Terra malata http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca Inchiesta sui rifiuti tossici in Molise Sun, 27 Apr 2014 21:52:23 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.8.1 Inchiesta sui rifiuti tossici in Molise Terra malata no Inchiesta sui rifiuti tossici in Molise Terra malata http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca Ringraziamenti http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/24/ringraziamenti/ http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/24/ringraziamenti/#comments Thu, 24 Apr 2014 11:46:16 +0000 http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/?p=309 [continua a leggere]]]> Grazie a Palmina Giannini, per il suo coraggio; a Monica De Filippo e l’associazione Mamme per la salute e l’ambiente di Venafro, per la loro tenacia; a Paolo De Chiara, per la sua professionalità; a Vincenzo Musacchio e l’associazione Co.Re.A., per l’impegno e l’attenzione al territorio e ai giovani.

Grazie a Carlo Felice Dalla Pasqua, che mi ha seguito nella realizzazione di questa inchiesta. E grazie a Matteo Marini, Alessio Sgherza, Federico Formica e Laura Venuti che ci hanno supportato e sopportato per i due anni di praticantato.

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Le Mamme per la salute e l’ambiente di Venafro http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/24/le-mamme-per-la-salute-e-lambiente-di-venafro/ http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/24/le-mamme-per-la-salute-e-lambiente-di-venafro/#comments Wed, 23 Apr 2014 23:10:00 +0000 http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/?p=283 [continua a leggere]]]> mamme VenafroSono giovani donne, lavoratrici e madri. Donne che dopo il lavoro, la casa e i compiti dei figli hanno ancora la volontà e la forza di impegnarsi per l’interesse della loro città. Sono le volontarie dellassociazione Mamme per la salute e l’ambiente di Venafro. Una Onlus nata dieci anni fa dall’unione di un gruppo di amiche accomunate da una strana coincidenza: i loro figli erano affetti da allergie alimentari e respiratorie. Una coincidenza che si è trasformata in un sospetto e le ha portate ad indagare sulle possibili cause.

Venafro è una cittadina che canalizza il traffico della regione da e verso Lazio e Campania: per raggiungere l’autostrada il passaggio nel centro abitato è quasi un obbligo. In più la piana di Venafro si trova tra l’inceneritore di Pozzilli (Colacem) e il cementificio di Sesto Campano (Energonut).

“Abbiamo iniziato a informarci, a leggere tanto, e da alcuni studi di settore abbiamo appreso che dove ci sono gli inceneritori la popolazione si ammala di più. Ci siamo preoccupate tanto e abbiamo iniziato a mandare una serie di lettere agli enti preposti”. Regione, Provincia, Asrem e Arpam nessuno è sfuggito alle raccomandate delle Mamme per la salute. Richieste di informazioni per capire se e con quale frequenza vengono effettuati i controlli sul nucleo industriale e sulle emissioni delle polveri sottili. “Per più di cinque anni abbiamo fatto solo questo, mandare richieste agli enti e pubblicare sul nostro sito tutti i documenti. Peccato però che siano state pochissime le risposte ricevute. Sapevamo sin dall’inizio che affrontare un argomento del genere significava mettersi contro poteri forti economici e politici”.

Ostacolate sin dall’inizio da una politica che si ricordava di loro solo in periodi di campagna elettorale, le Mamme per la salute hanno deciso di contare solo sulla sensibilità di altre donne: “Prima di diventare un’associazione, siamo riuscite a creare un gruppo molto forte facendo quelle che noi abbiamo chiamato riunioni delle pentole (ridono n.d.r.). Con un passaparola tra amiche e vicine di casa, pian piano siamo diventate quattro, poi dieci e poi una grande associazione”.

Quando le due fabbriche del polo industriale di Venafro, la Rer e la Fonderghisa, erano al centro di grandi polemiche – per la gestione poco limpida dei fratelli Ragosta e per il sospetto di smaltimento illecito di rifiuti – l’associazione non era ancora nata, ma alcune mamme erano già molto attive: “Noi abbiamo raccolto delle testimonianze di ex dipendenti della Fonderghisa che ci hanno indicato i punti dove sono state interrate le scorie”. Il padre di una di loro ha lavorato per vent’anni nell’acciaieria ed è scomparso a causa di un carcinoma vescicale: “Mi è stato detto che non c’è correlazione tra la malattia di mio padre e il suo lavoro, ma lui ha respirato amianto per anni come si fa a non tenerne conto? La Fonderghisa è piena di amianto. È nel rivestimento esterno, nelle pareti, eppure non è ancora stata bonificata”.

