Quello che c’è sotto la polvere: gli italiani dimenticano le biblioteche

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Nel 1966 le sale cinematografiche europee proiettavano il film di François Truffaut, ispirato dal romanzo di Ray Bradbury, Fahrenheit 451. Pompieri vestiti di nero, invece di spegnere incendi, appiccavano fuochi. Al rogo i libri. Qualsiasi libro. Non doveva rimanerne neanche uno sulla faccia della terra. Era fantascienza, allora. Oggi, però, forse quelle immagini non susciterebbero più la stessa reazione indignata in un'Italia che, inconsapevolmente o meno, si macchia di libricidio ogni giorno.

Nessun lanciafiamme, sia chiaro. Né retate nelle case dei cittadini bibliofili disobbedienti. Nel 2014 i libri muoiono poggiati sugli scaffali delle biblioteche nel disinteresse generale, tra un taglio al bilancio e una riduzione dell’orario d’apertura. E con loro muoiono la cultura e la memoria di un Paese.

Finanziamenti alla cultura e alla tutela del libro tagliati del 9,4%  nel bilancio di previsione del Ministero per i Beni e le Attività culturali per il periodo 2012-2015, 339 biblioteche di pubblica lettura gestite da enti locali chiuse nel 2012, scarsissime e disorganiche attività di promozione della lettura e del libro a livello nazionale. La cultura ridotta al lumicino.

Secondo l’Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane, meglio conosciuto come Iccu, sono 17.318 le biblioteche disseminate nel nostro Paese. Non tutte sono uguali, chiaramente. Oltre alle due nazionali centrali di Firenze e Roma, sono 46 gli istituti gestiti direttamente dallo Stato, attraverso il ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo. Le altre appartengono alle università, agli enti territoriali – comuni e province – e agli organi ecclesiastici. Luoghi che custodiscono un patrimonio librario enorme ma che rischiano di rimanere edifici più o meno storici davanti ai quali si passa senza il minimo interesse o la minima curiosità.

Il rischio chiusura per queste istituzioni è sempre dietro l’angolo. E non perché siano strutture ormai anacronistiche – nell’era degli e-book e di Internet serviranno ancora? – ma perché vittime di una congiuntura sfavorevole: una crisi economica che negli ultimi anni ha ridotto drasticamente i fondi a disposizione; la scomparsa della figura professionale del bibliotecario, sempre più spesso sostituita da figure di ripiego variamente qualificate; una diffusa mancanza di sensibilità nei confronti del ruolo e dell’incidenza che questi istituti hanno sui territori in cui operano. Perché se di libri si parla, non si tratta solo di pagine ingiallite e impolverate. Ma di mezzi di aggregazione e integrazione, crescita e sviluppo.

Partiamo dal problema dei finanziamenti. Le quote a disposizione degli istituti culturali italiani si sono notevolmente contratte negli ultimi anni di recessione. E le previsioni per il futuro immediato non sono rosee. Nel bilancio di previsione del MiBac, pubblicato in Gazzetta ufficiale a fine 2012, la somma messa a disposizione per la voce “Tutela dei beni librari, promozione e sostegno del libro e dell’editoria” era di 121.228.914 euro, destinata a calare nel 2014 e nel 2015 fino ad arrivare a 109.796.690.

Come si traduce concretamente questa riduzione dei finanziamenti? Con la soppressione del prestito bibliotecario durante il pomeriggio e con la riduzione dei servizi per gli utenti, per esempio. È il caso della Biblioteca Nazionale di Castro Pretorio a Roma, che ha visto una contrazione del bilancio del 60% dal 2013 al 2014 (e anche dei dipendenti: dell’organico teorico composto da 398 impiegati, sono effettivamente in servizio solo 213). “Le biblioteche non comprano più libri – spiega Stefano Parise, presidente dell’Aib, l’Associazione biblioteche italiane – la Nazionale di Roma, non avendo fondi a sufficienza per i nuovi acquisti, si limita a ricevere le pubblicazioni che arrivano in base alla legge per il deposito legale. Questi libri, però, per essere fruibili dagli utenti, devono essere catalogati. Cosa che non avviene. Ma se anche il deposito legale fosse un espediente per ottemperare a un problema attuale rimarrebbero fuori dai giochi le pubblicazioni straniere che riguardano l’Italia, fondamentali per la storia del Paese”.

