il Ducato » giornalismo online http://ifg.uniurb.it testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino Mon, 01 Jun 2015 01:40:19 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.1.5 testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato no testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato » giornalismo online http://ifg.uniurb.it/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://ifg.uniurb.it Diffamazione 2.0, come difendersi nell’era del giornalismo digitale http://ifg.uniurb.it/2015/04/16/ducato-online/diffamazione-2-0-come-difendersi-nellera-del-giornalismo-digitale/70679/ http://ifg.uniurb.it/2015/04/16/ducato-online/diffamazione-2-0-come-difendersi-nellera-del-giornalismo-digitale/70679/#comments Thu, 16 Apr 2015 08:35:28 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=70679 L'avvocato e blogger Fulvio Sarzana

L’avvocato e blogger Fulvio Sarzana

PERUGIA – Tra querele per diffamazione e richieste di risarcimenti fare giornalismo è sempre più rischioso. Ma i maggiori pericoli riguardano la categoria dei freelance.

Una volta querelati per diffamazione i giornalisti sono esposti a diversi livelli di rischio a seconda del contratto che hanno firmato con la testata. Chi è assunto è responsabile per ciò che scrive insieme al direttore e l’editore, mentre “i collaboratori sono totalmente abbandonati a loro stessi”, spiega l’avvocato e blogger Fulvio Sarzana, esperto di diritto dell’informazione. Sarzana, insieme a Bruno Saetta, avvocato civilista di Napoli ha tenuto il seminario “Libertà di espressione 2.0″, al Festival internazionale del giornalismo di Perugia.

Il DDL diffamazione. Non è bastata la richiesta fatta all’Italia dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di intervenire sulle sanzioni eccessive in cui può incorrere chi “esercita una professione essenziale per l’esercizio della democrazia – queste le parole di Bruno Saetta – Il testo del disegno di legge sulla diffamazione prevede sì la cancellazione del carcere, ma non risolve la questione. Le pene pecuniarie sostitutive possono arrivare fino a 10.000 euro. Si rischia un automatismo pericoloso che non risponde a un criterio di proporzionalità tra sanzione economica e stipendi, soprattutto per i freelance”.

Assunti vs collaboratori. La differenza più importante tra professionisti assunti dalle testate e collaboratori è la tutela concessa dal contratto giornalistico: in caso di risarcimento danni il professionista è responsabile insieme al direttore della testata e all’editore. Nella maggior parte dei casi, anzi, un’assicurazione copre la somma da pagare stabilita dal giudice. Un tema fondamentale, mentre il disegno di legge è in discussione alla Camera dei Deputati, dopo l’approvazione avvenuta lo scorso ottobre in Senato. Il testo, infatti, acuisce le pene pecuniarie in caso di richiesta di risarcimento dei danni che potranno arrivare fino a 10.000 euro anche per i contenuti presenti sul web. Nell’era del giornalismo digitale, quindi, i rischi sono molteplici e hanno diverse sfumature. Per questo è importante conoscere adeguati strumenti di difesa.

I consigli di Sarzana. “I freelance, per proteggersi, possono fare solo due cose – afferma Sarzana – prestare grande attenzione a ciò che scrivono e registrare sempre le interviste che fanno”. Per dimostrare l’efficacia di questo suggerimento, Sarzana cita il caso di un giornalista tutt’altro che free lance: “In un articolo pubblicato il 28 marzo scorso Massimo Russo, direttore di Wired, anticipava le dimissioni di Alessandra Poggiani, direttrice di Agid (Agenzia per l’Italia Digitale, ndr), con una lunga intervista. Nel pezzo, Russo riportava anche delle pesanti dichiarazioni della Poggiani, che si scagliava contro il governo Renzi. Dopo la pubblicazione l’ex direttrice di Agid ha preso le distanze da ciò che era riportato nell’articolo con un post su Facebook. Sapete come Russo ha fermato le sue polemiche? Dichiarando di avere registrato ogni cosa, per altro con il benestare dell’intervistata”.