Così come non è stato ancora chiarito dove gli scarti dell’acciaieria siano stati interrati: “Dal terreno sospettato emergono rifiuti in superficie – dicono le Mamme per la salute – basterebbe scavare e analizzare. Ma la cosa più importante è sapere cosa si cerca, perché se si cerca un inquinante specifico e non lo si trova si fa presto a dire che il sito è pulito”.

Ma questo è il passato e per quanto sia importante stabilire la verità ciò che oggi interessa di più le Mamme per la salute è poter migliorare il presente, soprattutto per i loro figli. “La nostra unica richiesta, da dieci anni a questa parte, è sapere se il territorio è sotto controllo; se Regione, Provincia ed enti svolgono i controlli sull’inquinamento dovuto al traffico e alle fabbriche”.

Più volte l’associazione è stata costretta a mettere in mora il comune di Venafro che ignorava le richieste delle Mamme di poter visionare i documenti pubblici relativi soprattutto al cementificio Colacem e all’inceneritore Energonut; casi particolari per i quali l’associazione sta monitorando, con qualche riserva, il rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale.

“Noi non facciamo comizi nelle piazze, non cerchiamo di persuadere le persone a darci ragione, ma vogliamo solo far capire l’importanza di cercare la verità nei documenti ufficiali. Il problema ambientale è molto complesso da affrontare e spiegare, per questo l’informazione passa solo attraverso il nostro sito dove pubblichiamo tutto, compresi gli esiti delle nostre ricerche”. Analisi che spesso, oltre a portare via del tempo, sono anche molto costose: come l’analisi del latte materno per verificare la presenza di diossina. Costato più di 700 euro e circa quattro anni di lavoro, l’esame, effettuato su una donna residente a Venafro, ha dimostrato che il livello di diossina presente nel latte materno era superiore ai livelli di una donna residente a Parma. “Abbiamo pubblicato sul sito dell’associazione i risultati delle analisi, mentre negli stessi mesi il rappresentante dell’Arpa dichiarava pubblicamente che i nuovi impianti industriali della piana di Venafro non emettono diossina”.

Informare e sensibilizzare i cittadini sulle tematiche ambientali è l’obiettivo principale delle Mamme per la salute: “La presa di coscienza della popolazione sulle ricadute dell’inquinamento sulla salute è molto recente, si è affermata solo negli ultimi due anni. È importante per noi non abbassare la guardia proprio ora”.

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Il “terreno a riposo”e i verbali di Schiavone,due storie e un unico destino http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/23/il-terreno-a-riposo-e-i-verbali-schiavone-due-storie-e-forse-un-unico-finale/ http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/23/il-terreno-a-riposo-e-i-verbali-schiavone-due-storie-e-forse-un-unico-finale/#comments Wed, 23 Apr 2014 09:34:34 +0000 http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/?p=242

Prima e dopo Schiavone, sulle tracce dei rifiuti tossici in Molise on Dipity.

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Giannini e De Chiara:interviste a due testimoni http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/21/rifiuti-tossici-in-molise-le-interviste-integrali-dei-portagonisti/ http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/21/rifiuti-tossici-in-molise-le-interviste-integrali-dei-portagonisti/#comments Mon, 21 Apr 2014 15:55:17 +0000 http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/?p=204 [continua a leggere]]]> Palmina Giannini ripercorre i ricordi legati al terreno a riposo della Masseria Lucenteforte di Ernesto Nola. Un terreno dove, anni fa, lei e i suoi figli hanno visto i camion scaricare rifiuti industriali. Oggi quel terreno appare incustodito, con sacchi di plastica, teli, ferro e ghisa che emergono in superficie. “Se fosse stato bonificato davvero – dice Palmina Giannini – qualche contadino l’avrebbe coltivato sicuramente”.

Il giornalista molisano Paolo De Chiara, autore del libro-inchiesta Il veleno del Molise, spiega il suo punto di vista sulla pubblicazione dei verbali dell’ex boss dei Casalesi, Carmine Schiavone, e le rivelazioni riguardanti il traffico di rifiuti tossici in Molise.

