il Ducato » carta stampata http://ifg.uniurb.it testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino Mon, 01 Jun 2015 01:40:19 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.1.5 testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato no testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato » carta stampata http://ifg.uniurb.it/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://ifg.uniurb.it Tedeschini Lalli: “Il giornalismo è digitale. Ha bisogno di integrazione di cervelli” http://ifg.uniurb.it/2015/04/24/ducato-online/tedeschini-lalli-il-giornalismo-e-digitale-ha-bisogno-di-integrazione-di-cervelli/72039/ http://ifg.uniurb.it/2015/04/24/ducato-online/tedeschini-lalli-il-giornalismo-e-digitale-ha-bisogno-di-integrazione-di-cervelli/72039/#comments Fri, 24 Apr 2015 20:25:12 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=72039 L’Espresso sull'integrazione delle redazioni giornalistiche e sul futuro della carta stampata: "Questione di costi e ricavi. Non si tratta di 'se' ma di 'quando'". "Le aziende editoriali dovrebbero iniziare a pensare se stesse in termini di piattaforma"]]> Mario Tedeschini Lalli, giornalista dell'Espresso

Mario Tedeschini Lalli, giornalista dell’Espresso

URBINO – Parola d’ordine: integrazione. Di strumenti? Di mezzi comunicativi? Non solo. Integrazione di cervelli. Mario Tedeschini Lalli, vice responsabile innovazione e sviluppo del Gruppo Editoriale L’Espresso e docente di Giornalismo digitale all’Ifg di Urbino, ha parlato a margine del panel “Dov’è la cultura oggi” dedicato all’universo del web. Tanti i temi trattati: dal futuro della carta stampata al ruolo del giornalista come “curator” nell’universo digitale.

Dopo l’incontro dedicato alla carta stampata siamo passati al web. Come sono strutturate oggi le redazioni? C’è integrazione tra i diversi mezzi comunicativi?
“Nelle grandi testate non c’è molta integrazione, o comunque ce n’è poca. La parola d’ordine “integrazione” è quasi vecchia ormai, essendo entrata in voga nel 2005-2006. Il problema adesso non è integrare la carta col web o la televisione col web. Il vero problema è di immaginare di integrare i cervelli, immaginare una produzione giornalistica che sia digitale nella testa e che quindi produca materiali digitali fruibili in tutte le diverse forme. I grandi e piccoli giornali internazionali hanno una piccola squadra che si occupa del giornale di carta, come uno dei tanti prodotti. C’è un’unica redazione che si occupa dei contenuti giornalistici di quella testata, poi i diversi gruppi di lavoro adattano quel dato contenuto nelle diverse forme editoriali. Ciò accade, ad esempio, nel Financial Times dove ci sono dieci giornalisti che prendono parte dei materiali e li confezionano in maniera adeguata per il prodotto cartaceo”.

Secondo lei la carta stampata rappresenta un utilizzo di risorse umane ed economiche eccessivo? Che futuro vede per questo prodotto?
“Beh, non sta a noi decidere se tenere o no in vita il prodotto cartaceo. Basta guardare i numeri: i grandi giornali italiani che all’inizio degli anni ’90 vendevano 600/700 mila copie adesso si trovano a venderne poco più di 200mila. Ci sarà un momento in cui la curva dei ricavi incrocerà quella dei costi e il prodotto non sarà più sostenibile. Non è un se, è una questione di quando. Tuttavia resta uno strumento di ricavo forte e va curato, fatto funzionare e tenuto in forze. Ma, come ho già detto in precedenza, quello cartaceo è soltanto uno dei prodotti che la testata produce. È evidente che, in una redazione dagli esteri, i corrispondenti della testata produrranno un prodotto giornalistico completo, da tradurre poi anche per le pagine del giornale. Fino a che non si arriva ad un’idea di questo genere credo che soffriremo. Ritardiamo il momento nel quale redazione e giornalisti prendono coscienza del fatto che tutto il loro materiale è in realtà già materiale digitale”.

