il Ducato » agenzie di stampa http://ifg.uniurb.it testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino Mon, 01 Jun 2015 01:40:19 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.1.5 testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato no testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato » agenzie di stampa http://ifg.uniurb.it/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://ifg.uniurb.it Associated Press spiata per due mesi dal governo americano http://ifg.uniurb.it/2013/05/14/ducato-online/associated-press-spiata-per-due-mesi-dal-governo-americano/47114/ http://ifg.uniurb.it/2013/05/14/ducato-online/associated-press-spiata-per-due-mesi-dal-governo-americano/47114/#comments Tue, 14 May 2013 17:02:11 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=47114 La sede dell'ApLe redazioni di un’agenzia di stampa sotto osservasionr come covi di malfattori,  telefoni controllati per sessanta giorni con l’unico scopo di svelare il volto della talpa. Non è la trama di un film di spionaggio, ma il retroscena di un’indagine condotta dal dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti nei confronti dell’Associated Press. L’agenzia di stampa ha fatto sapere stamattina di essere stata informata dei controlli sui tabulati di 20 linee telefoniche negli uffici di New York, Hartford e Washington, compreso il numero riservato all’AP nella sala stampa della Camera dei Rappresentanti. Oltre a un comunicato ufficiale sul suo sito, AP ha diffuso la notizia sul suo account Twitter con un video.

Gli investigatori hanno monitorato le chiamate in entrata e in uscita effettuate nei mesi di aprile e maggio del 2012, potendo così tenere d’occhio i contatti di almeno 100 reporter: tra le linee spiate, anche quelle private di cinque giornalisti (Matt Apuzzo, Adam Goldman, Kimberly Dozier, Eileen Sullivan e Alan Fram) coinvolti nella realizzazione di un rapporto che aveva fatto saltare sulla sedia il dipartimento di Giustizia.

Il 7 maggio 2012, infatti, l’Associated Press ha pubblicato i dettagli di un attentato progettato da Al Qaeda per colpire gli Stati Uniti e sventato all’ultimo con un’operazione della Cia in Yemen: dopo questa rivelazione, il dipartimento di Giustizia ha aperto un’inchiesta per capire chi fosse la fonte riservata che aveva fornito all’agenzia di stampa un’informazione talmente sensibile. Finora le autorità non hanno fornito ad Associated Press una spiegazione per giustificare i controlli telefonici, ma la stessa agenzia ritiene che siano da collegare al rapporto del maggio 2012.

“Non ci può essere alcuna giustificazione per una così ampia raccolta di comunicazioni telefoniche della Associated Press e dei suoi giornalisti – ha dichiarato il direttore esecutivo di AP Gary Pruitt in una lettera indirizzata al ministro della Giustizia Eric Holder – queste informazioni potrebbero rivelare le comunicazioni con fonti confidenziali, fornire una road map delle operazioni di raccolta di notizie e divulgare le informazioni sulle attività e le operazioni di AP che il governo non ha alcun diritto di sapere”. Pruitt ha richiesto ufficialmente al dipartimento di Giustizia di distruggere gli elenchi delle telefonate monitorate.

L’indignazione di Pruitt per quella che definisce “un’intrusione enorme e senza precedenti” ha trovato una sponda nelle parole di Christophe Deloire, segretario generale di Reporter Senza Frontiere: “Una tale palese violazione delle garanzie costituzionali deve essere oggetto di una commissione d’inchiesta del Congresso. Siamo spiacenti di vedere che il governo federale ha perpetuato le pratiche che hanno prevalso durante i due mandati di George W. Bush, quando i funzionari hanno sacrificato la protezione dei dati personali e, soprattutto, il primo emendamento sul diritto dei cittadini di essere informati. Questo caso ha dimostrato la necessità di una legge scudo federale che garantisca la protezione delle fonti dei giornalisti”.

