il Ducato » indipendenza media http://ifg.uniurb.it testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino Mon, 01 Jun 2015 01:40:19 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.1.5 testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato no testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato » indipendenza media http://ifg.uniurb.it/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://ifg.uniurb.it Il parlamento Ue: “Libertà di stampa e pluralismo, ecco le linee guida” http://ifg.uniurb.it/2013/05/30/ducato-online/il-parlamento-ue-liberta-di-stampa-e-pluralismo-ecco-i-principi-da-seguire/49352/ http://ifg.uniurb.it/2013/05/30/ducato-online/il-parlamento-ue-liberta-di-stampa-e-pluralismo-ecco-i-principi-da-seguire/49352/#comments Thu, 30 May 2013 21:15:39 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=49352

Il parlamento di Strasburgo

Il Parlamento europeo lo scorso 21 maggio ha approvato una risoluzione che stabilisce le norme per la libertà dei mezzi d’informazione in tutta l’Unione. Un passo importante che impone ai 27 Stati membri regole precise per garantire il diritto d’informare e di essere informati.

Pur non avendo le risoluzioni del Parlamento, si tratta di una presa di posizione importante di principi e linee guida che potrà guidare l’approvazione di regolamenti e direttive nei prossimi anni.

Il testo parte dall’assunto che il pluralismo e il giornalismo indipendente sono i cardini su cui si regge una democrazia: per questo “gli Stati membri devono rispettare, garantire, proteggere e promuovere il diritto fondamentale alla libertà d’espressione e d’informazione”. Un diritto che va tutelato dalle interferenze dei poteri forti e da qualsiasi forma di censura o limitazione. Inoltre, si sottolinea che nessuna decisione politica può limitare l’accesso ai media o condizionarne l’informazione.

La libertà dei media si difende, innanzitutto, vigilando sulla nomina dei dirigenti e dei consigli d’amministrazione del servizio pubblico e privato. “La Commissione europea deve assicurare che gli Stati garantiscano al loro interno la corretta attuazione della Carta dei diritti fondamentali”, che impone l’indipendenza e la neutralità di tutti i media. Un obiettivo ancora lontano. Nella classifica mondiale della liberta di stampa 2013, l’Italia è al 57° posto, la Grecia al 84°, la Francia al 37°, la Spagna al 36°, l’Inghilterra è al 29° e la Germania al 17°.

Altro punto fondamentale è la creazione di un sistema europeo basato sull’equilibrio tra mezzi d’informazione privati e pubblici, tema molto importante in Italia. Quest’ultimi “sono strettamente legati alle esigenze democratiche, sociali e culturali di ogni società” e per questo vanno protetti e tutelati anche attraverso l’assegnazione di fondi: “Bisogna assicurare ai media del servizio pubblico finanziamenti adeguati”, che gli permettano di essere indipendente dal mondo politico ed economico.

Altro punto che tocca da vicino l’Italia è quello in cui il Parlamento parla di corretta concorrenza tra tutti i mezzi d’informazione, che viene troppo spesso minata da conflitti d’interesse “risultanti dalla sovrapposizione di cariche politiche”. E’ necessario, inoltre, impedire la concentrazione della proprietà e l’abuso di posizione dominante.

La libertà di stampa non riguarda solo i mezzi tradizionali, ma anche “i social media e le altre forme di nuovi media”. Tutti devono poter accedere senza ostacoli all’informazione in Rete che deve essere trasparente e neutrale. Ogni Stato deve favorire in ogni modo l’alfabetizzazione digitale dei suoi cittadini.

Una parte importante della risoluzione è, infine, dedicata ai giornalisti che rischiano la loro vita per svolgere con onestà e passione questo mestiere: “Devono essere protetti da pressioni, intimidazioni, molestie, minacce e violenze”. L’Unione Europea “invita, inoltre, gli Stati membri a depenalizzare il reato di diffamazione”. In Italia, l’articolo 595 del codice penale, prevede per il giornalista che diffama la reclusione per un massimo di tre anni.