Nel suo intervento ha detto chiaramente che il giornalista culturale, in quanto declinazione di quello digitale, deve essere un “curator”. Quali strumenti deve avere il giornalista per svolgere a pieno il suo ruolo?
“Tutti i giornalisti, tutti i giornali da quando il giornalismo è giornalismo, ovvero dal 1830, hanno svolto questa funzione: riferire ed indicare ciò che altri scrivevano o raccontavano. Il giornalista non solo informa correttamente, ma orienta il cittadino tra i molti flussi informativi che ha di fronte. È una funzione storica. Vi è ancora di più nell’universo digitale, dove tutto ciò è ancora più complesso. Quindi è fondamentale indicare dei percorsi di conoscenza diversi: che si tratti di un semplice link fino ad arrivare a percorsi ben più complessi, che servano a mettere insieme temi complessi in maniera ragionata, oppure far riemergere argomenti vecchi in una chiave attuale”.

Quale potrebbe essere un esempio positivo di giornalismo culturale applicato al web?
“Un esempio eccellente è senz’altro l’esperimento culturale di Maria Popova che con il sito Brain Pickings è riuscita a combinare argomenti e temi diversi, anche da diverse discipline, connettendoli insieme e creando nuove idee fruibili alla massa”.

Dopo il keynote speech di Andy Mitchell al Festival internazionale di Perugia si è sviluppato nuovamente il dibattito sulla reale possibilità di un’alleanza tra Facebook e gli editori. Lei crede che il social network di Mark Zuckerberg si sia già impossessato del mercato, divenendo così l’editore principe del web
“Si e no. La questione è che Facebook è diventato ormai un sinonimo di internet per molte persone. Se Facebook è Internet, questo comporta tutta una serie di problemi, anche di tipo economico. Ad esempio la monetizzazione del traffico o dei dati (non scordiamoci che Facebook è la più grande banca dati mondiale). Se diventa il luogo ineludibile del passaggio di contenuti (e in parte già lo è) evidentemente questo è da un lato un’occasione, ma anche un problema abbastanza serio. Questo discorso non vale solo per Facebook, ma per tutte le grandi piattaforme. Ecco perché a mio avviso le aziende editoriali, entro certi limiti, dovrebbero iniziare a pensare se stesse in termini di piattaforma e interfacciarsi così con il mercato”.

Per concludere, in una battuta: cosa consiglierebbe a un’aspirante giornalista che si affaccia per la prima volta in questo mondo?
“Fallo, non aspettare che qualcuno ti assuma. Voi potete, io quando avevo 20 anni no. Cominciate a fare i giornalisti, misuratevi, provate. È l’unico modo per riuscirci”.

Foto di Jacopo Salvadori e Anna Saccoccio

Sullo stesso argomento:

]]>
http://ifg.uniurb.it/2015/04/24/ducato-online/tedeschini-lalli-il-giornalismo-e-digitale-ha-bisogno-di-integrazione-di-cervelli/72039/feed/ 0
Tra carta stampata e web – STORIFY http://ifg.uniurb.it/2015/04/24/ducato-online/tra-carta-stampata-e-web-la-seconda-giornata-del-festival-del-giornalismo-culturale/72041/ http://ifg.uniurb.it/2015/04/24/ducato-online/tra-carta-stampata-e-web-la-seconda-giornata-del-festival-del-giornalismo-culturale/72041/#comments Fri, 24 Apr 2015 18:18:54 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=72041 [continua a leggere]]]>

Sullo stesso argomento:

]]>
http://ifg.uniurb.it/2015/04/24/ducato-online/tra-carta-stampata-e-web-la-seconda-giornata-del-festival-del-giornalismo-culturale/72041/feed/ 0
Giornalismo culturale: carta stampata uno status, “ma la cultura è ancora un’eccellenza” http://ifg.uniurb.it/2015/04/24/ducato-online/giornalismo-culturale-carta-stampata-uno-status-ma-la-cultura-e-ancora-uneccellenza/71887/ http://ifg.uniurb.it/2015/04/24/ducato-online/giornalismo-culturale-carta-stampata-uno-status-ma-la-cultura-e-ancora-uneccellenza/71887/#comments Fri, 24 Apr 2015 17:02:11 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=71887 IL PROGRAMMA DEL FESTIVAL - MAGAZINE Il numero speciale del Ducato - STORIFY Il secondo giorno]]> I relatori del Panel "Dov'è la cultura oggi? La carta stampata"

I relatori del Panel “Dov’è la cultura oggi? La carta stampata”

URBINO – La carta stampata sta morendo, ma la cultura è in ottima salute. Almeno quella divulgata da quotidiani e approfondimenti settimanali. Le pagine culturali dei giornali italiani rimangono un’eccellenza quindi, anche se i giornali stanno perdendo numeri.