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Le immagini dei rifiuti:dalla fabbrica ai terreni http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/19/le-immagini-dei-rifiuti-dalla-fabbrica-ai-terreni/ http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/19/le-immagini-dei-rifiuti-dalla-fabbrica-ai-terreni/#comments Sat, 19 Apr 2014 14:13:38 +0000 http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/?p=200 [continua a leggere]]]> Così appare la Fonderghisa oggi. Dopo la chiusura nel 2005 e i sopralluoghi dell’Esercito nel 2011 per escludere la presenza di uranio impoverito, nella vecchia acciaieria del polo industriale di Pozzilli-Venafro ci sono ancora fusti vuoti, barattoli di vernice e sacchi grigi.

Sacchi molto simili a quelli che il terreno a riposo di Ernesto Nola sta lentamente riportando in superficie insieme a scarti di ferro, ghisa e teli di plastica.

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Da Termoli a Venafro, annidi inchieste sui rifiuti tossici http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/16/da-termoli-a-venafro-anni-di-inchieste-giudiziarie-sui-rifiuti-tossici/ http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/16/da-termoli-a-venafro-anni-di-inchieste-giudiziarie-sui-rifiuti-tossici/#comments Wed, 16 Apr 2014 20:30:23 +0000 http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/?p=150

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Musacchio (Co.Re.A.):manca il registro tumori http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/14/co-re-a-unassociazione-per-combattere-la-corruzione/ http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/14/co-re-a-unassociazione-per-combattere-la-corruzione/#comments Sun, 13 Apr 2014 22:29:39 +0000 http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/?p=101 [continua a leggere]]]> «Siete delusi da fatti che parlano di corruzione, da persone che, invece di cercare il bene comune, cercano il proprio interesse. Anche a voi e a tutti ripeto: non scoraggiatevi mai, non perdete la fiducia, non lasciate che si spenga la speranza. La realtà può cambiare, l’uomo può cambiare. Cercate voi per primi di portare il bene, di non abituarvi al male, ma di vincerlo».

Le parole di papa Francesco e poco più sotto la foto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Sono questi i simboli, scelti come guide spirituali e morali, che appaiono sulla prima pagina del sito internet della Commissione regionale anticorruzione del Molise (Co.Re.A.).

Co.Re.A. è la prima (e per il momento l’unica in Italia) associazione di volontari uniti nella lotta alla corruzione non solo nella pubblica amministrazione ma anche in altri settori come l’ambiente e la sanità. Non a caso all’interno dell’associazione è stato istituito un Comitato di difesa della salute pubblica – composto da oncologi, chimici e altri esperti – dedicato anche allo studio delle correlazioni tra siti contaminati dai rifiuti e aumento delle patologie tumorali in regione.

Vincenzo Musacchio  Presidente Co.Re.A.

Vincenzo Musacchio – Presidente Co.Re.A.

L’idea di creare questa struttura di controllo periferica è nata da Vincenzo Musacchio che diversi anni fa, in qualità di professore di diritto penale all’Università del Molise, vinse un concorso europeo in materia di anticorruzione che lo portò a trascorrere un periodo di tempo a Bruxelles: “Lì scoprii che alcune nazioni, come la Francia e l’Olanda, hanno delle commissioni regionali anticorruzione, non associazioni ma organi riconosciuti dallo Stato. Mi colpì l’idea che si potesse combattere la corruzione in modo così capillare e pensai che sarebbe stato bello portare questa idea anche in Italia”.

Ma nel Bel Paese tutto sembra essere più complicato e il riconoscimento da parte delle istituzioni non è mai arrivato: “Ho provato più volte a chiederlo alla Regione – racconta Vincenzo Musacchio – ma sia la precedente amministrazione sia l’attuale non si sono rese disponibili in tal senso, anzi mi hanno risposto che contrastava con i principi fondamentali dell’ordinamento giuridico (scuote la testa ridendo n.d.r.). Così ho scelto la formula dell’associazionismo. All’inizio eravamo davvero solo quattro persone, tutti amici. Ero un po’ sfiduciato, perché pensavo che difficilmente avrebbe preso piede”.