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Nuovo scandalo per Obama: giornalista di Fox spiato dal governo http://ifg.uniurb.it/2013/05/23/ducato-online/nuovo-scandalo-per-obama-giornalista-di-fox-spiato-dal-governo/48318/ http://ifg.uniurb.it/2013/05/23/ducato-online/nuovo-scandalo-per-obama-giornalista-di-fox-spiato-dal-governo/48318/#comments Thu, 23 May 2013 12:25:46 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=48318

James Rosen, giornalista di Fox News

La maledizione del secondo mandato, che ha già colpito molti presidenti statunitensi rieletti, rischia di abbattersi anche sull’amministrazione Obama. Un nuovo scandalo legato al dipartimento di Giustizia e al mondo dell’informazione ha infatti colpito il 44° presidente degli Stati Uniti, pochi giorni dopo la bufera scatenata dall’Apgate. Il 20 maggio il Washington Post ha rivelato che  James Rosen, corrispondente nella capitale americana per Fox News, nel corso del 2010 sarebbe stato ‘spiato’ dal dipartimento di Giustizia: oltre a controllare i tabulati delle sue telefonate e le sue mail personali, il dipartimento avrebbe tenuto sott’occhio anche tutti i suoi movimenti all’interno del dipartimento di Stato, grazie alle ‘strisciate’ del suo badge. Il tutto, va detto, con un regolare mandato di un giudice. Nulla di illegale, ma sicuramente discutibile da un punto di vista etico.

Clicca qui per vedere il video incorporato.

Il servizio di Fox News che ha dato notizia dello scandalo

Il Rosen Affair – così i giornali americani hanno rinominato lo scandalo – rientra in un’indagine riguardante una fuga di notizie sulla Corea del Nord. Nel 2009 il giornalista di Fox News pubblicò un articolo nel quale si affermava che Pyongyang avrebbe eseguito dei test nucleari come rappresaglia alle condanne dell’Onu in merito all’uso di armi di distruzione di massa.

La notizia, che sarebbe dovuta essere riservata, sarebbe stata confidata al giornalista da Stephen Jin-Woo Kim, consigliere per la sicurezza nazionale. Kim fu incriminato dal gran giurì con l’accusa di aver diramato senza autorizzazioni informazioni di sicurezza nazionale: il suo processo è in programma l’anno prossimo.

A suscitare clamore è però il fatto che anche Rosen fu messo sotto controllo, come possibile “co-cospiratore”di Kim. L’Fbi e il dipartimento di Giustizia ottennero da un giudice il permesso di ‘spiare’ telefonate e mail del giornalista in quanto sospettato di aver “sollecitato e incoraggiato il signor Kim a divulgare importanti documenti dell’intelligence”. “Una cosa  agghiacciante – ha dichiarato il vice presidente esecutivo di Fox News, Michael Clemente – difenderemo il diritto di James Rosen di lavorare come membro di quella che fino ad oggi è stata una stampa libera”.

“Rosen – si legge sul sito di Fox News in un articolo di Mike Cavender – non è stato incriminato né si aspetta di esserlo. Ma il solo fatto che i suoi movimenti siano stati controllati, le sue mail lette e le sue telefonate registrate è la prova di come il governo stia cercando di criminalizzare le libertà concesse dal primo emendamento” (quello che tutela libertà di parola e di stampa).

Anche Dana Milbank, editorialista del Washington Post, attacca l’operato dell’esecutivo: “Il Rosen Affair è un flagrante attacco alle libertà civili che nemmeno Gorge W. Bush o Richard Nixon si sarebbero sognati. Trattare un reporter come un criminale solo perché ha fatto il suo lavoro, priva gli americani del primo emendamento”.