Lo stesso panorama politico statunitense è in fibrillazione dopo quanto avvenuto. “La Casa Bianca – ha dichiarato il portavoce Jay Carney – non è a conoscenza di azioni del dipartimento della Giustizia per ottenere i tabulati telefonici di alcune linee in uso alla Associated Press o a suoi giornalisti”. Carney ha inoltre sottolineato che la Casa Bianca “non viene coinvolta in alcuna decisione presa nell’ambito di indagini penali, poiché si tratta di questioni gestite dal dipartimento della Giustizia”. Il deputato repubblicano della California Darrell Issa, uno dei più strenui sostenitori del Patriot Act, ha però puntato il dito contro l’amministrazione Obama, i cui funzionari, secondo Issa “vedono sempre più se stessi come al di sopra della legge e incoraggiati dalla convinzione che non devono rendere conto a nessuno”.

Frank Wolf, repubblicano della Virginia, ha detto al giornale Hill che l’incidente “ricorda lo scandalo Watergate. È l’arroganza del potere. Se possono farlo all’AP, possono farlo a qualsiasi testata del paese”. Anche il presidente della commissione Giustizia del Senato, il democratico Patrick Leahy, ha criticato l’operato delle autorità, chiedendosi se fosse proprio necessario violare l’indipendenza dei media acquisendo i tabulati telefonici.

Ancora più forte l’ondata di protesta che ha attraversato i social media: su Twitter, l’hashtag #ap è uno dei più popolari e si arricchisce continuamente con nuovi contributi. Il tweet di AP che stamattina ha annunciato l’indagine è stato rilanciato finora 177 volte e, sebbene la Casa Bianca abbia preso le distanze dall’indagine su Associated Press, gli utenti continuano a chiedersi: “Come può la stampa essere il cane da guardia del potere, se il governo ficca il naso persino nelle sue telefonate?”.

 

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Wikipedia, Facebook e Twitter: le (cattive?) abitudini dei giornalisti http://ifg.uniurb.it/2013/03/19/ducato-online/wikipedia-facebook-e-twitter-le-cattive-abitudini-dei-giornalisti/39046/ http://ifg.uniurb.it/2013/03/19/ducato-online/wikipedia-facebook-e-twitter-le-cattive-abitudini-dei-giornalisti/39046/#comments Tue, 19 Mar 2013 04:12:14 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=39046 Raccolta di notizie e verifica delle fonti: ecco i compiti principali di un giornalista. Guai a parlare di Wikipedia, guai a pensare che i più grandi giornalisti del mondo possano trovare le proprie notizie sui social network.

E se, invece, fossero proprio queste le loro piattaforme preferite? A far scattare il dubbio ci ha pensato “10 yetis”. Non dieci uomini delle nevi ma dieci pr (e un basset hound di nome Hugo) che dal 2005 si divertono a fare ricerche su fenomeni mediatici e sociali.

L’ultimo lavoro di questa giovane agenzia inglese di Public Relations è Likes, Loves and Loathes of Journalists based in UK, France, Germany and America (tradotto liberamente:  Quello che piace e quello che non piace ai giornalisti inglesi, francesi, tedeschi e americani), una ricerca che analizza le abitudini dei giornalisti provenienti dai quattro angoli del mondo. Oltre 2600 professionisti, attivi sulle maggiori testate internazionali, hanno risposto ad un questionario di 11 domande su temi ‘scomodi’ dell’etica giornalistica, come l’uso di Wikipedia, Twitter e Facebook per cercare notizie.

La prima parola “scomoda” è proprio Wikipedia. Dalla ricerca emerge che il 91% dei media nazionali tedeschi e l’82% di quelli inglesi usano sistematicamente Wikipedia per informarsi su un argomento di cui si stanno occupando. “Ogni giornalista che ha ammesso di usare la piattaforma partecipativa ha tuttavia precisato di verificare la correttezza di ogni informazione riportata e di usarla solo per ‘farsi un’idea’ sull’argomento in questione”, si legge nella ricerca.