Registrazione sì o no? Registrare una testata giornalistica online ha aspetti sia positivi che negativi. Il maggiore vantaggio è che i contenuti pubblicati non possono essere sottoposti a sequestro preventivo, una regola introdotta dall’equiparazione con le testate cartacee. Lo svantaggio è che, in caso di querela per diffamazione, si rischia di incorrere nell’aggravante prevista per l’utilizzo del mezzo stampa. Allora come scegliere se registrare o meno la propria testata online? Sarzana fuga ogni dubbio: “Una volta mi capitò di difendere un blogger accusato di diffamazione per aver riportato testualmente un’inchiesta sul caso ‘Why not’ di due giornalisti dell’Espresso. Un magistrato in servizio a Catanzaro denunciò tutti e tre al tribunale di Roma per aver leso la sua reputazione. Gli autori dell’articolo furono assolti con formula piena mentre il blogger, giudicato in un processo parallelo, fu condannato, in primo grado, a un anno di carcere”. Un esempio semplice, ma significativo, per dimostrare come, alla prova dei fatti, le differenze di trattamento tra testate registrate e non registrate siano ancora evidenti.

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Paolo Gambescia ricorda Silvano Rizza: “Al giornalista servono piedi, cuore e cervello” http://ifg.uniurb.it/2014/04/05/ducato-online/paolo-gambescia-ricorda-silvano-rizza-al-giornalista-servono-piedi-cuore-e-cervello/60790/ http://ifg.uniurb.it/2014/04/05/ducato-online/paolo-gambescia-ricorda-silvano-rizza-al-giornalista-servono-piedi-cuore-e-cervello/60790/#comments Sat, 05 Apr 2014 14:56:10 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=60790 LIVETWEETING La cronaca della giornata]]>
URBINO – “Il giornalista nel suo mestiere deve metterci i piedi, il cuore e il cervello:  i piedi perché deve sempre sapere di cosa sta parlando, il cuore perché se non ci metti passione questo lavoro non esiste e il cervello per filtrare il tutto”. A dirlo è Paolo Gambescia, ex direttore dell’Unità, del Mattino e del Messaggero, in una conferenza nell’aula sospesa della facoltà di Sociologia della Carlo Bo. L’incontro si inserisce all’interno di una giornata organizzata dalla scuola di Giornalismo di Urbino nel ricordo del suo fondatore Silvano Rizza e dell’ex allievo Luca Dello Iacovo.

Gambescia ha spiegato il ruolo del giornalista e i principi fondatori della professione, facendo costantemente riferimento a Rizza, “a quello che Silvano avrebbe detto qui oggi”. Rizza avrebbe detto che, indipendentemente dal cambiamento dei mezzi e degli strumenti, il giornalista non dovrebbe mai perdere il suo ruolo di mediatore: “Noi possiamo avere qualsiasi sollecitazione possibile, ma se non abbiamo la possibilità di controllarle e interveniamo solo dando un parere facciamo un’opera superficiale e di mistificazione”. Il riferimento è tutto rivolto al “problema di fondo del giornalismo odierno: la velocità. Perché se siamo scavalcati da un mare di informazioni non possiamo rispettare i passaggi necessari per fare bene il nostro mestiere”.

Nella frenesia dell’informazione online e della rete, i piedi, il cuore e il cervello bastano? E soprattutto, i giornalisti continuano a usarli? La ricetta di Gambescia è semplice e – almeno in apparenza – in contrasto con quanto affermato da Massimo Russo, direttore di Wired Italia, che era intervenuto poco prima. Se secondo Russo dobbiamo avere una visione orizzontale del mondo, Gambescia ribatte “che siamo noi a voler etichettare il mondo come piatto, ma che in realtà non lo è. Il giornalismo non deve perdere la qualità e confonderla con la quantità, deve mantenere le gerarchie, piramidalizzarsi e preoccuparsi di formare eccellenze. I giornali dovrebbero avere meno pagine, i telegiornali meno servizi, ma il tutto dovrebbe essere più denso e filtrato da professionalità”.

Claudio Rizza, Paolo Gambescia, Lella Mazzoli e Mario Tedeschini Lalli nell'Aula sospesa della Carlo Bo

Claudio Rizza, Paolo Gambescia, Lella Mazzoli e Mario Tedeschini Lalli nell’Aula sospesa della Carlo Bo

Dopo queste parole il ricordo di Silvano Rizza diventa sempre più vivo e pregnante. Gambescia racconta di quando era redattore al Messaggero, dove l’allora condirettore Rizza aveva imposto ai giornalisti di consultare il dizionario dei sinonimi e dei contrari. “Ci aveva dato anche un piccolo quaderno azzurro – spiega Gambescia – dove c’erano scritte regole grammaticali, di punteggiatura e molte altre. E anche oggi dovrebbe essere così. Gli allievi che dicono che si può scrivere tutto come fosse un sms o un twitter sono solo asini“. Claudio Rizza, figlio di Silvano e relatore alla conferenza assieme a Gambescia, Lella Mazzoli e Mario Tedeschini Lalli, lo corregge: “Non si chiamano twitter, ma tweet”. Gambescia ride e prosegue spedito tra le fila del suo discorso, dei ricordi “di quasi 50 anni di professione”.