La Casa Bianca ha fatto sentire la sua voce tramite l’addetto stampa Jay Carney, che pur non commentando direttamente gli sviluppi dello scandalo Rosen, ha dichiarato: “Il presidente è convinto che sia imperativo non tollerare quelle fughe di notizie che possono mettere in pericolo la vita di uomini e donne americane in servizio all’estero”.

Sullo stesso argomento:

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Associated Press spiata per due mesi dal governo americano http://ifg.uniurb.it/2013/05/14/ducato-online/associated-press-spiata-per-due-mesi-dal-governo-americano/47114/ http://ifg.uniurb.it/2013/05/14/ducato-online/associated-press-spiata-per-due-mesi-dal-governo-americano/47114/#comments Tue, 14 May 2013 17:02:11 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=47114 La sede dell'ApLe redazioni di un’agenzia di stampa sotto osservasionr come covi di malfattori,  telefoni controllati per sessanta giorni con l’unico scopo di svelare il volto della talpa. Non è la trama di un film di spionaggio, ma il retroscena di un’indagine condotta dal dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti nei confronti dell’Associated Press. L’agenzia di stampa ha fatto sapere stamattina di essere stata informata dei controlli sui tabulati di 20 linee telefoniche negli uffici di New York, Hartford e Washington, compreso il numero riservato all’AP nella sala stampa della Camera dei Rappresentanti. Oltre a un comunicato ufficiale sul suo sito, AP ha diffuso la notizia sul suo account Twitter con un video.

Gli investigatori hanno monitorato le chiamate in entrata e in uscita effettuate nei mesi di aprile e maggio del 2012, potendo così tenere d’occhio i contatti di almeno 100 reporter: tra le linee spiate, anche quelle private di cinque giornalisti (Matt Apuzzo, Adam Goldman, Kimberly Dozier, Eileen Sullivan e Alan Fram) coinvolti nella realizzazione di un rapporto che aveva fatto saltare sulla sedia il dipartimento di Giustizia.

Il 7 maggio 2012, infatti, l’Associated Press ha pubblicato i dettagli di un attentato progettato da Al Qaeda per colpire gli Stati Uniti e sventato all’ultimo con un’operazione della Cia in Yemen: dopo questa rivelazione, il dipartimento di Giustizia ha aperto un’inchiesta per capire chi fosse la fonte riservata che aveva fornito all’agenzia di stampa un’informazione talmente sensibile. Finora le autorità non hanno fornito ad Associated Press una spiegazione per giustificare i controlli telefonici, ma la stessa agenzia ritiene che siano da collegare al rapporto del maggio 2012.

“Non ci può essere alcuna giustificazione per una così ampia raccolta di comunicazioni telefoniche della Associated Press e dei suoi giornalisti – ha dichiarato il direttore esecutivo di AP Gary Pruitt in una lettera indirizzata al ministro della Giustizia Eric Holder – queste informazioni potrebbero rivelare le comunicazioni con fonti confidenziali, fornire una road map delle operazioni di raccolta di notizie e divulgare le informazioni sulle attività e le operazioni di AP che il governo non ha alcun diritto di sapere”. Pruitt ha richiesto ufficialmente al dipartimento di Giustizia di distruggere gli elenchi delle telefonate monitorate.

L’indignazione di Pruitt per quella che definisce “un’intrusione enorme e senza precedenti” ha trovato una sponda nelle parole di Christophe Deloire, segretario generale di Reporter Senza Frontiere: “Una tale palese violazione delle garanzie costituzionali deve essere oggetto di una commissione d’inchiesta del Congresso. Siamo spiacenti di vedere che il governo federale ha perpetuato le pratiche che hanno prevalso durante i due mandati di George W. Bush, quando i funzionari hanno sacrificato la protezione dei dati personali e, soprattutto, il primo emendamento sul diritto dei cittadini di essere informati. Questo caso ha dimostrato la necessità di una legge scudo federale che garantisca la protezione delle fonti dei giornalisti”.