Altre parole ‘scomode’ sono Twitter e Facebook. Il 70% dei media inglesi giudica Twitter un valido alleato nel lavoro quotidiano di ricerca di informazioni. Un dato significativo soprattutto se confrontato con quanto emerso per i media tedeschi: l’80% dei primi non si fiderebbe delle notizie scovate sul social network. I giornalisti statunitensi, invece, sarebbero indifferenti al suo utilizzo come fonte di informazione. Cosa nella realtà abbastanza strana, perché è proprio dagli Stati Uniti che è iniziato l’uso ‘forte’ di Twitter da parte dei politici e i giornalisti Usa sono stati i primi a rendersi conto che il social network era diventato una fonte primaria e diretta di news.

Non sono neutrali, invece, i media italiani: Giuseppe Smorto, direttore di Repubblica.it, intervistato per dare uno sguardo ai media italiani, testimonia come spesso Twitter possa servire per arrivare primi sulle notizie. “Twitter è molto utile – afferma Smorto – perché ti collega al personaggio che segui. Quando si sono sciolti i Rem, un collega che seguiva il gruppo musicale su Twitter colse la cosa al volo e diede subito la notizia che fu pubblicata in tempo reale, prima di tutti gli altri”.

Per quanto riguarda Facebook, invece, il 15% dei giornalisti francesi, tedeschi e americani intervistati ammette di usare il social network soprattutto per cercare informazioni su determinate aziende. Anche se l’organizzazione piuttosto caotica e cronologica delle pagine Facebook non è esattamente l’ideale per chi deve cercarvi notizie. “Roba da far venire il mal di testa a questi giornalisti” commentano ironici i pr autori della ricerca.

La ricerca delle notizie sui social media potrebbe, dunque, rivelarsi confusa. Tutto il contrario del caro vecchio comunicato stampa che, secondo la ricerca, è ancora lo strumento più usato dai giornalisti. Ancora Smorto, a proposito delle fonti dei media italiani, spiega: “In testa, per quanto riguarda i siti online, restano  le agenzie di stampa. Ma anche sul web, come sulla carta, rimangono fondamentali i contatti diretti che i giornalisti hanno con le fonti: strutture, organismi, istituzioni, pubbliche amministrazioni, aziende ecc… Il comunicato stampa (quasi sempre, ormai, sotto forma di e-mail) è ancora utilizzato dalle redazioni italiane ma stanno acquistando importanza le piattaforme social. Oggi, in particolare con lo sviluppo di movimenti politici molto presenti sul web, i social network devono essere costantemente monitorati”.

Nonostante i social media non si piazzino ancora in posizioni molto alte come fonti di informazione, condividere i contenuti degli articoli e ricevere like e commenti sarebbe, secondo la ricerca, una delle più grandi preoccupazioni dei giornalisti al lavoro. Ormai, quasi tutti i giornali online sono dotati di meccanismi che permettono di valutare in tempo reale quanti “mi piace” o “consiglia” o “condividi” ha ricevuto un articolo. Non c’è giornalista che non segua ansiosamente l’andamento dei suoi pezzi da questo punto di vista. E questo, a volte, viene anche prima dell’ansia della “deadline”, e dell’eccessivo carico di lavoro (nel Regno Unito ogni giornalista deve scrivere al giorno più di 7 articoli contro i 3 dei giornalisti americani) e delle pressioni da parte della pubblicità, che bombarda le redazioni.

Lo stress maggiore, comunque, verrebbe proprio dalla necessità di viralizzare la notizia, cioè di farla circolare sempre di più tra i social network. “Nel nostro gruppo di lavoro – conclude Smorto – abbiamo la figura del social media editor, un deskista incaricato di rilanciare continuamente i nostri contenuti su Facebook e Twitter, ma anche sui motori di ricerca. Io credo che questa figura debba essere ben integrata nella redazione, lavorare accanto agli altri e tenerli aggiornati sulla sua attività di ‘viralizzatore’. E’ un compito molto importante. Il nostro obiettivo, in ogni tempo, è raggiungere il maggior numero di lettori.”

