il Ducato » Reporter Senza Frontiere http://ifg.uniurb.it testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino Mon, 01 Jun 2015 01:40:19 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.1.5 testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato no testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato » Reporter Senza Frontiere http://ifg.uniurb.it/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://ifg.uniurb.it Reporter senza frontiere: l’Italia scala la classifica della libertà di stampa http://ifg.uniurb.it/2014/02/12/ducato-online/reporter-senza-frontiere-litalia-scala-la-classifica-della-liberta-di-stampa/57053/ http://ifg.uniurb.it/2014/02/12/ducato-online/reporter-senza-frontiere-litalia-scala-la-classifica-della-liberta-di-stampa/57053/#comments Wed, 12 Feb 2014 08:37:39 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=57053 rsfL’Italia sale nella classifica dei paesi che tutelano la libertà di stampa. A dirlo è il rapporto “World press forum index 2014″ di “Reporter senza frontiere”. Una ‘scalata’ di nove posizioni rispetto all’anno precedente che la porta a ‘conquistare’ il 49esimo posto, a soli tre passi dagli Stati Uniti, considerati “un modello” nella tutela della libertà di stampa. Ma i riflessi del caso Snowden fanno perdere agli Usa 13 posizioni in un solo anno. In vetta alla classifica la Finlandia, per il quarto anno consecutivo, mentre fanalino di coda, al 180° posto, si posiziona l’Eritrea.

Stabili dal 2013 al top della graduatoria, Paesi Bassi e Norvegia. Le ultime tre posizioni sono, invece, occupate da Turkmenistan, Corea del Nord e Eritrea: “Sono tre paesi in cui la libertà di stampa è inestistente – si legge sul rapporto – continuano ad essere buchi neri dell’informazione e luoghi pericolosissimi per i giornalisti”. New entry rispetto al 2013 il Belize, che conquista la 29esima posizione. Diffamazione, gestione sleale delle frequenze delle trasmissioni e problemi con l’attuazione del Freedom of Information Act, rischiano di minacciare la libertà di stampa ma il paese si posiziona abbastanza alto in classifica. Chi scende e chi sale. In alcune parti del mondo, nemici della libertà di stampa come censura, violenza contro i giornalisti e misure legislative per zittirli stanno diminuendo. Ma se la ‘rimonta’ di alcuni paesi fa ben sperare, molto più preoccupante è la discesa di altri. In America, gli Stati Uniti perdono 13 posizioni, a causa di “un’interpretazione eccessivamente ampia ed abusiva delle esigenze della sicurezza nazionale”. La fuga di notizie e le rivelazioni del caso Snowden e lo sforzo messo in atto nel paese per rintracciare gli autori degli ‘scoop’, avrebbero penalizzato la libertà di stampa. Anche le operazioni si sorveglianza messe in atto dal governo minacciano la privacy e non tutelano le fonti del giornalista.