Lo stesso panorama politico statunitense è in fibrillazione dopo quanto avvenuto. “La Casa Bianca – ha dichiarato il portavoce Jay Carney – non è a conoscenza di azioni del dipartimento della Giustizia per ottenere i tabulati telefonici di alcune linee in uso alla Associated Press o a suoi giornalisti”. Carney ha inoltre sottolineato che la Casa Bianca “non viene coinvolta in alcuna decisione presa nell’ambito di indagini penali, poiché si tratta di questioni gestite dal dipartimento della Giustizia”. Il deputato repubblicano della California Darrell Issa, uno dei più strenui sostenitori del Patriot Act, ha però puntato il dito contro l’amministrazione Obama, i cui funzionari, secondo Issa “vedono sempre più se stessi come al di sopra della legge e incoraggiati dalla convinzione che non devono rendere conto a nessuno”.

Frank Wolf, repubblicano della Virginia, ha detto al giornale Hill che l’incidente “ricorda lo scandalo Watergate. È l’arroganza del potere. Se possono farlo all’AP, possono farlo a qualsiasi testata del paese”. Anche il presidente della commissione Giustizia del Senato, il democratico Patrick Leahy, ha criticato l’operato delle autorità, chiedendosi se fosse proprio necessario violare l’indipendenza dei media acquisendo i tabulati telefonici.

Ancora più forte l’ondata di protesta che ha attraversato i social media: su Twitter, l’hashtag #ap è uno dei più popolari e si arricchisce continuamente con nuovi contributi. Il tweet di AP che stamattina ha annunciato l’indagine è stato rilanciato finora 177 volte e, sebbene la Casa Bianca abbia preso le distanze dall’indagine su Associated Press, gli utenti continuano a chiedersi: “Come può la stampa essere il cane da guardia del potere, se il governo ficca il naso persino nelle sue telefonate?”.

 

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Il Progetto Einaudi-Albertini per l’indipendenza dei media http://ifg.uniurb.it/2009/03/26/strumenti/eventi/progetto-einaudi-albertini/143/ http://ifg.uniurb.it/2009/03/26/strumenti/eventi/progetto-einaudi-albertini/143/#comments Thu, 26 Mar 2009 19:17:19 +0000 http://ifg.uniurb.it/blog/?p=143

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L’Italia si è fermata anche perché non c’è un’opinione pubblica. La tesi è  stata al centro di un dibattito vivace negli ultimi mesi e ha rilanciato un tema di fondo: l’indipendenza dei mezzi di comunicazione nel nostro Paese. Indipendenza dalla politica, indipendenza dagli interessi economici e finanziari che non siano indirizzati alla promozione dell’informazione.

Il tema ha una valenza politica di fondo, perché non c’è democrazia senza informazione indipendente. Inoltre richiama progetti e proposte che risalgono molto indietro nella storia italiana. Due sono i nomi che possono essere presi come punti di riferimento: Luigi Albertini e Luigi Einaudi. Il primo scambio di idee tra i due risale addirittura al 1926, quando Albertini era stato appena costretto dal regime fascista a dimettersi dalla direzione del Corriere. Ma Einaudi ripropose la questione fin dal ’45, appena ristabilita la democrazia in Italia.

Alla base dell’idea di Einaudi la convinzione che “non esiste e non esisterà mai alcun rimedio legale atto a garantire l’indipendenza della stampa quotidiana”. Coerentemente con la sua filosofia liberale, era convinto che fossero i privati a dover trovare gli strumenti per garantire l’indipendenza e l’informazione. Per fare questo si richiamava all’esperienza di un giornale britannico che a questo modello si è ispirato e ad esso deve una fortuna e un prestigio ancora oggi indiscussi: The Economist.

Sulla base di queste idee e nella convinzione che l’indipendenza dell’informazione sia il problema centrale non solo del sistema dei media italiani ma anche della politica, la Scuola di giornalismo di Urbino in collaborazione con l’Università ha promosso una serie di iniziative sotto il titolo “Progetto Einaudi-Albertini per l’indipendenza dei media“.