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Donne giornaliste, i numeri lievitano ma pochi nomi rosa ai vertici http://ifg.uniurb.it/2012/03/07/ducato-online/donne-giornaliste-i-numeri-lievitano-ma-pochi-nomi-rosa-ai-vertici/27477/ http://ifg.uniurb.it/2012/03/07/ducato-online/donne-giornaliste-i-numeri-lievitano-ma-pochi-nomi-rosa-ai-vertici/27477/#comments Wed, 07 Mar 2012 13:54:32 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=27477 LEGGI Lucia Visca (Fnsi): "Chiediamo parità"]]>

Norma Rangeri, direttore del Manifesto

URBINO – Donne e giornalismo. Il binomio funziona alla base della professione, ma i vertici le testate rimangono al maschile. Se da un lato le donne giornaliste aumentano di anno in anno, dall’altro faticano a conquistare i ruoli di responsabilità, hanno salari più bassi e carriere molto spesso congelate.

QUOTE ROSA – In Germania una mobilitazione a favore delle quote rosa si sta attivando tra le giornaliste tedesche. Pochi giorni fa, 250 tra editori, direttori di testate ed emittenti televisive hanno ricevuto una lettera, firmata da 350 reporter e conduttrici, con la richiesta di garantire alle donne il 30% delle posizioni di responsabilità nel mondo dell’informazione.

L’auspicio è di raggiungere il traguardo in cinque anni, ma l’impresa sembra piuttosto difficile visto che oggi solo il 2% dei direttori sono donne tra gli oltre 360 quotidiani e settimanali.

L’Italia, invece, punta al 50% di poltrone importanti sia all’interno delle aziende, sia negli organi di rappresentanza. Una battaglia che la Commissione Pari Opportunità della Federazione nazionale della stampa italiana sta combattendo dal 2009.

LEGGI Il presidente Lucia Visca: “Chiediamo parità di rappresentanza, salari e carriere”

I DATI DEL 2010 – Le donne giornaliste con contratto di lavoro subordinato iscritte all’Inpgi (Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani) sono il 37,72%, ossia 11.016 su un totale di 26.552. Il numero è raddoppiato in termini assoluti rispetto a dieci anni fa, quando erano 5.592 e rappresentavano il 33,93% della professione.

Nel lavoro autonomo i numeri sono lievitati di più. Le donne iscritte all’Inpgi2 (Gestione previdenziale separata per i liberi professionisti) sono 13.444, il 42% del totale, il 6% in più rispetto al 2000 quando erano appena 3.362.

Sedia rosa nella direzione di quasi il 21% delle testate: 104 su 501.  
LEGGI Lavoro subordinato e autonomo: le giornaliste crescono del 97% e 300%

CARTA, RADIO E TV - Osservando i dati colpisce il netto squilibrio tra i direttori uomini e donne: 10 i quotidiani guidati da donne a fronte di ben 124 diretti da uomini. Comunque il trend è positivo: nel 2008 le sedie femminili erano 5, l’anno dopo 8. Alla vicedirezione troviamo 9 donne nel 2010, cinque in più rispetto al 2009.

Le caporedattrici sono 80, numero esiguo rispetto ai 445 uomini. Diminuiscono le direzioni femminili dei periodici, dalle 82 del 2008 alle 67 di due anni dopo, stabili a 30 unità le vicedirettrici.

La Rai rimane un’azienda al maschile, almeno nelle posizioni che contano: se nel 2008 erano 3 i direttori donna su 19, due anni dopo ne è rimasta solo una su 12; sempre 3 i vicedirettori che, però, sono diminuiti da 42 a 36.