Prima di arrivare al Messaggero Gambescia è stato redattore anche dell’Unità: “Quell’esperienza per me è stata una scuola molto rigida. Il primo servizio mi fu affidato il  3 maggio 1965: dovevo raccontare i Borghetti, la zona lungo il Tevere e l’Aniene dove vivevano alcune famiglie che si volevano costruire una strada da sole, perché il Comune non se ne occupava. Sono stato lì dalla mattina al pomeriggio, ho riempito tre quaderni di appunti mentre il fotografo se ne era andato già da molte ore. Poi sono tornato in redazione e mi hanno detto di scrivere una didascalia. Io quella didascalia l’ho scritta 12 volte”. Un aneddoto che Gambescia riporta per spiegare come, anni fa, i giornalisti vivessero davvero una scalata professionale e formativa: “Nelle redazioni esisteva la figura del trombettiere, colui che era arrivato da poco e per questo non doveva assolutamente scrivere”. Quando la velocità del giornalista non si misurava con quella di Internet ma solo con i gettoni delle cabine telefoniche: “Arrivati sul posto dovevamo subito individuare i telefoni, dovevamo essere i primi a chiamare in redazione e dettare le informazioni”, e secondo Gambescia si faceva un giornalismo migliore.

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L’edicola e lo “slow journalism”: la doppia sfida di pagina99 http://ifg.uniurb.it/2014/01/29/ducato-online/ledicola-e-lo-slow-journalism-la-doppia-sfida-di-pagina99/55963/ http://ifg.uniurb.it/2014/01/29/ducato-online/ledicola-e-lo-slow-journalism-la-doppia-sfida-di-pagina99/55963/#comments Wed, 29 Jan 2014 12:29:11 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=55963 Come Jack Kerouak, iniziare a raccontare la propria avventura o giudicare la qualità di un libro dalla novantanovesima pagina. In questo caso, arrivare al novantanovesimo giorno di vita di una nuova impresa editoriale per sapere se ha avuto successo.

Ma non bisognerà aspettare maggio per capire cosa rende la nuova testata pagina99 diversa dagli altri esperimenti editoriali lanciati finora. Avrà un’uscita cartacea quotidiana dal martedì al venerdì. Promuoverà un giornalismo lento, di qualità e di approfondimento e punterà, almeno in partenza, su un pubblico di nicchia. In edicola così come in rete. 

Per il momento si tratta di una sfida editoriale su più fronti, ma soprattutto su un terreno scivoloso come quello del giornalismo cartaceo in un periodo di generale crisi dei giornali: pagina99 sbarcherà in edicola l’11 febbraio. Il laboratorio virtuale è online, seppure ancora in versione beta, già da un paio di giorni.

“Siamo consapevoli di essere parte di una grande prova  – spiega Roberta Carlini, direttore della testata assieme a Emanuele Bevilacqua e Jacopo Barigazzi – ma partiamo dal presupposto che i lettori stiano abbandonando i giornali soprattutto perché vogliono un giornalismo diverso. Vogliamo cambiare l’informazione, riflettere su cosa chiedono le persone,  cosa ha stancato e cosa è addirittura inutile e costoso trattare”.

L’edizione cartacea, in 16 pagine,  sarà in edicola al costo di 1,50 euro non avrà una grande tiratura: l’intenzione, infatti, non è quella di competere con i grandi colossi dell’editoria ma di dare un’alternativa valida a chi chiede e desidera un cambiamento. Nel fine settimana ci sarà poi l’edizione di approfondimento di 56  pagine al costo di 3 euro. Il piano industriale si baserà sull’equilibrio tra pubblicità e vendita.