Una prima fase del progetto si è sviluppata in due intense giornate (16 e 17 marzo) su quattro tavoli di dibattito con docenti universitari, giornalisti studiosi esperti, direttori di scuole di giornalismo. È stata usata la formula “Progetto Einaudi-Albertini” perché c’è l’intenzione di considerare questo avvio di discussione soltanto come un punto di partenza. Per esempio una seconda iniziativa è c’è stata il 23 marzo e altre ancora ne seguiranno.

I nostri servizi

L’indipendenza del giornalismo secondo Valerio Onida
“Stampa, troppe pressioni”

Le diverse soluzioni per l’autonomia
Quali tutele in Europa

Intervista allo storico del giornalismo Nicola Tranfaglia
“Italia? Peggio del terzo mondo”

Intervista ad Alberto Papuzzi
L’orizzonte dell’indipendenza

Il video di Daniele Manca (Corriere)
“Aumenta l’irrilevanza della carta stampata”


Servizi collegati:

Progetto Einaudi-Albertini
La fotogalleria dell’evento
Lo speciale televisivo
Diretta web della prima giornata
Il mini-sito con le schede dei partecipanti

Guida alla rete:

Università degli Studi di Urbino
Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino

Sullo stesso argomento:

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Insider – Speciale http://ifg.uniurb.it/2009/03/20/ducatotv/insider-speciale/1044/ http://ifg.uniurb.it/2009/03/20/ducatotv/insider-speciale/1044/#comments Fri, 20 Mar 2009 10:37:52 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=1044 GUARDA IL VIDEO

Silvia Saccomanno

Conduce Silvia Saccomanno

Un numero speciale è dedicato
ai due giorni di convegno
“Progetto Einaudi-Albertini
per l’indipendenza dei media”
organizzato dalla Scuola di giornalismo
in collaborazione con l’università “Carlo Bo”

di Brunella Di Martino, Giulia Agostinelli, Chiara Battaglia, Ylenia Mariani, Simone Celli, Federico Dell’Aquila, Daniele Ferro, Matteo Finco, Federico Maselli, Luca Rossi e Silvia Saccomanno

Sullo stesso argomento:

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L’orizzonte dell’indipendenza http://ifg.uniurb.it/2009/03/12/ducato-online/lorizzonte-dellindipendenza/922/ http://ifg.uniurb.it/2009/03/12/ducato-online/lorizzonte-dellindipendenza/922/#comments Thu, 12 Mar 2009 13:34:40 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=922

Alberto Papuzzi

L’informazione italiana non è indipendente. E’ percezione condivisa, parere degli addetti ai lavori e sentenza dei lettori. Che comprano sempre meno quotidiani. Gli assetti delle proprietà, il ruolo dell’opinione pubblica e il comportamento dei giornalisti sono le variabili necessarie per capire se e come sia possibile scavalcare gli ostacoli che conducono all’indipendenza e comprendere gli orizzonti del giornalismo italiano.

Il progetto “Einaudi-Albertini per l’indipendenza dei media” raccoglie anche questa sfida, quella di far luce – attraverso esperienze e dibattiti – sulle condizioni di salute del giornalismo, sulle possibilità di un’autonomia che appare ancora lontana. Si comincia lunedì con una serie di appuntamenti che si terranno al Nuovo Magistero dell’ateneo urbinate.

“I giornali – spiega il professor Alberto Papuzzi - continuano ad appartenere a gruppi industriali e banche”. E questo pare essere il primo serio problema. Se il modello italiano assegna la proprietà dei gruppi editoriali ad un patto di sindacato formato da banche ed industriali è più probabile che tali gruppi si occupino di vendere pubblicità agli inserzionisti piuttosto che notizie ai lettori. L’influenza degli interessi economici degli assetti proprietari ha un peso eccessivo sull’elaborazione del giornale come sulla scelta del direttore.