Il grosso dei numeri femminili sta nei redattori ordinari, che sono 480 contro 418 uomini. Restano maschili i ruoli del corrispondente (solo una donna a fronte di 10 uomini) e dell’inviato (25 donne e 60 uomini). Tra 43 emittenti radio e tv private, erano 8 le donne direttore, una in più rispetto al 2008. Aumentano da 3 a 7 i vicedirettori in rosa.

Nulla si muove nelle agenzie di stampa: cinque erano nel 2008 e cinque sono rimaste su 18 testate. Raddoppiate le giornaliste nel Consiglio generale dell’Inpgi che sono passate da sette a 19 per la Gestione principale. Scendono da quattro a due invece le elette nella Gestione Separata.

LE GERENZE – Spulciando le struttura delle redazioni dei 10 principali quotidiani italiani (il Corriere della Sera, La Repubblica, il Sole 24 Ore, La Stampa, Il Messaggero, l’Unità, il Manifesto, il Giornale, il Riformista e Libero) spunta solo il nome di Norma Rangeri alla direzione del Manifesto. Dopo l’addio di Concita di Gregorio all’Unità, prima direzione femminine della storia del giornale, è tornato un uomo, Claudio Sardo, ad occupare la sedia. Tra i vicedirettori troviamo Barbara Stefanelli, una dei quattro vice del Corriere della Sera.

Nella categoria dei periodici qualche nome femminile in più. Tra nove settimanali (L’Espresso, Panorama, Internazionale, il Venerdì, Vanity Fair, Tv sorrisi e canzoni, Famiglia cristiana, Gente e Oggi), solo Monica Mosca a Gente occupa la poltrona della direzione.

Daniela Hamaui è direttore editoriale dei periodici della Repubblica dopo aver ricoperto il ruolo di direttore a L’Espresso, dove oggi Loredana Bartoletti coordina l’Ufficio centrale. Rosanna Mani, invece, è condirettore di Tv Sorrisi e Canzoni e Roberta Visco è uno dei due capiredattori del Venerdì.

A Vanity Fair Michela Gattermayer è vicedirettore style e immagine, mentre Ingrid Sischy e Sandra Brant sono International editors. Due vicedirettori donne su quattro all’Internazionale, Elena Boille e Chiara Nielsen.

Un po’ più rosa è il colore della televisione. Due direttori donne: Bianca Berlinguer dal 2009 al Tg3 e Sara Eugenia Varetto dal 2011 a Sky Tg 24. Tra i vicedirettori troviamo Susanna Petruni al Tg1, Ida Colucci al Tg2, Cesara Buonamici al Tg5 e Anna Brogliato a Studio Aperto. Nei posti alti di Rai News solo il nome di Raffaella Soleri come caporedattore.

PERIODICI FEMMINILI – Una piccola isola tutta al femminile è rappresentata dai periodici rivolti al mondo delle donne. Riviste patinate dove la gonna è al comando. Ecco le direttrici dei periodici rosa più famosi: Cristina Lucchini (Amica), Raffaella Carretta (Gioia), Maria Latella (A), Diamante D’Alessio (Io donna), Cristina Guardinelli (D – Donna di Repubblica), Vera Montanari (Grazia), Antonella Antonelli (Marie claire), Valeria Corbetta (Myself), Franca Sozzani (Vogue Italia), Daniela Hamaui (Velvet), Patrizia Avoledo (Donna Moderna), Danda Santini (Elle), Paola Centomo (Glamour).

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Stranieri in patria: cronisti italiani in redazioni non italiane http://ifg.uniurb.it/2009/03/25/ducato-online/stranieri-in-patria-cronisti-italiani-in-redazioni-non-italiane/679/ http://ifg.uniurb.it/2009/03/25/ducato-online/stranieri-in-patria-cronisti-italiani-in-redazioni-non-italiane/679/#comments Wed, 25 Mar 2009 10:19:02 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=679 Parlano almeno due lingue, hanno meno di 35 anni e sono quasi tutti titolari di un contratto a tempo indeterminato. Sono le “bestie rare” del giornalismo italiano, in tutto una cinquantina. Unico particolare: non lavorano per le testate italiane, ma per le grandi agenzie di stampa internazionali che operano nel nostro Paese.