Roberta sottolinea che non tutta la stampa italiana è in crisi, basti pensare a Il Fatto Quotidiano e a Internazionale: “Bisogna iniziare da un pubblico di nicchia, quello che chiede un  giornalismo di qualità e approfondimento. Abbiamo aperto un blog su Tumblr per chiedere ai lettori cosa volessero da un nuovo giornale. Un’interazione che continueremo a nutrire attraverso i social network e una vasta community collegata al sito”.

Due le risposte: affidabilità e correttezza. Che si traducono in verifica puntuale delle notizie, nel controllo incrociato e nel largo spazio dedicato al data journalism.

Per avere un’idea dell’impostazione editoriale basta affacciarsi in rete e dare uno sguardo alla versione beta del sito. Il punto di osservazione è legato all’economia e al lavoro “non intesi come scienze precise e spesso indecifrabili ma come modi di guardare e interpretare la realtà”, spiega Roberta Carlini. “Mentre in passato i lettori acquistavano i giornali per decidere da che parte stare, oggi vogliono crearsi un personale punto di vista. Per farlo, hanno bisogno di chi gli fornisca con chiarezza e affidabilità dati e informazioni sulla realtà. Uscendo dal vittimismo e dal sensazionalismo per lasciare spazio ai fatti”.

Tutto in una redazione di 20 giornalisti – tra i quali alcuni transfughi de Linkiesta e del gruppo Espresso – e numerosi collaboratori impegnati nella realizzazione “multicanale” di pagina99 “per creare un ecosistema in cui carta e web non si sovrappongano e non siano in competizione. Una stessa redazione per diversi media”.

La formula online di pagina99 ha un sapore internazionale. Si ispira al Financial Times per i contenuti e al meglio dell’editoria digitale per quanto riguarda la grafica, a partire dal modello di Newsweek: contributi  multimediali, grafica dinamica  e approfondimento.

Perché internet non vuol dire solo velocità e brevità: “Vogliamo che ci sia molto spazio per l’ampliamento delle tematiche – sottolinea Roberta – con inchieste, reportage, editoriali. Ma soprattutto cercheremo la qualità, a costo di non pubblicare anche i grandi scoop senza averli prima verificati a fondo. Perché i mezzi tecnologici permettono di fare un giornalismo migliore, ma anche di dare tanto spazio a quello peggiore”.

Tra le novità, la possibilità di scegliere il livello di approfondimento degli articoli attraverso una struttura a fisarmonica (i direttori del sito li chiamano “a contesto variabile”  e l’introduzione della forma del “Dibattito”.

“Gli articoli avranno una sorta di divisione modulare in paragrafi: il lettore può scegliere di aprirli o meno a seconda dei propri interessi e delle proprie competenze senza però perdere l’essenzialità della notizia. Contemporaneamente, però, questo ci permette di aprirci al long-form journalism”. Insomma, una soluzione che va incontro a chi ha poco tempo per leggere e a chi, invece ne ha anche troppo.

E poi, uno stop alla polemica urlata dei talk show e ai commenti molesti degli utenti di internet: sarà introdotta la forma del “Dibattito” in cui, scelto un tema, si darà la parola a esperti che sosterranno tesi  contrapposte a patto di portare sul tavolo della discussione dati e argomentazioni valide, verificate e verificabili. Ovviamente, saranno moderati anche i commenti dall’esterno.

“Vogliamo cercare di uscire fuori dal rumore di fondo che permea la rete – conclude Roberta – e siamo consapevoli che ci stiamo lanciando in un’impresa titanica. Ma non abbiamo fretta, procederemo a piccoli passi creando e migliorando il giornale di giorno in giorno e soprattutto accogliendo i consigli dei lettori. Dove arriverà questo giornale? Lo scopriremo solo facendolo”.

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Longform: nuova frontiera del giornalismo multimediale di qualità http://ifg.uniurb.it/2013/12/10/ducato-online/long-form-journalism/53755/ http://ifg.uniurb.it/2013/12/10/ducato-online/long-form-journalism/53755/#comments Tue, 10 Dec 2013 15:35:28 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=53755 Una foto dall'inchiesta del New York Times

Una foto dall’inchiesta Invisible Child del New York Times

Leggereste questo articolo sul vostro computer dalla prima all’ultima riga se fosse lungo oltre tre pagine? La risposta è sì, se questo fosse un racconto che oltre alle parole includesse foto, video e documenti multimediali.