Per la maggioranza degli intervenuti alla tavola rotonda Dov’è la cultura oggi? La carta stampata, che si è tenuto al teatro Sanzio, tra gli eventi del Festival culturale del giornalismo culturale di Urbino la pagina analogica rappresenta ancora lo scrigno di “contenuti preziosi”, il punto di partenza per arrivare dove un giorno (forse) ci porterà il digitale.

A cominciare da Giulia Cecchelin, ricercatrice dell’Università di Urbino, che ha definito la cultura un argomento adatto al cartaceo perché tratta temi che hanno durata temporale più lunga rispetto, ad esempio, a una proposta di legge che invece interessa per un tempo limitato. Tuttavia ha subito aggiunto che la parola cultura è un termine polisemico, quindi non è così facile definire cosa sia materia culturale e cosa no. Ma non è importante decidere cosa lo sia o meno, ciò che è importante è creare una ‘pagina opera’ che contenga temi che abbiano diritto a esservi trattati, che abbiano dei legami narrativi organici e che siano valorizzati da una firma che dà sempre una certa autorevolezza. Questo perché “i lettori hanno bisogno di argomenti per capire e non di brandelli da interpretare”.

Sull’affollato palco del Sanzio, attorno a Lella Mazzoli, che ha moderato il dibattito, sedevano Annalena Benini (Il Foglio), Emanuele Bevilacqua (Pagina99), Simonetta Fiori (La Repubblica), Luigi Mascheroni (Il Giornale), Armando Massarenti (Il Sole 24 ore), Luca Mastrantonio (Corriere della Sera), Massimiliano Panarari (La Stampa), Leonardo Romei (Isia Urbino), Farian Sabahi (scrittrice e giornalista free lance, specialista Medio Oriente) e  Federico Sarica (Rivista Studio).

Massimiliano Panarari, giornalista della Stampa, ha spiegato come la crisi dei giornali sia in realtà una crisi di status. “C’è stata una fase in cui andare in giro con il giornale sotto braccio – ha detto – era cool, era il simbolo di uno status. Bisogna tornare a quella fase”. Per fare questo è necessaria la ‘spinta gentile’, cioè un intervento pubblico che promuova la lettura per creare un nuovo gruppo di lettori. Ha comunque sottolineato come ci siano ancora giornali che ‘vengono portati sotto braccio’ perché sono giornali ben fatti, che continuano a rappresentare uno status e perché raccolgono intorno a loro delle ‘tribù’ di lettori.

Federico Sarica, direttore di Rivista Studio, ha raccontato la sua esperienza mettendo in evidenza come per lui non  esista più il problema carta stampata/formato digitale, ma “la carta deve essere poca e preziosa. Avrei potuto non fare la versione iPad del mio giornale – ha detto –  perché la carta rappresenta uno status; la carta è cool se hai il giusto giornale sotto braccio”. Per avvalorare la sua tesi ha fatto l’esempio del nuovo giornale Pineapple Magazine, la rivista distribuita da Airbnb. “Quando la gente faceva questa esperienza – ha raccontato –  non portava nessun gadget a casa. Diceva: sai sono stato a casa di tizio ma tolto questo non aveva altro. Allora hanno pensato di distribuire questa rivista; la soluzione l’hanno trovata nella carta; un prodotto cartaceo e di qualità è stata la soluzione”.

Ha continuato dicendo che ciò di cui c’è veramente bisogno è l’integrazione tra carta e digitale perché nella fase attuale “l’integrazione è posticcia; se ne parla ma in realtà non c’è”. Il problema che si è posto però è stato cosa mettere nella sezione culturale di un giornale. “Più che diffondere la cultura – ha detto – dobbiamo raccontare il mondo. Le pagine culturali devono intrattenere, esattamente come le serie tv che adesso piacciono tanto. Non devono diffondere nulla, alla gente non piacciono le serie tv per il messaggio che portano, ma perché intrattengono. Un tema adatto sarebbe quello dei transgender perché da un fenomeno pop si svilupperebbe dibattito culturale vastissimo”.