Da quel 16 ottobre 2012, quando Co.Re.A è stata iscritta nel registro delle imprese di Larino (provincia di Campobasso), sono passati due anni e oggi può contare su più di 3000 seguaci tra soci effettivi, aderenti e simpatizzanti. Questa associazione accetta anche le denunce anonime dei cittadini. “Riceviamo centinaia di esposti e segnalazioni – spiega il presidente – che poi trasmettiamo alle autorità competenti come la Corte dei Conti, la Prefettura e la procura della Repubblica. Alcune delle inchieste attualmente in corso in Molise sono partite proprio dalle segnalazioni inviate alla Commissione”.

Ma l’associazione, attraverso dibattiti e convegni sul territorio, svolge anche un ruolo informativo che trova grande riscontro nei cittadini. “Mi sono accorto che le persone spesso sono completamente disinformate su quello che accade in Molise, non sanno di avere, a poche centinaia di metri dalle loro case, terreni contaminati dai rifiuti”.

È anche per questo motivo che Vincenzo Musacchio ha scritto e diffuso gratuitamente il dossier Molise Oscuro, che racchiude tutte le inchieste giudiziarie sui rifiuti tossici in regione. 40 pagine di indagini e operazioni di polizia: dall’ultima Open Gates, partita nel 2009 e attualmente in corso, sul Cosib di Termoli (Consorzio per lo sviluppo industriale della Valle del Buferno) all’operazione Mosca del 2004 sul lombrichificio di Guglionesi, tra i primi 20 siti tossici in tutta Italia. Una struttura nata apparentemente per l’allevamento dei lombrichi e in realtà copertura per l’interramento dei rifiuti dei Casalesi. Dove ricorrono nomi e personaggi vicinissimi al clan camorristico come la ditta prestanome dei Caturano e l’avvocato Chianese, il re dei rifiuti, l’inventore del cosiddetto metodo “sandwich”. E poi ancora la piana di Venafro.

INTERVISTA MUSACCHIO – PRIMA PARTE

È sufficiente elencare i fatti uno dopo l’altro, in ordine cronologico, per capire che il problema dei rifiuti e dell’inquinamento ambientale in Molise non è cosa nuova, conosciuta grazie all’ex boss Carmine Schiavone. Ma è un problema che risale almeno agli anni ’90 di cui tutti sapevano. Allora come si spiegano i ritardi nelle indagini e di conseguenza la prescrizione dei reati? Vincenzo Musacchio non ha dubbi: “La responsabilità è della connivenza tra controllati e controllori. La responsabilità è della politica, degli industriali e ovviamente della criminalità organizzata. Con una complicità di questo tipo non sarebbe mai potuto emergere nulla”.

INTERVISTA MUSACCHIO – SECONDA PARTE

Un perimetro di illegalità che va oltre la piana di Venafro e le zone vicine al confine campano, ma si estende fino al basso Molise, verso il mare Adriatico di Termoli e Larino, abbracciando un’intera regione. Un problema che non riguarda solo la camorra e l’illegalità dei traffici dei rifiuti, ma anche e soprattutto la salute dei cittadini. La Commissione anticorruzione, attraverso il suo Comitato di difesa della salute pubblica, ha provato a fare delle stime sull’aumento delle neoplasie ed è emerso che dagli ’70 – ’80 ad oggi sono quasi raddoppiati i casi di tumori alle vie respiratorie. Da mesi Co.Re.A. cerca di ottenere dall’Azienda sanitaria regionale, nel rispetto della privacy dei cittadini, i dati sulla richiesta di esenzioni per malattie tumorali. Finora non ha ricevuto nessuna risposta: “Aspetterò la scadenza dei termini di legge – dice il presidente – e poi presenterò un esposto alla procura della Repubblica per omissione di atti d’ufficio”.

INTERVISTA MUSACCHIO – TERZA PARTE

Inconvenienti che si sarebbero potuti evitare se il Molise fosse riuscito ad avviare il registro tumori, per il quale Regione e Asrem sono a lavoro da almeno dieci anni. Un ritardo che per il presidente Musacchio ha una sola spiegazione: “Se il registro tumori ancora non c’è è perché probabilmente nessuno lo ha mai voluto. Di sicuro ci sono delle responsabilità omissive e oggettive delle autorità competenti”.