Il professor Papuzzi è giornalista e autore di uno tra i libri di testo più utilizzati negli atenei italiani: “Professione giornalista”. Il suo è lo sguardo dello storico che non può fare a meno di osservare che nel nostro Paese non esiste quel vallo che le redazioni anglosassoni riescono a mettere fra sé e la proprietà. Non c’è insomma l’indispensabile barriera che dovrebbe separare la newsroom, la fabbrica delle notizie, dall’editore, o comunque da chi mette il denaro.
“Da questo punto di vista – chiarisce Papuzzi - ci sono diversi modelli a cui tendere per evitare la contaminazione tra proprietà e giornalisti. L’esempio più suggestivo è senza dubbio quello della cooperativa adottato a Le Monde. Si tratta di una realtà che presenta alcune problematiche di carattere economico, ma senza dubbio resta l’ipotesi più affascinante dal punto di vista dell’indipendenza di chi scrive”.

Del resto i numeri indicano una forte sfiducia nell’informazione da parte dei cittadini, soprattutto nel settore della carta stampata che continua a perdere lettori. L’impressione che l’opinione pubblica non riesca a formarsi è solo la conseguenza di un clima di generale distacco che non dipende unicamente dalle ingerenze delle varie proprietà nei giornali. I primi a soccombere sono infatti i quotidiani di partito: “La fine dell’idea di appartenenza nella politica è la causa della crisi di questi giornali, che sono diventati per primi l’anello debole del sistema editoriale”.

Dal dopoguerra ad oggi ci sono stati fenomeni che hanno mutato diverse volte il quadro delle proprietà. Dalla politica agli industriali sino al mondo della finanza.  “Il periodo più felice per l’indipendenza dei giornalisti è sostanzialmente coinciso con i cicli di espansione dei giornali. In una fase di contrazione, come quella odierna, è più difficile che i giornalisti affermino il proprio ruolo”. Anche le nuove tecnologie, secondo Papuzzi, giocano a sfavore dell’indipendenza, perché “non sono ancora padroneggiate” dalla maggior parte dei redattori.

Quella della proprietà non è comunque l’unica variabile da tenere in considerazione: “Nel giornalismo anglo-americano c’è una grande tradizione di autonomia che proviene proprio da parte della stessa categoria dei giornalisti. La chiave è proprio questa: deve essere il giornalista a difendere la sua indipendenza. In Italia siamo chiaramente molto lontani da questa prospettiva”.

Papuzzi opera una sorta di rivoluzione copernicana della problematica, ribaltando di fatto il ruolo del giornalista: da oggetto che subisce l’azione della proprietà a soggetto che propone la linea: “La capacità dei giornali di fare informazione secondo la logica dell’articolo 21 va riportata alla volontà del singolo giornalista di non tradire il suo ruolo e la sua missione. Questo rimane anche l’aspetto più affascinante del mestiere. Ciò che conta è la capacità del giornalista di essere fedele alla sua missione e di saper creare competizione fra le pubbliche opinioni”.

Servizi collegati:

Progetto Einaudi-Albertini
La fotogalleria dell’evento
Lo speciale televisivo
Diretta web della prima giornata
Il mini-sito con le schede dei partecipanti
Il video di Daniele Manca (Corriere della Sera)

Guida alla rete:

Università degli Studi di Urbino
Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino

Sullo stesso argomento:

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Se l’informazione viaggia a spese degli sponsor http://ifg.uniurb.it/2009/03/09/ducato-online/se-linformazione-viaggia-a-spese-degli-sponsor/926/ http://ifg.uniurb.it/2009/03/09/ducato-online/se-linformazione-viaggia-a-spese-degli-sponsor/926/#comments Mon, 09 Mar 2009 14:46:42 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=926 Gli inserzionisti rischiano di cannibalizzare il giornalismo turistico. Nelle riviste di viaggi è tradizionalmente difficile distinguere tra la comunicazione pubblicitaria e l’informazione giornalistica. L’Ordine dei giornalisti della Lombardia sulla questione lavora da tempo: con procedure disciplinari contro le pubblicazioni del settore, la creazione di un Osservatorio e, qualche settimana fa, con l’approvazione di un “Codice di comportamento”, che dovrebberegolamentare il rapporto tra riviste di viaggi e pubblicità.