Si chiama longform journalism ed è la ricetta che il New York Times sta portando avanti dall’anno scorso e che, a quanto pare, sta dando grossi frutti.

L’ultima in ordine di tempo è Invisibile Child, un’inchiesta che racconta la storia di Desani, una dei 22.000 bambini senza casa e assistenza sociale che vivono in condizioni disumane nei sobborghi della Grande Mela. Una giornalista e una fotografa hanno vissuto per un intero anno con Desani, 11 anni, e la sua famiglia, sette fratelli e genitori tossicodipendenti, in un asilo per senzatetto di Brooklyn. Il risultato è un fotoracconto lungo oltre 100 cartelle, divise in cinque “capitoli”, con 250 pagine solo di documenti originali. Il lavoro è stato pubblicato integrale online, mentre sulla carta sono uscite ieri e oggi le prime due delle cinque puntate.

Invisibile Child , analizzato per primo in Italia da Mario Tedeschini Lalli nel suo blog “Giornalismo d’altri”, è un racconto di un Dickens postmoderno, forte della base giornalistica dell’inchiesta ma più potente grazie alla comunicazione multimediale e ha capovolto una delle regole auree che gli esperti avevano redatto per il giornalismo online, la brevità. Il suo successo arriva dopo quello ottenuto dallo stesso giornale con A Game of Shark and Minnow e soprattutto con Snow Fall, il primo esperimento a sdoganare il tabù della lunghezza online. Un team di 30 persone ha lavorato per sei mesi consecutivi per realizzarlo, un investimento notevole per un giornale online che indica forse la consapevolezza del NYT che lungo o corto, un lavoro giornalistico di qualità ha la certezza del successo. Nella comunità digitale l’inchiesta ha coniato anche il verbo to snowfall ovvero “un racconto giornalistico multimediale complesso fuori dai modelli classici dei siti dei giornali e a sviluppo prevalentemente verticale”.

In Europa anche il Guardian, che ogni anno fattura una perdita (in sterline) a sei zeri, ha deciso di investire in questo modello con il suo NSA files decoded.

E venerdì scorso la Columbia Journalism School, nella conferenza “The Future of Digital Longform”, aveva rivalutato la lunghezza come elemento ugualmente fruibile online. Secondo il professore Michael Shapiro i lettori riescono a leggere articoli online anche di oltre 8.000 battute senza particolari problemi persino dallo schermo di uno smartphone; lui stesso ha dato vita a The Big Roundtable, un sito solo per lunghi racconti.

Shapiro però sostiene poi che “un articolo di giornale non è definito dalla sua lunghezza ma dallo stile” e proprio qui sta il punto. Non è tanto la lunghezza di un articolo a determinare il suo successo fra i lettori, ma sono il contenuto e la capacità comunicativa. Le proposte del NYT non sono lunghi mattoni di testo scritto alla “Guerra e Pace” ma il prodotto dell’incrocio di uno scritto ottocentesco dalla forte narratività e gli strumenti dei nuovi media. Video e testo, foto e parole, racconto e mappe si uniscono creando un prodotto meta-giornalistico che è sì estremamente lungo ma allo stesso tempo anche semplice da leggere, e il successo di pubblico lo dimostra.

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Dalla pagina ingiallita al web: i social rilanciano gli archivi http://ifg.uniurb.it/2013/03/21/ducato-online/dalla-pagina-ingiallita-al-web-i-giornali-rilanciano-gli-archivi-sui-social/39553/ http://ifg.uniurb.it/2013/03/21/ducato-online/dalla-pagina-ingiallita-al-web-i-giornali-rilanciano-gli-archivi-sui-social/39553/#comments Thu, 21 Mar 2013 02:42:38 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=39553 Nei corridoi delle redazioni si dice che con il giornale di oggi potrebbe essere incartato il pesce di domani; ma nel mondo dei bit tutto cambia e le regole del gioco possono essere stravolte facilmente. Grazie al restyling del web, i giornali del passato potrebbero non essere più inutili reperti storici ma piuttosto trovare nelle mille vie della Rete una nuova identità.

È finita, insomma, l’era in cui gli archivi si presentavano come luoghi bui, polverosi e difficilmente accessibili: sul web l’archivio può diventare un link, una galleria o una timeline.