Anche Annalena Benini, del Foglio, ha sostenuto la tesi di Sarica per cui fondamentale è raccontare il mondo. “La gente ha fame di cultura. Le persone vogliono affezionarsi allo sguardo sul mondo di un autore”. Inoltre ha spiegato come sia indispensabile non cedere alla superficialità della lingua perché il giornale dove intrattenere e divertire ma deve anche avere una forte struttura alle spalle. Anche lo stile diventa sostanza”. Ha ripreso poi il problema dell’integrazione tra web e carta sostenendo la necessità di un formato digitale perché le persone hanno bisogno di leggere articoli che le intrattengono quando sono sulla metro, negli autobus… perciò ha detto: “Non conta il supporto; dobbiamo avvicinare la gente ad argomenti preziosi, a temi culturali”.

Mentre Luca Mastrantonio sente l’esigenza per i giornalisti di “inserirsi nella vita sociale” e per se stesso di “non rimanere orfano del web” nel dibattito è intervenuto anche Luigi Mascheroni, del Giornale, che ha detto che a essere morto non è il giornalismo culturale, ma sono i suoi lettori a essere spariti. “Per ora il giornalismo culturale sulla carta sta benissimo e se morirà lo farà in ottima salute perché la qualità del giornale italiano è altissima. È una grande eccellenza perché queste pagine raccontano il mondo”.  Ha anche lui sostenuto la necessità dell’ online: “Il giornalismo culturale deve sparire per poi rinascere più bello  più forte  di prima ma non sulla carta, ma sul web e in modo totalmente diverso perché per la cultura non c’è integrazione tra carta e online; È inutile tentare questa strada se si cambia solo contenitore”.

Foto di Anna Saccoccio

Sullo stesso argomento:

]]>
http://ifg.uniurb.it/2015/04/24/ducato-online/giornalismo-culturale-carta-stampata-uno-status-ma-la-cultura-e-ancora-uneccellenza/71887/feed/ 0
Terza pagina: c’è qualcuno che la legge? Le opinioni raccolte a Urbino http://ifg.uniurb.it/2015/04/24/ducato-online/terza-pagina-ce-qualcuno-che-la-legge-le-opinioni-raccolte-a-urbino/71787/ http://ifg.uniurb.it/2015/04/24/ducato-online/terza-pagina-ce-qualcuno-che-la-legge-le-opinioni-raccolte-a-urbino/71787/#comments Fri, 24 Apr 2015 10:00:08 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=71787 VIDEO Dal 1901 sulla carta stampata si parla anche di arte e sapere, nella 'terza pagina'. Ma le persone hanno ancora voglia di sfogliare la sezione culturale dei quotidiani? Lo abbiamo chiesto a sei persone in giro per la città]]> URBINO – C’è chi si informa quasi esclusivamente ascoltando la Radio, chi consulta la timeline di Facebook e chi – ancora – acquista il giornale ogni mattina. E poi c’è la Rete, un punto di riferimento quotidiano per tutti. Almeno, per tutti quelli che abbiamo sentito a Urbino in questi giorni, durante la terza edizione del Festival del giornalismo culturale. Dal cittadino al commerciante, dallo studente al professore universitario, ognuno ci ha raccontato come preferisce informarsi e quanta attenzione ha per la ‘terza pagina’, lo storico spazio che i giornali cartacei dedicano all’arte e al sapere.


Sullo stesso argomento:

]]>
http://ifg.uniurb.it/2015/04/24/ducato-online/terza-pagina-ce-qualcuno-che-la-legge-le-opinioni-raccolte-a-urbino/71787/feed/ 0
Addio a Neuharth, l’uomo che con Usa Today capovolse il giornalismo http://ifg.uniurb.it/2013/04/24/ducato-online/addio-a-neuharth-luomo-che-con-usa-today-capovolse-il-giornalismo/44333/ http://ifg.uniurb.it/2013/04/24/ducato-online/addio-a-neuharth-luomo-che-con-usa-today-capovolse-il-giornalismo/44333/#comments Wed, 24 Apr 2013 13:02:40 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=44333 Usa Today è morto in Florida a 89 anni. Con un'idea di quotidiano nazionale, capace di contenere articoli brevi, di facile lettura e con una grafica brillante, ha cambiato radicalmente il giornalismo statunitense]]>