E se le biblioteche del MiBac sono in agonia, le cose stanno anche peggio per quelle gestite da regione, province e comuni. Secondo il Titolo V della Costituzione sono infatti le regioni a dover legiferare in materia culturale. Da una parte ci sono, senza dubbio, regioni come l’Emilia-Romagna, la Lombardia, e la Toscana che sono molto attente ai luoghi di cultura e aggregazione, e che se non investono, quanto meno salvaguardano il patrimonio che detengono. Ma la situazione peggiora scendendo giù lungo la penisola. E sono sempre i numeri a parlare. Secondo dati Istat, nel 2012 erano 6.318 le biblioteche nel Nord Italia. Una cifra che da sola supera il totale del Centro e del Meridione, con rispettivamente 2.726 e 3.669 strutture bibliotecarie. E raddoppiate sono anche le spese di gestione di queste istituzioni che offrono l’immagine di un Paese diviso a metà: nel 2011 nelle regioni italiane settentrionali sono stati utilizzati 6.312.205 euro per la gestione delle biblioteche a fronte di poco meno di quattro milioni nel Mezzogiorno.

“Tra il 2012 e il 2013 c’è stato un taglio del 70% dei finanziamenti dell’assessorato ai beni culturali della regione – racconta Francesco Vergara, direttore della Biblioteca Regionale Siciliana Alberto Bombace – e per il 2014 è previsto un ulteriore taglio per quattro milioni di euro. Finanziamenti che verranno decurtati in proporzione anche per una biblioteca che non è solo organo della Regione ma anche e soprattutto di cinque milioni di siciliani”.

E proprio in Sicilia la situazione delle biblioteche di pubblica lettura rappresenta un tasto dolente. Basti pensare che questa è una delle poche regioni in Italia a non avere ancora legiferato in materia.

“Al momento la Regionale siciliana – continua Vergara – non è in grado neanche di soddisfare le disposizioni di legge, ovvero acquistare nuovi volumi e aggiornare il patrimonio. Da due anni non riusciamo neanche a comprare il più banale quotidiano. Si sta lentamente e tacitamente trasformando da biblioteca di pubblica lettura generalista in biblioteca di conservazione. Ma la mancanza di fondi incide anche sul funzionamento generale dell’edificio. Come si pagano luce e riscaldamento? La gente sta in sala lettura con il cappotto. Abbiamo provato a risparmiare eliminando il sabato come giorno di apertura ma è solo un espediente momentaneo”.

Le ferite mortali al sistema bibliotecario non vengono inferte soltanto dalla crisi economica. A incidere sull’efficacia del funzionamento di queste realtà è la tipologia e la qualità del personale impiegato. “Il problema delle biblioteche italiane – spiega Parise – non è solo di bilancio ma anche di personale. Nelle 46 statali dai 3.000 dipendenti dell’inizio del 2000 siamo passati ai meno di 2.000 attuali. E di questi non tutti sono bibliotecari. L’ultimo concorso risale a più di trent’anni fa. Non c’è ricambio”.

I bibliotecari più anziani vanno in pensione e a sostituirli non c’è nessuno, se non qualche volontario. “Bisognerebbe investire – continua Parise – sui professionisti della mediazione informativa come in Europa. Bisogna che ci siano persone qualificate, non volontari, dipendenti comunali, professori in pensione messi lì a svolgere un lavoro che non è solo la consegna di un libro nelle mani di un ragazzo. Che razza di qualità vogliamo esprimere? Questa è una sottovalutazione ed è specchio del valore che la nostra società attribuisce alle biblioteche. Così saremo sempre periferia del mondo”.

Stessa situazione che si riscontra nella realtà siciliana. I dipendenti della Alberto Bombace sono 180: un centinaio sono regionali, cui spettano compiti direttivi; circa 50 sono assunti da una società partecipata e sono collaboratori a vario titolo; infine una trentina sono precari ex-Pip (Piani di inserimento professionale) del comune di Palermo. “Sono molto utili nell’economia e nella gestione della biblioteca – spiega Vergara – ma non sono qualificati. Si stanno formando qui. La contrazione del numero dei dipendenti deriva dai pensionamenti e dalla mancanza di concorsi. I nuovi arrivi riguardano solo gli ex-Pip, gente che comunque non ha studiato per fare questo mestiere”.

“Il numero dei bibliotecari in servizio – dice Parise – è inferiore alle necessità. Gli enti ripiegano inviando in biblioteca persone senza formazione specifica. Questo impoverisce e depotenzia il sistema. Nessun direttore sanitario metterebbe al pronto soccorso persone che non siano medici o infermieri. Perché dovrebbe essere così per le biblioteche? Solo perché si ritiene non si debba fare altro che distribuire i libri?”. Alla radice di molte delle difficoltà che le realtà bibliotecarie italiane vivono c’è, secondo Parise, un paese molto poco attento al ruolo e alla funzione degli istituti culturali. Le cose peggiorano, infatti, a mano a mano che lo sguardo si parcellizza.