Buone notizie, invece, da Panama, Repubblica Dominicana, Bolivia e Ecuador che guadagnano fino a 25 posizioni dimostrando l’importanza sempre maggiore del mezzo stampa. Cambiamenti ci sono stati in zone come il Sud Africa, salito di 11 posizioni, in cui, nel 2013, il presidente ha rifiutato di firmare una legge che minacciava di ‘compromettere’ il giornalismo investigativo; anche la Georgia, grazie al cambiamento del governo tramite libere elezioni, ha recuperato il terreno perso negli anni precedenti. A scendere sono il Guatemala che piomba al 125esimo posto, dopo l’incremento degli attacchi fisici contro giornalisti, e il Paraguay, che arriva al 105esimo a causa della censura. Misure contro la libertà di stampa sono state adottate in Africa: in Burundi, il Senato ha approvato una legge che restringe la libertà dei giornalisti mentre in Kenya, alla fine del 2013, una legge ha istituito un tribunale speciale per giudicare i contenuti audio-video. Vietnam, Uzbekistan e Arabia Saudita, agli ultimi posti, continuano a tenere sotto controllo la stampa, tramite la censura dei media digitali. Modelli in declino. La libertà di stampa è ‘contagiosa’? Il rapporto evidenzia come la situazione dell’informazione di un determinato Paese abbia un impatto anche su quelli confinanti, in positivo e in negativo. E chi dovrebbe fare da modello spesso non è in grado di farlo. L’Europa, ad esempio, è ‘dispersa’ nella classifica e non riesce a far allineare tutti i suoi Paesi sullo stesso livello di libertà di stampa. Grecia e Ungheria perdono 14 e 7 posizioni e si collocano molto più in basso di Germania e Francia. Questo, nel caso dei giornalisti greci, è dovuto ai continui attacchi da parte di Alba dorata, il partito di estrema destra. E non solo: “Il primo ministro Antonis Samaras sembra aver tagliato anche la democrazia, per risparmiare soldi”, si legge sul rapporto. Nonostante le aspirazioni regionali, Paesi come Russia o la Turchia si riconfermano vere e proprie gabbie per la libertà di stampa. La Cina continua a censurare e ad imprigionare giornalisti e blogger dissidenti e ad esercitare la sua influenza, in questo senso, anche su Hong Kong e Taiwan. La libertà di stampa nelle zone di guerra. “Il rapporto 2014 sottolinea la correlazione negativa tra libertà di informazione e conflitti. In un ambiente instabile, i media diventano obiettivi strategici per gruppi che mirano a controllare il potere”, si legge sul report. La Siria, stabile al 177 posto, è un esempio dal marzo 2011: “Non esiste alcun luogo in cui la libertà di informazione e i suoi attori siano più in pericolo”, afferma Reporter senza Frontiere. Anche l’Egitto, al 159esimo posto, ha visto un escalation di violenze contro i giornalisti per portare i media sotto il controllo dei Fratelli Musulmani. Un’ondata di arresti che ha investito non sono i blogger e reporter egiziani ma anche i loro collegi turchi, palestinesi e siriani.

L’insorgere della violenza contro i giornalisti, già prima della fine del 2013, ha portato la comunità internazionale a riflettere. Il 26 novembre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la sua prima risoluzione per tutelare i giornalisti. “Il giornalismo deve continuare ad evolversi – si legge nella risoluzione – includendo input dai media istituzionali, dagli individui privati, dalle organizzazioni, da tutti coloro che ricevono e diffondono informazioni e idee di ogni tipo, online e offline. La tutela dei giornalisti è il prerequisito essenziale per raggiungere la libertà di espressione, la democrazia, lo sviluppo sociale e la pace”.


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Associated Press spiata per due mesi dal governo americano http://ifg.uniurb.it/2013/05/14/ducato-online/associated-press-spiata-per-due-mesi-dal-governo-americano/47114/ http://ifg.uniurb.it/2013/05/14/ducato-online/associated-press-spiata-per-due-mesi-dal-governo-americano/47114/#comments Tue, 14 May 2013 17:02:11 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=47114 La sede dell'ApLe redazioni di un’agenzia di stampa sotto osservasionr come covi di malfattori,  telefoni controllati per sessanta giorni con l’unico scopo di svelare il volto della talpa. Non è la trama di un film di spionaggio, ma il retroscena di un’indagine condotta dal dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti nei confronti dell’Associated Press. L’agenzia di stampa ha fatto sapere stamattina di essere stata informata dei controlli sui tabulati di 20 linee telefoniche negli uffici di New York, Hartford e Washington, compreso il numero riservato all’AP nella sala stampa della Camera dei Rappresentanti. Oltre a un comunicato ufficiale sul suo sito, AP ha diffuso la notizia sul suo account Twitter con un video.

Gli investigatori hanno monitorato le chiamate in entrata e in uscita effettuate nei mesi di aprile e maggio del 2012, potendo così tenere d’occhio i contatti di almeno 100 reporter: tra le linee spiate, anche quelle private di cinque giornalisti (Matt Apuzzo, Adam Goldman, Kimberly Dozier, Eileen Sullivan e Alan Fram) coinvolti nella realizzazione di un rapporto che aveva fatto saltare sulla sedia il dipartimento di Giustizia.