“Come giornalista, ho avuto una meravigliosa finestra sul mondo. Per quasi 50 anni ho cercato di raccontare storie con precisione e in modo imparziale. Condividere con voi quello che ho visto, quello che mi è piaciuto e non mi è piaciuto, è stata un’occasione fantastica e una grandissima responsabilità”

Allen H. Neuharth, fondatore Usa Today

Allen H. Neuharth ha rigorosamente preteso che queste parole fossero pubblicate solo dopo la sua morte, e chissà che non gli sia scappato un sorriso mentre componeva l’ultimo commovente corsivo della rubrica che teneva sul suo giornale. Non sappiamo se il pensiero sia tornato ai primi anni ’80, quando fondò Usa Today, quando tutti lo disprezzavano accusando quel nuovo quotidiano di aver istupidito il giornalismo americano.

Questo esuberante e visionario magnate dei media – morto il 19 aprile a Cocoa, in Florida, a 89 anni – è il papà di quel giornale che gli garantì pochi applausi  e tante critiche. Un look nuovissimo, fatto di colori vistosi e accattivanti, grafica audace, articoli brevi e di facile comprensione. Si capì immediatamente che quel giornale era diverso da qualsiasi altro quotidiano uscito fino ad allora. Era comprensibile, allora, che tutti si mostrassero così scettici e critici verso quella nuova creatura.

Un pizzico di iniziale fiducia in più Neuharth l’avrebbe forse meritata visto che sotto il suo timone il gruppo Gannett diventò il più grande gruppo editoriale degli Stati Unti. Eppure, al lancio del giornale, gli inserzionisti erano riluttanti a mettere i loro soldi in una scommessa così grande. “Grazie a Neuharth, Usa Today è diventato un prodotto capace di attirare l’attenzione dei lettori senza prendersi troppo sul serio – racconta Raffaele Fiengo docente di giornalismo all’università di Padova ed esperto di giornalismo americano  – e fu proprio lui a voler caratterizzare ogni sezione del giornale con un colore diverso, sfruttando il tipico riquadro al margine in alto della prima pagina, diventato poi elemento tipico di molti quotidiani”.

La sua è la storia di un uomo dalle umili origini che, dopo aver svolto i mestieri più disparati, raggiunge il successo e il potere nel proprio Paese sfruttando idee e coraggio. La sua vita racchiude perfettamente ognuna di queste tappe. Infanzia povera in Sud Dakota, rimasto orfano a due anni, Neuharth si è rimboccato le maniche e si è messo fin da ragazzino a svolgere qualsiasi mestiere gli sia capitato a tiro. Garzone, fattorino e perfino bracciante nella fattoria del nonno. Poi, poco più che ventenne, la partenza per il fronte nella seconda guerra mondiale.

Dopo il conflitto, Neuharth frequentò la University of South Dakota dove iniziò a curare il giornale della scuola, in attesa di fondarne uno tutto suo, il SoDak Sport, settimanale dedicato alla scena sportiva statale. Nonostante una buona popolarità iniziale il settimanale andò però in bancarotta nel giro di un anno, facendo perdere a Neuharth i 50mila dollari che aveva investito. Così nel 1954 si trasferì in Florida per lavorare come reporter al Miami Herald, dove scalò rapidamente le gerarchie della redazione.

Fu a quel punto, precisamente nel 1963, che accettò l’offerta di collaborazione avanzatagli dal Gruppo Gannett, una compagnia che allora possedeva un piccolo gruppo di 16 quotidiani nel nord-est. Sarà la svolta della sua carriera e della sua vita. Perché le sue idee, originali e rivoluzionarie,  non tardarono a farsi notare e gli permisero presto di convincere il Ceo (Chief Executive Officier, l’amministratore delegato) della Gannett, Paul Miller, a fargli dirigere il nuovo quotidiano di Cocoa, il Today, che partì nel 1966 e divenne in poco tempo un grande successo editoriale.