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Fonderghisa, la fabbrica dei veleni tra Pozzilli e Venafro http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/08/fonderghisa-spa-la-fabbrica-dei-veleni-tra-pozzilli-e-venafro/ http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/08/fonderghisa-spa-la-fabbrica-dei-veleni-tra-pozzilli-e-venafro/#comments Tue, 08 Apr 2014 21:59:46 +0000 http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/?p=82 Oggi della Fonderghisa resta solo un enorme ammasso di ruggine e vetri rotti. A terra, accanto al cancello principale, un cartello tagliuzzato indica l’inizio dei lavori di demolizione: la data è il 18 febbraio 2013. Ma al di là della recinzione gialla ci sono ancora i resti di quella che un tempo è stata la più grande acciaieria molisana. Certo i macchinari non ci sono più, sono stati smantellati e portati via, ma a terra c’è ancora un tappeto di polvere grigiastra. Nei depositi ci sono barattoli di vernici e solventi. Mentre lungo il percorso che costeggia un lato della fabbrica sono ammucchiati grandi sacchi grigi, fusti di benzina e di altre sostanze non più riconoscibili dall’etichetta ormai sbiadita.

La Fonderghisa, nata negli anni ’70, è stata tra le prime fabbriche del polo industriale Pozzilli-Venafro. Rilevata, nel 1992, dalla Gepi (Società per le Gestioni e Partecipazioni Industriali), in sei anni è diventata il principale polo europeo per la produzione della ghisa. Con oltre 450 operai e importanti partner nazionali e internazionali, il 10 novembre 1998, l’acciaieria è stata ceduta dall’ex Gepi (nel frattempo diventata Italvia) al Gruppo Poletto, proprietario di una ventina di aziende e già fortemente indebitato. Da questo momento si è aperta una crisi gestionale senza via d’uscita. L’industriale veneto in meno di tre anni ha creato, nei bilanci della Fonderghisa, un buco di 50 miliardi di vecchie lire, portandola nel 2001 sull’orlo del fallimento. Ma nel 2002 entrano in scena i fratelli Ragosta.

Francesco e Giovanni, figli di Giuseppe Ragosta (assassinato a 52 anni probabilmente per un regolamento di conti), appartengono ad una famiglia molto vicina al clan camorristico Fabbrocino. Già molto attivi nel settore meccanico, alberghiero e immobiliare, decidono di dirottare gli interessi della holding in Molise, comprando rispettivamente la Rer e la Fonderghisa Spa. Evidentemente però l’obiettivo non era rilanciare il piano industriale delle due acciaierie.

In poco tempo partono i licenziamenti immotivati, lo svuotamento e lo smantellamento progressivo delle fabbriche. La Fonderghisa Spa verrà dichiarata fallita dal Tribunale di Isernia nel novembre 2005, mentre la Rer chiuderà definitivamente il 16 novembre 2011. Un anno dopo, il 19 marzo 2012, i tre fratelli Ragosta, Francesco, Giovanni e Fedele, vengono arrestati dalla Guardia di Finanza di Napoli. L’operazione “Bad Iron” porterà misure restrittive per 47 persone, tra cui 16 giudici tributari, con accuse a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso, riciclaggio di denaro e bancarotta fraudolenta.

Dopo anni di tentativi di vendita da parte della curatela fallimentare, nel maggio 2011 la Fonderghisa viene acquistata all’asta dal gruppo Valerio di Isernia, già proprietario della Smaltimenti Sud srl, ditta per il trattamento dei rifiuti.

Negli anni sono state gettate grandi ombre sulla Fonderghisa. La giornalista del Mattino, Rosaria Capacchione (oggi senatrice Pd), negli ’90 scriveva di carri armati provenienti dalla ex Jugoslavia, e quindi carichi di uranio impoverito, sciolti negli altiforni dell’acciaieria molisana. Rifiuti radioattivi che, stando ai racconti degli operai della fabbrica e dei contadini, sarebbero poi stati smaltiti illegalmente nei terreni della piana di Venafro, a pochi chilometri dal polo industriale. Dello smaltimento dei rifiuti si occupava la ditta Rasmiper di Antonio Moscardino. E proprio lui negli stessi anni lavorava alla bonifica del terreno della masseria Lucenteforte di Ernesto Nola. Una testimone, Palmina Giannini, ha visto i camion dell’acciaieria scaricare, “a tutte le ore del giorno e della notte”, nelle grandi buche del terreno “sostanze grigie e polveri fumanti”.