Se per le biblioteche statali si tenta in qualsiasi modo di scongiurare la chiusura effettiva, diverso è lo scenario per le 6.840 biblioteche gestite dagli enti territoriali. Piccole strutture di importanza vitale nei luoghi in cui sorgono. Non solo spazi di lettura e di approfondimento – in un’Italia che legge sempre meno – ma anche zone di aggregazione e conoscenza, mezzi di costruzione di legami con il territorio, luoghi in cui si sviluppano e consolidano identità.

Pende su queste realtà la tagliola della più volte ventilata soppressione delle province e della ridefinizione dei loro poteri. Ma non solo.

“Le biblioteche pubbliche – spiega Parise – sono di servizio, di prossimità al cittadino. Questo tipo di biblioteche sono fondamentali nella vita di una città, di un quartiere, di un Comune. Sono luoghi in cui si socializza la conoscenza. In un paese come il nostro con livelli di alfabetizzazione molto deficitaria servirebbe una rete molto strutturata di biblioteche pubbliche. Ci sono regioni che hanno investito molto dagli anni ’70. Basti pensare a Emilia Romagna, Lombardia, Toscana. Nel centro-sud però la situazione è diversa. Le biblioteche lì sono sgarrupate, posizionate in un locale di risulta o in edifici storici, spazi inadeguati che non invogliano il cittadino ad andare”.

E così basta un soffitto che rischia di cedere, una tubatura rotta, una crepa sul muro per far propendere per la chiusura. Dall’oggi al domani si abbassano le serrande, si spegne la luce e i libri rimangono impilati uno sull’altro sulle scaffalature a prendere polvere in attesa che l’amministrazione locale o chi per essa stabilisca una riapertura. Ma nel frattempo possono passare anni.

E la chiusura può essere definitiva se la biblioteca non viene sentita come una vena fondamentale del tessuto della città in cui si trova. “Ma cosa può fregare agli abitanti del mio quartiere se la biblioteca è chiusa da anni? – dice Fabiana Romano, una cittadina di Fontanelle, frazione di Agrigento – con la delinquenza che c’è in quel quartiere, con l’isolamento dovuto a strade che non funzionano, con tutti i problemi che ci sono, pensa che la gente possa crucciarsi per una biblioteca?”.

“I cittadini sono i nostri migliori alleati – dice il direttore dell’Aib – si fanno sentire di più, reclamano servizi e si battono, ma solo se frequentano una biblioteca proattiva. Si muovo anche se si paventa soltanto la riduzione dell’orario di apertura. Ma prima, però, devono aver provato un’esperienza di questo tipo positiva”.

E infatti gli italiani, a dispetto dei dati sulla lettura, quando si tratta di chiudere una biblioteca alzano la voce. Spesso sono i social network a fare da cassa di risonanza. È stato il caso della Biblioteca Fardelliana di Trapani che ancora adesso rischia la chiusura per mancanza di fondi. Su Instagram i giovani utenti hanno pubblicato le loro foto con l’hashtag #MensSanaInFardelliana e hanno organizzato incontri, dibattiti e open day per richiamare l’attenzione su questa istituzione. Stessa cosa per la Biblioteca Fabrizio Giovenale di Roma. Anche in questo caso sono stati i giovani universitari che la frequentano a richiamare l’attenzione dell’amministrazione locale per evitare che venisse meno un centro di aggregazione e di studio unico nel quartiere di Casal de’ Pazzi.

Ci sono poi gruppi di cittadini che la biblioteca la vogliono anche dove non c’è. E così nascono realtà come “Moby Dick, la biblioteca che verrà”, in fase di allestimento all’interno dell’ex Mobilificio Proietti a Garbatella, a Roma, o la biblioteca comunale di San Giuseppe Jato, in provincia di Palermo, i cui libri da tempo stavano accatastati in un capannone. Adesso, però, è prossima a vedere la luce in nuovi locali grazie ai ragazzi di Libera.

“Dobbiamo chiederci quali servizi e quali funzioni le biblioteche dovranno avere da qui a 15, 20 anni – conclude Parise – e dobbiamo capire che la biblioteca è una responsabilità collettiva, non solo un luogo di conservazione. Le biblioteche devono essere sentite come infrastrutture di accesso alla conoscenza per tutto il Paese. Devono essere una priorità dell’Italia perché sono spazi di integrazione sociale, di promozione alla lettura, di digitalizzazione. Bisogna fare un salto culturale, oggi questa consapevolezza non c’è”.

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Un salto culturale che, forse, sta tutto nella battuta che Montag, protagonista del film di Truffaut rivolge alla moglie Linda:

“Tu passi tutta la tua giornata davanti alla tua famiglia del televisore. Questi libri sono la mia famiglia. Dietro ognuno di questi libri c’è un uomo. È questo che mi interessa”.

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