Così, la sua encomiabile determinazione lo portò nel 1970 a diventare presidente della Gannett, diventata nel frattempo uno dei più grandi gruppi editoriali degli Stati Uniti. Durante la sua amministrazione i ricavi del gruppo aumentarono in maniera esponenziale: nel 1979 la Gannett possedeva 78 quotidiani, 21 settimanali, 7 emittenti televisive e più di una dozzina di canali radio.

Qualche anno più tardi Neuharth, spinto dal desiderio di creare un quotidiano nazionale per gli Stati Uniti, cercò di mettere in pratica le sue intuizioni. Avere un’idea è quasi sempre un’ottima cosa. Ma è ancora meglio sapere come portarla avanti. Così, Neuharth si mise pazientemente a studiare la teletrasmissione delle pagine, già utilizzata dall’International Herald Tribune in Europa e dal quotidiano economico Wall Street Journal in America. Gli Stati Uniti infatti, per motivi geografici, non avevano mai avuto un quotidiano nazionale, visto che far arrivare le copie alle edicole fuori dalla regione di provenienza per ferrovia o autostrada era tecnicamente impossibile.

Neuharth, che non aveva alcuna intenzione di fare concorrenza ai grandi quotidiani esistenti, intuì che era arrivato il momento di offrire qualcosa di nuovo al pubblico americano e iniziò  a studiare un prodotto per consumatori dal poco tempo a disposizione, esattamente come aveva fatto in ambito alimentare la McDonald’s 35 anni prima. “Il nostro target – disse  – era la popolazione in età di college, poiché pensavamo che seguissero letture già abbastanza serie durante le lezioni”. Neuharth capì che ogni centimetro della pagina doveva essere riempito di informazioni nello stile più facile da leggere, più comodo e comprensibile già alla prima occhiata.

Fu così che, nel settembre 1982, quelle intuizioni geniali e quella formula semplice ma azzeccata debuttarono nelle edicole statunitensi, stravolgendo le abitudini dei lettori americani. Usa Today, respinto e criticato dai giornali tradizionali che consideravano Neuharth un folle, apparve per la prima volta nel 1982 e da quel giorno ha praticamente reinventato il concetto di quotidiano. Lo scarso interesse per la politica tanto interna quanto internazionale, l’ottimismo a tutti i costi e le notizie utili come le previsioni del tempo hanno permesso al giornale di contendersi con il Wall Street Journal la posizione di quotidiano a maggior diffusione negli Stati Uniti, primato che otterrà nel 2003.

Nella sua autobiografia, Confessioni di un figlio di puttana, Neuharth non fece mistero delle sue spietate tattiche di business, come quando rubava le conversazioni dei suoi concorrenti per sfruttarle a suo piacimento. È per questo che quando se è andato in pensione nel 1989 i redattori di Usa Today lo rincorrevano ancora per chiedergli consigli sulla direzione da prendere nella nuova era digitale. Neuharth nel frattempo ha continuato a scrivere periodicamente sulla rubrica intitolata Plain Talk e ha fondato il Freedom Forum, una fondazione dedicata alla libertà di stampa che tiene tuttora conferenze di giornalismo e offre borse di studi agli studenti.

“Neuharth ha reinventato la notizia – ha detto nel suo necrologio l’editore di Usa Today Larry Kramer – e nei nostri recenti sforzi per tradurre la sua visione nel mondo moderno del giornalismo digitale, abbiamo fatto costante affidamento su di lui per capire se stavamo andando nella direzione giusta. Il suo consiglio è stato, non a caso, quello che ci ha aiutato maggiormente”.

Per Neuharth, esempio calzante della realizzazione del sogno americano, sempre attento a non perdere il suo oceano di fedeli lettori, la stampa non doveva soltanto essere libera, doveva anche essere giusta ed imparziale. Con la sua idea di un giornale capace di contenere articoli brevi e di facile lettura, con una grafica vivace e brillante è stato prima deriso e poi largamente imitato dai giornali di tutto il Paese.

“Usa Today è stato un esperimento di successo  –  spiega il giornalista e autore del libro Il giornalismo americano Fabrizio Tonello – ma è rimasto un esperimento isolato, perché arrivava in un momento particolare, quando il mondo della tv americana era ormai in declino. Ha solamente reso evidente questo cambio di direzione  dei giornali verso un approccio meno impegnativo e più accessibile”. Ma il genio di Neuharth è stato proprio questo, intuire quello che ancora  non era chiaro,  spianare la strada al giornalismo moderno modificando la forma ma lasciando sempre alle notizie il ruolo di protagoniste, ex aequo con i consumatori, s’intende.