Nel dicembre 2011 il procuratore di Isernia Paolo Albano, che indagava sulla Fonderghisa già da un anno, ha richiesto l’intervento del nucleo speciale NBC (Nucleare, Biologico e Chimico) dell’Esercito per un’indagine sulla radioattività all’interno della fabbrica. In realtà precedentemente erano già stati disposti dei controlli, nel 2004 e nel 2009, ma non erano serviti a calmare la pressione dell’opinione pubblica. Nell’ultimo sopralluogo l’Esercito e la Forestale, sulla base di analisi di campioni di terra prelevati dall’acciaieria, hanno escluso la presenza di uranio impoverito, rilevando solo tracce di uranio naturale. 

“Le indagini non si fermano mai, continueremo a indagare anche sui rifiuti che sono stoccati nello stabilimento”, disse il procuratore Albano nella conferenza stampa tenuta proprio all’interno della Fonderghisa. Dichiarazione rafforzata anche dalle parole del Comandante Giovanni Potena: “Per il materiale speciale, rinvenuto nello stabilimento, abbiamo fatto decollare un piano di caratterizzazione e di identificazione a cui applicheremo la normativa comunitaria. Ovviamente, il corpo forestale non smetterà di dare un’occhiata a questa situazione”.

Era il dicembre 2011, a distanza di tre anni restano irrisolti gli interrogativi sulla presenza di amianto nel rivestimento e nelle mura della fabbrica. Inoltre, nell’acciaieria ci sono ancora fusti vuoti, barattoli di vernice e sacchi grigi. Sacchi molto simili a quelli che il terreno a riposo di Ernesto Nola sta lentamente riportando in superficie.

 

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Nola: “Sono parte lesa,l’interramento dei rifiutiè avvenuto a mia insaputa” http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/08/primo-terreno-sequestrato-di-vittorio-nola/ http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/08/primo-terreno-sequestrato-di-vittorio-nola/#comments Tue, 08 Apr 2014 21:58:30 +0000 http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/?p=53 L’8 gennaio 2014, anche nelle terre molisane si è iniziato a scavare alla ricerca di rifiuti tossici. Il primo terreno isolato e controllato dalla procura di Isernia, sotto la supervisione della guardia Forestale e dei tecnici dell’Arpa Molise, è stato quello di Vittorio Nola, presidente del Consorzio di bonifica della piana di Venafro.

“Sembrava di essere in un film. Tutta quella gente vestita con tute argentate e mascherine. Avevano in mano degli strumenti particolari per rilevare la presenza di ferro nel terreno”. Questa è la prima immagine che Vittorio Nola ha delle due giornate di scavi sulla sua proprietà in località Torciniello a Venafro.

“Ho ricevuto una telefonata dagli uomini della Forestale la sera prima. – racconta – Mi hanno detto che mezzi e personale specializzato avrebbero esaminato la mia terra. Ho avvisato i miei mezzadri e dato piena disponibilità alle autorità. Mi trovavo a Roma, ma ho fatto di tutto per essere lì la mattina seguente, perché ero il primo ad essere interessato e incuriosito da quella circostanza”.

Su una proprietà di 11 ettari, i vigili del fuoco di Benevento hanno scavato una porzione di terra di circa 4000 metri quadrati, perché in quel punto il magnetometro e il georadar avevano registrato una concentrazione elettromagnetica “molto particolare”. Stando ai racconti di Vittorio Nola, le autorità erano convinte che sotto quella particella di terra ci fossero i bidoni di rifiuti tossici e per questo hanno continuato a scavare, finché la ruspa non si è fermata. “Hanno tirato fuori un’enorme trave di ferro – spiega il proprietario – sarà stata lunga almeno quattro metri. Insieme c’erano cemento e scarti di costruzioni e un paio di fusti esausti di olio e benzina”.

Niente rifiuti tossici o radioattivi, ma comunque rifiuti che non sarebbero dovuti essere lì. “Il mio stupore era enorme, così come quello dei miei coltivatori”, dice Vittorio Nola mentre, negando un suo coinvolgimento diretto, spiega la storia del terreno.