Pionieri dell’iniziativa sono stati alcuni giornalisti americani che ormai da qualche anno si impegnano a valorizzare sulla rete l’enorme mole di materiale sepolto negli archivi di quotidiani e riviste. Così navigando su internet può accadere di trovarsi a sfogliare la pagina del Pittsburgh Post-Gazette del 1969  in cui si annuncia l’approdo dell’uomo sulla luna o di seguire su Twitter l’account del sindaco newyorkese Fiorello La Guardia, morto nel  1947 ma che continua a twittare contenuti audio dei suoi interventi radiofonici durante la seconda guerra mondiale.

Nel web non esistono confini e le notizie di ieri e di oggi, impigliandosi nelle infinite ramificazioni della rete, possono facilmente interagire tra di loro. Dal 2008 alcuni giornali, per renderli facilmente accessibili ai propri lettori, hanno avviato un’operazione di digitalizzazione e trasferimento sul web dei propri archivi storici. Ma dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra giunge l’eco di nuove iniziative.

Inutile dirlo: per restituire il soffio vitale alle pagine ingiallite dei vecchi quotidiani il passaggio per i social è quasi obbligatorio.

TWITTER
L’Economist è uno dei pochi giornali che utilizza Twitter per lanciare degli spunti di approfondimento ai propri lettori twittando link che rimandano al proprio archivio digitale.

Sulla stessa scia si è mossa anche l’emittente pubblica newyorkese più ascoltata negli Stati Uniti, la Wnyc, che ha creato un account Twitter di Fiorello La Guardia, sindaco di New York durante la seconda guerra mondiale. Numero di follower? 499. Il sindaco “defunto” cinguetta quotidianamente alcuni contributi radiofonici dei suoi discorsi pubblici.

FACEBOOK
La Repubblica, in occasione del festival La Repubblica delle idee, organizzato a Bologna l’anno scorso, ha allestito una mostra con le prime pagine in assoluto di quotidiano, inserti ed edizioni locali ma anche di alcuni degli eventi più importanti dell’ultimo trentennio. Una galleria fotografica che vive anche sull’account Facebook del quotidiano.

Non mancano poi le operazioni fatte da Google News che, oltre a mettere in rete gli archivi di numerosi giornali, ha reso possibile la visualizzazione delle pagine dei quotidiani, sfogliabili come se fossero di carta. “Archivio” chiaramente non significa soltanto articoli di giornale: foto e immagini vanno a nozze con le ultime tendenze invalse nei social network dove aumentano le condivisioni di scatti fotografici da parte degli utenti.

TUMBLR, INSTAGRAM, PINTEREST
Per i fanatici del vintage Vanity Fair ha creato #Vfvintage , una raccolta di foto degli anni ’50,’ 60’ e ’70 condivise sugli account Tumblr  e Instagram della rivista.

Il New York Times ha portato sui social anche il suo obitorio fotografico: foto e immagini raccolte nei lunghi anni di attività adesso, grazie all’account Tumblr , sono a portata di click.

A proposito del New York Times. Due scienziati del Microsoft and the Technion-Israel Institute of Technology stanno creando un software che analizzi i 22 anni di archivi del giornale, quelli di Wikipedia e altre 90 risorse web per predire epidemie, tumulti e morti. I ricercatori sono convinti che l’attenta analisi del materiale conservato dal New York Times potrebbe far luce su alcune dinamiche sottese a fenomeni e malattie diffusi nelle periferie del mondo.
Per valorizzare la propria memoria storica c’è chi, come il Wall Street Journal, ha creato su Pinterest un itinerario di prime pagine del quotidiano con gli eventi più importanti del secolo, dal primo numero del giornale nel 1889 all’elezione di Obama nel novembre 2008, passando per l’attacco a Pearl Harbor nel 1941.

La Stampa.it ha utilizzato materiale fotografico dall’archivio del giornale per ripercorrere, attraverso una fotogalleria, le fasi di realizzazione della sede storica del quotidiano.

E-BOOK
Tra le proposte più originali per dare voce a quegli articoli sepolti dalla polvere del tempo, alcuni quotidiani hanno tentato la strada della raccolta antologica. Se l’archivio è il luogo in cui la cronaca quotidiana muta in memoria storica, allora perché non raccontare i grandi eventi della storia recente attraverso la narrazione dei cronisti vissuti in quegli anni? L’Atlantic nel 2011 ha pubblicato l’e-book The Civil War, una raccolta di articoli scritti dai testimoni diretti della guerra (tra cui Mark Twain, Nathaniel Howthorne e Henry James) a cui fanno da cornice articoli di giornalisti contemporanei.