Sullo stesso argomento:

]]>
http://ifg.uniurb.it/2013/04/24/ducato-online/addio-a-neuharth-luomo-che-con-usa-today-capovolse-il-giornalismo/44333/feed/ 0
Tipografi ‘di nicchia': due storie per battere la crisi http://ifg.uniurb.it/2013/02/19/ducato-online/tipografi-di-nicchia-due-storie-per-battere-la-crisi/34962/ http://ifg.uniurb.it/2013/02/19/ducato-online/tipografi-di-nicchia-due-storie-per-battere-la-crisi/34962/#comments Tue, 19 Feb 2013 08:00:48 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=34962 Con l’incedere del web, la carta stampata è sempre più in crisi. Ma non è sempre vero, non per tutti. A volte un’azienda, con lungimiranza e attenzione, riesce a ritagliarsi un po’ di spazio. Questo sono riuscite a fare due aziende marchigiane: la Rotopress di Loreto e l’Age di Urbino.

Silvia Argalia direttrice dell’AGE

“Il mercato può sopravvivere se facciamo cose diverse, se ognuno si prende una nicchia – sostiene Silvia Argalìa, direttrice della Arti Grafiche Editoriali di Urbino – con la competizione ci massacriamo l’un l’altro”.

Silvia Argalìa da vent’anni dirige l’Age, azienda specializzata nella stampa editoriale (per la trasparenza: è anche la tipografia dove viene stampato Il Ducato cartaceo). Un’attività avviata dal nonno negli anni ‘30 quando, arrivando da Fabriano, decise di trasferire la sua passione per il libro in una città dalla grande tradizione culturale.

Quello editoriale è il settore della stampa che si occupa della stampa in bianco e nero (libri, etc), mentre quello della stampa a colori è rivolto a quotidiani, periodici, dépliant e pubblicità. La crisi iniziata nel 2008 ha colpito fortemente un settore delicato come quello dell’editoria. Ma se il mercato del bianco e nero è tornato nell’ultimo anno a salire di un debole 0,3%, quello della stampa a colori stenta a riprendersi dall’urto; basti pensare che dal 2008 al 2012 la vendita dei quotidiani è scesa più del 12%.

“La crisi che ha colpito il settore della stampa a colori ha assunto proporzioni drammatiche, per sopravvivere occorre iniziativa, per questo abbiamo deciso di diversificare i prodotti” racconta Pierpaolo De Sanctis, direttore generale della Rotopress International .

La Rotopress è una stamperia con sede a Loreto nata nel 2002 che stampa quotidiani come il Corriere Adriatico e il Resto del Carlino. Per fronteggiare la crisi ha deciso di diversificare la produzione allargandola a riviste, cataloghi e volantini pubblicitari. L’intuizione è stata quella di realizzare entrambe le tipologie di prodotti utilizzando la stessa macchina offset.

Pierpaolo De Sanctis nel deposito carta della Rotopress

La rotativa offset che prima veniva attivata soltanto nelle ore notturne per la stampa dei quotidiani, è stata convertita in rotativa ibrida in grado di stampare le riviste su carta patinata durante il giorno. Un espediente che consente di avere una qualità alta per i giornali e comunque media per le riviste.

Accortezza e spregiudicatezza” dice Silvia Argalìa, sono le parole chiave di chi voglia fronteggiare la crisi. Già in passato l’Age aveva fatto di queste parole il proprio cavallo di battaglia “Siamo nel mondo del digitale da 13 anni – ha aggiunto – e nel 2006 siamo stati i primi a sperimentare la stampa inkjet adattata al mercato del libro, mentre prima era applicata solo al mercato del modulo continuo”.

La stampa digitale permette di stampare volumi minori di prodotti, evitando così la costosissima piaga delle giacenze. Sempre più manager sostituiscono i vecchi macchinari offset con quelli digitali: dal 2009 al 2011 il fatturato dei primi è sceso del 41,6%, mentre quello delle macchine digitali è in costante crescita (intorno al 14% annuo).