Tra il 1988 e il 1989 la proprietà venne sottoposta ad una bonifica fondiaria per eliminare il pietrisco che rendeva la terra incoltivabile e sostituirlo con terreno vegetale. Nola in quel periodo, per motivi di lavoro, si divideva tra Roma e Torino e fu il suo mezzadro ad occuparsi di tutto. Dice di aver preso accordi con  persone di Venafro per eseguire i lavori, ma non ci sono carte o contratti che possano testimoniarlo. È riuscito a risalire all’anno dei lavori grazie al figlio del suo precedente mezzadro, ora scomparso, che proprio nell’88 partì per fare il militare. “Le uniche carte che esistono – spiega – potrebbe averle la Forestale che all’epoca credo abbia dato l’autorizzazione ai lavori. In quel periodo, infatti, a Venafro molti coltivatori, imprenditori agricoli e proprietari hanno accettato di farsi bonificare i terreni, per questo credo che debbano esserci delle autorizzazioni”.

Vittorio Nola si presenta come parte lesa nella vicenda, per due motivi principali: si ritiene truffato da chi ha eseguito la bonifica fondiaria del terreno, interrando rifiuti a sua insaputa, ed è amareggiato con le autorità che non hanno escluso da subito la presenza di rifiuti tossici. “Le indagini sul mio terreno – dice – sono state fatte proprio nei giorni in cui si parlava delle dichiarazioni di Carmine Schiavone, la mia preoccupazione non era tanto a livello personale o per la mia proprietà, ma era vedere accostare il nome del Molise e del territorio venafrano alla terra dei fuochi campana”.

Una preoccupazione amplificata anche dal ruolo di responsabilità ricoperto da Vittorio Nola, che dal maggio 2013 è anche il presidente del Consorzio di bonifica della piana di Venafro, un ente pubblico che si occupa della difesa idraulica del territorio. Con oltre 5.400 associati, controlla e gestisce 150 chilometri di corsi d’acqua e 190 chilometri di canali di scolo. “Se le nostre acque fossero inquinate dai rifiuti tossici – spiega il presidente Nola – noi lo sapremmo. Inoltre, da quando ci sono io è stato modificato il criterio con cui vengono date le concessioni alle industrie potenzialmente inquinanti: ora devono garantire anche lo scarico delle acque. Non misuriamo più soltanto le emissioni in aria, ma anche quello che va a finire nei canali di bonifica. Questo ha obbligato le aziende a dotarsi di depuratori interni che prima non c’erano”.

Il presidente del Consorzio di bonifica non vuole parlare invece dell’intricata vicenda del terreno a riposo del cugino Ernesto Nola, ma di una cosa è certo: “Se c’è una lista di siti particolarmente problematici è necessario che le indagini partano da quei siti e che soprattutto si proceda ad una bonifica veloce per evitare ulteriori danni ambientali e di concorrenza nel mercato agroalimentare”.

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La testimone: “Ho vistocamion scaricare rifiutie ho raccontato tutto” http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/08/la-testimone-ho-visto-i-camion-sversare-rifiuti-diro-tutto/ http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/2014/04/08/la-testimone-ho-visto-i-camion-sversare-rifiuti-diro-tutto/#comments Tue, 08 Apr 2014 21:55:01 +0000 http://ifgnetwork.uniurb.it/labanca/?p=48 È iniziato tutto per caso, tre mesi fa, quando il figlio Davide, guardando un video su Facebook, ha riconosciuto il terreno dove da piccolo aveva “visto l’inferno, era il terreno dove i camion mettevano i rifiuti tossici della Fonderghisa”. La signora Giannini non ci ha pensato un attimo e in un commento sotto al video ha scritto: “Ho visto tutto, i miei figli hanno visto tutto e io testimonierò”. Di certo però non si aspettava di ricevere, qualche sera dopo, la telefonata di quelle che lei stessa definisce “persone autorevoli dello Stato italiano” che la esortavano a formalizzare la sua testimonianza.

“Ho testimoniato, ho firmato e non ho avuto paura”. Forse è per questo che a Venafro tutti la chiamano ‘madre coraggio del Molise’ o ‘donna d’acciaio’, per il suo tono deciso e quasi severo, per la forza che trasmette, tradita solo dallo sguardo profondamente malinconico. Palmina Giannini, 56 anni ex professoressa di italiano, è stata messa duramente alla prova dalla vita. Prima la malattia del figlio Davide, che dalla nascita soffre di neurofibromatosi: “Ho lasciato l’insegnamento per lui, per combattere la malattia accanto a lui – racconta – gli ho insegnato a leggere e a scrivere e oggi è un ragazzo autosufficiente. Per questa malattia ho dato la vita e l’anima”. Poi i problemi del marito che, già affetto da sclerosi laterale amiotrofica, è scomparso un anno fa a causa di un tumore all’intestino.