Il  New Yorker, invece, ha curato e pubblicato After 9/11, una miscellanea di analisi, riflessioni e proposte sul post 11 Settembre.

Le caratteristiche strutturali della rete offrono ai giornali numerose possibilità per soffiare via la polvere dagli archivi. La cronaca del passato è uno strumento indispensabile per comprendere il presente e gli archivi, oltre a offrire un contributo fondamentale alla memoria collettiva, possono aiutare i giornalisti ad affondare meglio i bisturi nel mondo che raccontano.

L’archivio interattivo e “a portata di link” per il giornalismo italiano è quasi fantascienza ma se la digitalizzazione degli archivi dei quotidiani italiani può essere paragonata ad un primo passo sulla luna, allora sarà meglio non disperare: nel mondo del web non esiste utopia che non possa trasformarsi in realtà.

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‘Colonna destra’ e ‘boxini morbosi’ ai giornali sul web non basteranno più http://ifg.uniurb.it/2013/03/13/ducato-online/colonna-destra-e-boxini-morbosi-ai-giornali-sul-web-non-basteranno-piu/38125/ http://ifg.uniurb.it/2013/03/13/ducato-online/colonna-destra-e-boxini-morbosi-ai-giornali-sul-web-non-basteranno-piu/38125/#comments Tue, 12 Mar 2013 23:00:09 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=38125 L’ultimo tatuaggio di Rihanna, il figlio della Fico che non si sa se sia pure figlio di Balotelli, un anno di look di Kate Middleton tra abiti Zara e Alexander McQueen. Sì, insomma, questo è il tipo di notizie che compongono la cosidetta ‘colonna destra‘ (che a volte occupa anche altri spazi della pagina) dei siti web delle principali testate giornalistiche italiane.

E, volente o nolente, ognuno di noi almeno una volta nella vita ha cliccato su uno di quei boxini, o perché attratto dal carattere di eccezionalità dei video e delle fotogallerie di quella sezione della pagina o semplicemente per puro svago. Eppure per i più sensibili al tema dell’informazione quella colonna è motivo di disturbo: il gossip, il soft-porn, le papere calcistiche e le notizie strane-ma-vere sviliscono il giornalismo doc, in cambio di qualche click in più sulla pagina del giornale.

E’ questa una delle tesi, che compongono l’e-book sul giornalismo digitale italiano di Alessandro Gazoia, più noto agli internauti come il blogger Jumpinshark, collaboratore dell’inserto culturale di Pubblico, Orwell.

Il web e l’arte della manutenzione della notizia, edito da Minimum Fax, analizza nel dettaglio il fenomeno dei contenuti leggeri della colonna di destra delle testate giornalistiche online, conosciuta anche come “boxino morboso“: concessioni che il giornalismo generalista di qualità farebbe al web per ottenere in cambio un numero maggiore di pagine viste e di conseguenza migliori inserzioni pubblicitarie.

Niente di condannabile in sé, a patto che sia controbilanciato da un’informazione seria e di qualità. L’e-book di Gazoia scava nel profondo dell’anomalia italiana rispetto al panorama straniero: emerge un giornalismo online subordinato alla tirannia della carta stampata e per questo non in grado di sorreggersi autonomamente, contrariamente a quanto avviene all’estero, dove testate come il Guardian o il New York Times hanno saputo rimodellare il web ex novo, conferendogli una propria autorevolezza e rispettabilità. Ma il futuro del giornalismo in byte, in un momento di crisi dell’editoria come quello che stiamo vivendo, impone dei cambiamenti che ristabiliranno il modo di fare notizia sul web.

Da dove nasce l’idea di questo e-book?
Ho sempre avuto, come tantissime altre persone, un vivo interesse per l’informazione e da circa due anni seguo con attenzione il dibattito sul giornalismo digitale (gli esperti americani giocano naturalmente un ruolo di rilievo). Qualche mese fa ho pensato che potesse essere utile una panoramica sull’Italia. L’attenzione nei confronti di Repubblica e Corriere è doverosa: da anni sono i quotidiani online più letti e ancora oggi influenzano molto i concorrenti.