Si tratta del primo codice deontologico in questo settore e il suo varo è stato accolto da critiche: sia dalle associazioni dei consumatori come il Codacons (che pure negli anni passati avevano richiesto delle norme), sia, per ragioni diverse, i responsabili delle principali riviste di viaggi italiane.

Crisi di vendite e credibilità

Le principali riviste che si occupano di turismo in Italia sono 15 e non se la passano bene. Il numero complessivo di copie vendute mensilmente, sommando i dati Ads (“Accertamenti diffusione stampa”), riferiti a dicembre 2008, non supera però la quota di 800 mila. Quasi 200 mila copie in meno vendute rispetto all’anno precedente. Secondo l’Ordine dei giornalisti della Lombardia, la crisi dell’editoria turistica non è dovuta soltanto alla recessione generale e non è pienamente omologabile alle difficoltà dei giornali generalisti. C’è un fattore in più: le pressioni degli inserzionisti.

Letizia Gonzales, presidente dell’Ordine lombardo, arriva a parlare di “sistema ricattatorio innescato dagli inserzionisti”, denunciando la “sempre maggiore invadenza” di questi ultimi anni: “La credibilità di alcuni giornali ne è risultata minata: viene infatti condizionato il libero agire dei giornalisti e generata confusione tra i lettori”.

Nel 2008 l’Ordine ha avviato una procedura disciplinare contro alcune riviste per comportamento deontologicamente scorretto. “Non mantenevano ben separata l’informazione editoriale da quella promozionale”, dice la presidente Gonzales . Impossibile distinguere la pubblicità a pagamento dagli articoli giornalistici.

Il 21 gennaio il Consiglio regionale ha deliberato, primo e unico caso in Italia, il “Codice di comportamento del giornalismo turistico e di viaggi”. Un decalogo che impone di rendere esplicite le sponsorizzazioni all’interno degli articoli e di tutti gli spazi extra pubblicitari. Il Codice non avrà un valore vincolante, ma diventerà uno strumento ufficiale nell’interpretazione delle norme deontologiche.

“Sono stati i giornali stessi – spiega Gonzales – a chiederci regole che fossero le più precise possibili Oramai sono pochi gli editori che sostengono le spese per i reportage e i servizi. Nella maggior parte dei casi si ricorre agli inserzionisti o all’abilità dei singoli collaboratori nel trovare da soli sostegni per i viaggi. Quasi sempre gli articoli sono intermente spesati da sponsor”.

Le nuove norme

Il codice prevede, tra l’altro:

  • Obbligo di esplicitare, nell’articolo, l’ente che ha sponsorizzato il viaggio: il lettore deve essere interamente informato sui condizionamenti materiali intervenuti nella realizzazione del servizio. In mezzo ai giudizi su alberghi, voli e ristoranti, il giornalista dovrà specificare anche chi pagato pernottamenti, trasporti e pranzi.
  • Forti limiti alla pubblicità indiretta. Se una rivista realizza uno speciale in collaborazione con sponsor, questi spazi informativi devono distinguersi nell’impaginazione grafica dal resto del giornale. La pubblicità deve essere facilmente riconoscibile.
  • I giornalisti che partecipano ai viaggi organizzati da allo scopo di pubblicizzare strutture e siti turistici, non possono fermarsi oltre la scadenza del soggiorno e non sono poi obbligati a scrivere un articolo.