Ma la signora Giannini ha scelto di non arrendersi, prestando il suo volto e la sua testimonianza alla battaglia contro i rifiuti tossici in Molise. La sua storia è legata a doppio filo a quella del “terreno a riposo” di Ernesto Nola, perché è proprio accanto a quel terreno che Palmina da sempre coltiva i suoi uliveti. È lì che insieme al marito portava a giocare i suoi figli ed è lì che ha visto i camion scaricare, “in buche di almeno sei metri”, “sostanze grigiastre e polveri fumanti”. “Il terreno immenso era tutto scavato – racconta Palmina – e le radici degli ulivi, enormi e così belle, venivano svuotate intorno e i fossi riempiti con rifiuti industriali”.

Sono passati più di vent’anni da quell’inferno e gli ulivi sono ancora lì. Adesso i frutti non li raccoglie più nessuno perché, dopo la bonifica del 2007, il terreno della Masseria Lucenteforte è stato messo a riposo. Una bonifica che però sembra essere avvolta da dubbi e incertezze. Da un lato “al comune di Venafro ci sono i documenti che ne attestano l’esecuzione – spiega il proprietario Ernesto Nola, aggiungendo che – è tutto alla luce del sole, io ho dovuto sostenere anche delle spese e ricordare la vicenda mi fa male e mi disgusta”. Ma dall’altro lato c’è l’evidenza: dalla terra arida e nera emergono, come se fossero ramoscelli d’erba, grandi teli di plastica, scarti di ghisa, tubi e pezzi di ferro. Non sono semplicemente adagiati, sembra che siano stati riportati in superficie da chissà quale profondità. E una domanda assilla la signora Giannini: “Perché un terreno così bello, così immenso, nel centro di una pianura sta a riposo?”.

L’ultimo ad occuparsi della tenuta di Ernesto Nola è stato Antonio Moscardino, arrestato il 19 marzo del 2004 (e rilasciato pochi giorni dopo) per traffico illecito di rifiuti speciali. Nel 1995 Moscardino fu contattato da Nola per rimediare ai danni che una prima ditta, la Bimed di Alessandro Medici, aveva causato al terreno scavando più del dovuto senza rimuovere, come pattuito, tutto lo strato pietroso. Moscardino, al tempo proprietario della ditta Raspimer, aveva il compito di riempire le buche con terreno vegetale. “Lui era quello che commerciava i residui industriali”, dichiara la signora Giannini ricordando che Moscardino propose anche a suo marito di prelevare dal loro terreno la parte letto di fiume, cioè quello strato fatto di ciottoli e grosse pietre utili alle costruzioni, e sostituirlo con terreno fertile. “Ma io dissi di no – racconta Palmina – mi arrabbiai tantissimo”. Moscardino, oltre a curare la proprietà di Ernesto Nola, a quei tempi lavorava anche per la Fonderghisa e si occupava dello smaltimento dei rifiuti industriali. La signora Giannini non si esprime sulla buona o cattiva fede di Nola, “fatto sta – aggiunge – che tutti hanno visto scaricare i rifiuti in quel terreno ma nessuno parla”.

E anche per lei, “la donna coraggio del Molise”, non è stato facile, ha aspettato diversi anni prima di raccontare tutto quello che aveva visto e vissuto. Un’attesa che la cattiva sorte le ha fatto pagare amaramente. Dopo undici anni di lavoro notturno in una fabbrica di refrigeratori, il marito di Palmina decide di andare in pensione ma pochi mesi dopo inizia a stare male, a non reggersi più in piedi. Il signor Vincenzo scopre di essere affetto da Sla. “Tutto è iniziato con un capogiro, si è sentito male mentre passava accanto al nostro uliveto – ricorda Palmina – mentre guardava quei camion scaricare”. Poco tempo dopo verrà ricoverato d’urgenza in ospedale per un’emorragia all’intestino. Il tumore lo ha portato via un anno fa, la signora Giannini è certa che le malattie del marito siano state causate da fattori ambientali: “Non so se legati a quel terreno o all’orario contribuito della fabbrica, so solo che noi siamo quello che mangiamo e siamo quello che respiriamo”.

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