendata.comune.fi.it: un nuovo dataset dedicato tutto ai musei, dove con un colpo di mouse si potranno scoprire quanti sono, dove sono e soprattutto quando sono aperti.

Il 16 marzo il Ministero dell’Istruzione ha lanciato una banca dati che aggrega informazioni su strutture, personale e alunni. Ma è solo il primo passo per il dicastero di Francesco Profumo che vorrebbe far diventare il Miur un esempio di trasparenza.

Di nuovo marzo, questa volta il 10, e in Basilicata arriva una proposta di legge che ribadisce un concetto fondamentale per il mondo open: il diritto di accesso alle informazioni prodotte dalla pubblica amministrazione, sulla base del principio del Freedom of Information Act (Foia).

Ci aveva provato anche Pietro Ichino ai tempi della legge Brunetta sulla semplificazione e digitalizzazione delle Pa, ma successivi emendamenti avevano cercato di smussare la forza del provvedimento.

L’ITALIA
Gli Open Data non nascono all’interno della pubblica amministrazione. Uno dei primi progetti è OpenStreetMap, targato wiki, ed è la creazione di uno stradario mondiale costruito grazie al contributo volontario di collaboratori che lo rendono continuamente modificabile e fruibile.

Il passo avanti a livello governativo lo fa il ministro Renato Brunetta che il 18 ottobre 2011 lancia dati.gov.it che oltre a spiegare cosa sono (e a cosa servono) gli Open Data, aggrega e segnala le iniziative a livello istituzionale in materia: dall’Inps al portale dedicato ad Udine.

Nonostante questa iniziativa manca ancora una norma: l’Italia ha recepito la normativa europea del 2003, ma non ha ancora approvato la legge che la traduce in pratica. Il governo Monti si è messo a lavoro. Il presidente del Consiglio ha fatto capire che quella sulla digitalizzazione della pubblica amministrazione sarebbe stata una priorità del suo governo, tanto da parlare, già nel discorso di insediamento al Senato di “necessità di operare per raggiungere gli obiettivi fissati in sede europea”.

Era il 17 novembre e poco più di due mesi dopo, il 27 gennaio, si è arrivati al Decreto Semplificazioni (pdf), tra un articolo sugli appalti pubblici e uno sugli impianti termici all’articolo 47 appare “l’obiettivo prioritario della modernizzazione dei rapporti tra pubblica amministrazione, cittadini e imprese”. Primo passo l’istituzione di una cabina di regia formata da cinque ministri (Sviluppo economico, Pubblica amministrazione e semplificazione, Coesione territoriale, Istruzione, Economia ) che dovrà coordinare gli interventi degli enti locali. La prima riunione c’è stata il 9 febbraio, all’ordine del giorno proprio gli Open Data.

L’EUROPA
E’ proprio da Bruxelles che arriva la necessità di trasformare buone prassi di trasparenza in leggi. La prima norma (pdf) comunitaria risale al 2003, ma il dibattito non si è mai fermato.

C’è infatti una proposta (pdf) che intende estendere il campo di applicazione della direttiva. Quello degli Open Data è solamente uno degli aspetti della rigida agenda digitale che si è data l’Unione Europea: è possibile vedere il progresso degli obiettivi grazie ad un grafico presente sul portale della Commissione.

IL PIEMONTE
Se il governo nazionale si muove ancora lentamente arrivano spinte importanti da parte delle istituzioni locali. Sul podio c’è sicuramente il Piemonte, unica regione ad aver approvato una legge dedicata esclusivamente alla regolamentazione della trasparenza con gli Open Data. Era il maggio 2010 quando è nato dati.piemonte.it e non ha mai smesso di crescere. Non solo delibere e norme, ma anche stradari e censimenti. Con un click si possono scoprire quanti sono gli uomini di Fossano e le palestre comunali di Verbania.


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NORME E PRASSI
A seguire l’esempio del Piemonte ci sono solo sette regioni, ma questo non significa che le altre dodici abbiano deciso di lasciare all’oscuro i loro cittadini. Sul sito di ogni ente è possibile fare ricerche sulle leggi approvate e in discussione, in molti casi, tra cui Liguria e Valle D’Aosta, si può anche assistere in alle riunioni del consiglio. Il Veneto e l’Emilia Romagna hanno anche costruito un portale sul modello piemontese, nonostante nessun gruppo si sia mosso per proporre una legge.

Per quanto riguarda le norme attualmente in discussione se si dà uno sguardo ai firmatari ci si accorge presto che gli Open Data non hanno un colore politico: dall’Italia dei Valori (in Umbria) al Popolo della Libertà (in Basilicata) ognuno presenta la sua mossa e c’è anche chi si trova a collaborare: la legge approvata in Piemonte porta in calce le sigle di due partiti che vengono accostati molto raramente: Partito Democratico (con Roberto Placido) e Lega Nord (con Roberto de Magistris). Nel Lazio invece i radicali si sono sdoppiati e di proposte ne hanno presentate addirittura due.

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