E’ mai stato “vittima” dell’attrazione esercitata dalla colonna di destra?
Tutti i giorni, senza vergogna. Anzi i mici hanno iniziato a piacermi molto di più nella realtà dopo averli visti su Internet… Il problema non è il giornalismo leggero e leggerissimo ma la sovraresponsabilizzazione, anche economica, che la “colonna di destra” ha oggi presso alcune tra le testate più autorevoli.

Il boxino morboso raccoglie informazioni di basso profilo che il più delle volte riguardano personaggi pubblici. Qual è il confine tra diritto di cronaca e gossip?
Domandone a cui non so dare una risposta. Direi banalità o farei moralismi di maniera. Non è proprio il caso, anche perché siamo il paese in cui il programma più ferocemente politico del 2011 è stato Kalispera, con l’intervista di Signorini a Ruby.

La colonna di destra è uno spazio delimitato, un’oasi che il lettore conosce e che per questo sceglie consapevolmente. E’ un servizio nei confronti del lettore?
In una bellissima analisi della colonna di destra di Repubblica, lo scrittore Giorgio Vasta smonta al meglio questa idea della divisione rigida; e, pur ammettendo che vi sia l’onesta intenzione, resta da verificare un punto importante: l'”ideologia”, se non i contenuti, della colonna di destra al suo peggio non filtrano mai al centro? Nonostante la disciplina e serietà di una testata, mi pare difficile che non si ceda mai alla fretta, al pressapochismo, alla mancata verifica, al titolo davvero troppo urlato anche nel “giornalismo serio”, quando a pochi pixel di distanza “vale tutto”, sempre.

Qual è il rapporto tra giornalismo online e carta stampata?
Le versioni online delle testate tradizionali cercano d’intercettare il largo pubblico che non compra il cartaceo. Puntano ai lettori dei settimanali di svago e pettegolezzo, ai visitatori dei grandi portali dove domina l’informazione leggera, agli spettatori della tv del pomeriggio e ai giovani attratti dalle curiosità del web. E, di nuovo, questa “vocazione inclusiva” non è un male in sé.

In Italia è possibile un ripensamento totale del giornalismo online – in stile Guardian – svincolato dall’autorità della stampa cartacea?
Questo 2013 sarà molto probabilmente un anno di grandi cambiamenti, anche dolorosi, come dimostrano le vicende del Corriere della Sera. Alcuni giornali, come Il Sole 24 ore, paiono seriamente intenzionati a “ripensare tutto”, accesso gratuito incluso. La colonna di destra rimarrà – e anche il Guardian in un certo senso ce l’ha – però la sua realizzazione e il suo ruolo saranno forse diversi.

Qual è la differenza tra il traino esercitato dal ‘boxino morboso’ e quello dei blog di firme della testata?
I blogger, veri o mascherati (intendo dire che oggi tira molto il giornalista virato in blogger), svolgono prevalentemente un’opera di commento e su alcune testate, a cominciare dal Fatto Quotidiano che non ha propriamente boxini morbosi, la loro importanza è innegabile. Per quando riguarda i numeri: forse oggi in Italia fa più accessi un post intitolato “Beppe non ti alleare” che “il pancione di Belen”.

Le nuove realtà editoriali online (Linkiesta, Il Post, Giornalettismo) presentano la stessa tendenza di Repubblica e Corriere?
Quasi tutti i quotidiani nativi digitali hanno sia un parco blogger che una qualche forma di “colonna di destra”: alcuni sono molto attenti alla qualità dei blogger e a non superare certe soglie nel desiderio di acchiappare i clic, altri meno. Ripeto: non c’è nulla di scandaloso nel post veloce sulla schiacciata spettacolare della Nba, l’importante è, per usare una metafora molto facile e comune, “una dieta informativa bilanciata”.

Quanto il boxino incide veramente sulla popolarità di una testata? E’ una scelta che paga?
Sembra che paghi sempre meno, anche perché la concorrenza è sempre più ampia. Su quanti siti trovi le foto di Nicole Minetti? E c’è qualcuno che dice “no, io le immagini della bellona in costume le guardo solo su Repubblica.it”? Il processo di formazione del gusto – o il suo decadimento  – è un tema delicatissimo. E al solito “la gente vuole quello” è un’affermazione sullo stato delle cose o una profezia che si autoavvera?

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