Il Codacons non ci sta

Il Codacons, che tre anni fa aveva inviato un esposto su questi argomenti all’Ordine nazionale, non è però soddisfatto del nuovo codice: invece di rimediare a un problema ne crea un altro. Ad avviso dell’associazione dei consumatori, il decalogo dell’Odg lombardo legittima di fatto la sponsorizzazione privata dell’informazione turistica. Gli sponsor potranno prezzolare i giornalisti, i quali si limiteranno soltanto a ringraziare pubblicamente, eludendo l’art. 1 della “Carta dei doveri del giornalista”, che proibisce di accettare “rimborsi spese, elargizioni, vacanze gratuite, trasferte, inviti a viaggi”.

“Si tratta di un pericoloso precedente – dice Carlo Renzi, presidente Codacons – che, peraltro, se venisse esteso ad altri settori, potrebbe portare giornalisti parlamentari a essere ospiti tutto l’anno a Roma a spese di qualche membro del Governo o inviati che devono seguire un processo a essere spesati dall´imputato”. Per questo, il Codacons ha presentato un ricorso al Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti.

Argomentazioni che, secondo Letizia Gonzales, non tengono conto di come le cose si sono evolute. “La carta dei doveri è del 1963, nel frattempo il rapporto tra inserzionisti e giornalisti si è fatto molto più complesso. C’era bisogno di ragionare sull’esistente e impedire la prosecuzione di rapporti perversi con i privati. Il Codacons è in ritardo di 15 anni”.

“Mi fanno tenerezza sia l’idea di Codice di comportamento che la polemica del Codacons”, commenta sarcastico Alberto Solenghi, consulente editoriale di riviste turistiche di successo come “Weekend e Viaggi” e “Turisti per caso” “Il problema è strutturale. Si è smesso di fare giornali pensati per il lettore è si è cominciato a farli indirizzati soltanto al cliente pubblicitario”.

E’ veramente così?

La redazione del supplemento di informazione turistica di Repubblica non accetta viaggi sponsorizzati da enti privati. Ammette però Roberto Caramelli, caporedattore dei “Viaggi di Repubblica, che la maggior parte della rivista è realizzata da collaboratori per i quali “la regola non vale, si organizzano come possono”. “Condivido – dice Caramelli – il principio del Codice. Sia chiaro però che nel rapporto con gli sponsor privati il giornalista utilizza innanzitutto il buon senso. Se si trova male con una linea aerea che lo fa volare gratis, sicuramente non la elogerà. Al massimo si limiterà a Silvestro Serra, direttore di “Gente Viaggi” dice di aver già anticipato le norme del decalogo: nel suo giornale applica il principio del “truth in travel” (resoconto rigorosamente veritiero dell’esperienza del viaggio): “A Gente Viaggi – aggiunge – gli inserzionisti hanno voce in capitolo solo sugli spazi pubblicitari”. Ma c’è anche chi invita al realismo e accusa indirettamente il nuovo codice di avere intenzioni utopiche.

Luciano Di Pietro, direttore di “Bell’Italia” e “Bell’Europa, dice di non pensare “né bene né male” del codice, ma aggiunge: “Sembrano i soliti ideali difficilmente perseguibili. L’intenzione di fare un’informazione turistica completamente a spese dell’editore mi pare completamente utopico. Le mie riviste, comunque, provano a lavorare in assoluta autonomia”.

Gli fa eco Mariella Grossi, vicedirettrice di “Dove” mensile di viaggi del Corriere della Sera, che pure dichiara che il suo giornale si tiene alla larga dalle intrusioni degli inserzionisti (“Al massimo chiediamo aiuto agli enti pubblici del turismo”). “E’ inutile – dice – fare i duri e puri. Se poi alla fine bisogna fare i conti”.

Servizi collegati:

Come la pubblicità controlla l’informazione turistica

Guida alla rete:

Codice di comportamento per l’informazione turistica
Ricorso del Codacons
Come ti seleziono il giornalista “giusto”
Sì ai viaggi stampa, ma senza condizioni

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