Il 7 maggio 2012, infatti, l’Associated Press ha pubblicato i dettagli di un attentato progettato da Al Qaeda per colpire gli Stati Uniti e sventato all’ultimo con un’operazione della Cia in Yemen: dopo questa rivelazione, il dipartimento di Giustizia ha aperto un’inchiesta per capire chi fosse la fonte riservata che aveva fornito all’agenzia di stampa un’informazione talmente sensibile. Finora le autorità non hanno fornito ad Associated Press una spiegazione per giustificare i controlli telefonici, ma la stessa agenzia ritiene che siano da collegare al rapporto del maggio 2012.

“Non ci può essere alcuna giustificazione per una così ampia raccolta di comunicazioni telefoniche della Associated Press e dei suoi giornalisti – ha dichiarato il direttore esecutivo di AP Gary Pruitt in una lettera indirizzata al ministro della Giustizia Eric Holder – queste informazioni potrebbero rivelare le comunicazioni con fonti confidenziali, fornire una road map delle operazioni di raccolta di notizie e divulgare le informazioni sulle attività e le operazioni di AP che il governo non ha alcun diritto di sapere”. Pruitt ha richiesto ufficialmente al dipartimento di Giustizia di distruggere gli elenchi delle telefonate monitorate.

L’indignazione di Pruitt per quella che definisce “un’intrusione enorme e senza precedenti” ha trovato una sponda nelle parole di Christophe Deloire, segretario generale di Reporter Senza Frontiere: “Una tale palese violazione delle garanzie costituzionali deve essere oggetto di una commissione d’inchiesta del Congresso. Siamo spiacenti di vedere che il governo federale ha perpetuato le pratiche che hanno prevalso durante i due mandati di George W. Bush, quando i funzionari hanno sacrificato la protezione dei dati personali e, soprattutto, il primo emendamento sul diritto dei cittadini di essere informati. Questo caso ha dimostrato la necessità di una legge scudo federale che garantisca la protezione delle fonti dei giornalisti”.

Lo stesso panorama politico statunitense è in fibrillazione dopo quanto avvenuto. “La Casa Bianca – ha dichiarato il portavoce Jay Carney – non è a conoscenza di azioni del dipartimento della Giustizia per ottenere i tabulati telefonici di alcune linee in uso alla Associated Press o a suoi giornalisti”. Carney ha inoltre sottolineato che la Casa Bianca “non viene coinvolta in alcuna decisione presa nell’ambito di indagini penali, poiché si tratta di questioni gestite dal dipartimento della Giustizia”. Il deputato repubblicano della California Darrell Issa, uno dei più strenui sostenitori del Patriot Act, ha però puntato il dito contro l’amministrazione Obama, i cui funzionari, secondo Issa “vedono sempre più se stessi come al di sopra della legge e incoraggiati dalla convinzione che non devono rendere conto a nessuno”.

Frank Wolf, repubblicano della Virginia, ha detto al giornale Hill che l’incidente “ricorda lo scandalo Watergate. È l’arroganza del potere. Se possono farlo all’AP, possono farlo a qualsiasi testata del paese”. Anche il presidente della commissione Giustizia del Senato, il democratico Patrick Leahy, ha criticato l’operato delle autorità, chiedendosi se fosse proprio necessario violare l’indipendenza dei media acquisendo i tabulati telefonici.

Ancora più forte l’ondata di protesta che ha attraversato i social media: su Twitter, l’hashtag #ap è uno dei più popolari e si arricchisce continuamente con nuovi contributi. Il tweet di AP che stamattina ha annunciato l’indagine è stato rilanciato finora 177 volte e, sebbene la Casa Bianca abbia preso le distanze dall’indagine su Associated Press, gli utenti continuano a chiedersi: “Come può la stampa essere il cane da guardia del potere, se il governo ficca il naso persino nelle sue telefonate?”.

 

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