Ma insieme ai pregi, quello della stampa digitale ha i suoi difetti. “ Il futuro va verso il digitale – spiega De Sanctis – ma abbandonare l’offset per gli strumenti di ultima generazione implicherebbe prima di tutto un cambiamento di mentalità. La digitalizzazione ridurrebbe gli sprechi iniziali di carta ed eviterebbe l’accumulo di copie di scarto, però i costi dei macchinari e soprattutto quelli di manutenzione sarebbero molto pesanti. Gli impiegati che lavorano per la Rotopress oggi sono 68, se venisse avviato il passaggio al digitale sarebbe difficile convertirli tutti al nuovo metodo. Solo due o tre di loro sarebbero pronti ad affrontare questo mondo”.

Il mercato del digitale costringe gli stampatori a una corsa verso la novità, perché, se è vero che in affari bisogna essere prudenti, la spinta verso l’innovazione tecnologica è una gara in cui spesso vince chi arriva per primo. Un deterrente del mondo della nuova stampa è inoltre la qualità del prodotto che, sebbene sia alta, non riesce ancora a eguagliare la qualità della stampa ‘vecchio stile’.

“Adesso che il mercato digitale ha virato verso la stampa inkjet – racconta ancora l’Argalìa – abbiamo deciso di andare ancora una volta in controtendenza. A marzo sarà installato un motore di stampa digitale toner a bobina con una qualità da 1200 dpi. Andare verso l’altissima qualità, e quindi precludersi una fetta di mercato, non significa fare un passo indietro, ma costruirsi una nicchia di consumatori”.

De Sanctis e Argalìa rappresentano le due facce della stampa in tempo di crisi, ed entrambi hanno deciso di andare controcorrente. Il primo decidendo di non cedere il passo al digitale e di differenziare la produzione, l’altra puntando sull’altissima qualità in un momento e in un settore, quello del bianco e nero, che cerca di allargare sempre più il suo raggio d’azione.

Da tempo si discute sul se e sul quando la carta stampata soccomberà all’invasione del web, della crisi e della tendenza globale alla digitalizzazione. Ma forse alcune scelte mirate degli imprenditori del settore e le nuove tecnologie sviluppate per l’analogico, riusciranno a dare una nuova spinta alla cara, vecchia carta stampata.

SCHEDA: LE TECNICHE DI STAMPA PIÚ USATE

Stampa Offset Processo di stampa indiretto che si basa sul fenomeno di repulsione tra acqua e inchiostri. Anziché stampare il foglio a contatto diretto con la lastra di alluminio, la stampa avviene attraverso l’impiego di tre cilindri a contatto tra loro
Stampa digitale Sistema di stampa dove la forma da stampare viene generata attraverso processi elettronici e impressa direttamente sul supporto da stampare. Dato l’elevato costo di queste macchine i principali utilizzatori sono le medie e grosse tipografie che affiancano questo nuovo concetto di stampa alle macchine già presenti, per far fronte alla domanda di prodotti stampati in bassissime tirature antieconomiche sulle classiche macchine offset
Stampa Inkjet Metodo di stampa digitale. Le macchine a getto di inchiostro utilizzano una testina che muovendosi sulla superficie da stampare rilascia l’inchiostro liquido direttamente, attingendolo da appositi serbatoi. La risoluzione e la qualità di stampa di queste testine raggiunge livelli paragonabili alla fotografia tradizionale, ma solamente utilizzando carta la cui superficie sia stata opportunamente trattata per ricevere l’inchiostro. Il problema più grave di questa tecnica è l’essiccamento dell’inchiostro nelle testine, che è frequente causa di malfunzionamenti. Un altro svantaggio è dato dall’elevato costo per copia stampata se confrontato con le altre tecnologie
Stampa inkjet a modulo continuo La stampa su modulo continuo è un servizio richiesto soprattutto per quanto concerne gli adempimenti di carattere fiscale. Questo tipo di stampa consente, infatti, di stampare su fogli uniti tra loro.
Stampa tipografica E’ la tecnologia per produrre testi stampati usando matrici in rilievo (rilievografia) composte di caratteri mobili o di clichès inchiostrati

Sullo stesso argomento:

]]>
http://ifg.uniurb.it/2013/02/19/ducato-online/tipografi-di-nicchia-due-storie-per-battere-la-crisi/34962/feed/ 3