Bloomberg, Reuters, Associated Press, lavorano in Italia con personale misto, espatriato e locale. Nel nostro mercato vendono soprattutto informazione finanziaria in lingua inglese, ma la Reuters produce anche informazione generalista in lingua italiana, facendo concorrenza all’Ansa e le altre agenzie nostrane. Alcuni giornalisti vengono proprio da quelle redazioni, ma spesso sono riusciti a ottenere il praticantato e iscriversi all’Ordine come professionisti, solo dopo averle lasciate. Alessandra Migliaccio, 32 anni, è una di queste.

Laureata in Storia alla Sapienza di Roma, ha vissuto fino ai 18 anni negli Stati Uniti e adesso lavora nella redazione milanese di Bloomberg che conta sette italiani su 15. “All’inizio ho lavorato per Milano Finanza – racconta – ma avevo un contratto da borsista a 800 euro al mese. Alla scadenza della borsa mi mandavano a casa per un mese e poi mi riprendevano di nuovo: impossibile in quelle condizioni farsi riconoscere il praticantato”. Poi è venuto il colloquio a Bloomberg e da subito l’assunzione a tempo indeterminato con un contratto americano che le ha permesso, due anni dopo, di farsi riconoscere il praticantato “d’ufficio”.

Come Alessandra, molti dei giornalisti di questa nicchia di mercato del lavoro sono stati reclutati con percorsi contrattuali piuttosto lineari. In genere, se l’azienda pensa di assumere, offre quasi sempre contratti a tempo indeterminato. Le competenze, soprattutto linguistiche e la conoscenza dei mercati finanziari, sembrano essere l’unico elemento determinante per un’assunzione. Non centrale, invece, sembra essere il peso della formazione nelle scuole di giornalismo. A Reuters, ad esempio, su 30 giornalisti – quasi tutti con contratto a tempo indeterminato – sei vengono da una scuola di giornalismo. Di questi, Antonella Cinelli, che ha ottenuto il praticantato frequentando la scuola di Giornalismo della Luiss, spiega che lo stage alla Reuters se l’è trovato da sola.

Diverso il caso di Marta Falconi e Ariel David, due giovani redattori di Associated Press, entrambi di 28 anni e ancora freschi di praticantato. “Mi sono laureato in Scienze della comunicazione alla Sapienza di Roma – racconta Ariel – e ho cominciato ad Ap con uno stage. Poi sono piaciuto e mi hanno fatto un contratto di praticantato”. Da qualche mese ha sostenuto l’esame di Stato per diventare professionista e adesso ha un contratto a tempo indeterminato. “Non ho mai avuto esperienze nel giornalismo italiano, ma non me ne pento perché trovo le regole del giornalismo anglosassone e americano molto più trasparenti”.

Alla Associated Press lavorano tre redattori di news, dieci fotografi e cinque giornalisti televisivi, tutti inquadrati con il contratto nazionale di lavoro dei giornalisti. Cosa che invece manca a Bloomberg che produce come Ap la sua informazione interamente in inglese e fa contratti americani che possono causare problemi per il riconoscimento del praticantato e sono più facili da sciogliere. “Alcuni giornalisti italiani – racconta ancora Alessandra Migliaccio – hanno rifiutato contratti [di Bloomberg] economicamente molto vantaggiosi, perché non si sentivano abbastanza protetti. Spesso tra gli italiani c’è una concezione del lavoro molto distante rispetto a quella del mondo anglosassone”.

Molto più italiana invece è la “nostra” Reuters, che oltre ad avere quasi tutti giornalisti inquadrati con il contratto di lavoro nazionale, produce informazione interamente in italiano. L’inglese viene usato quasi esclusivamente per comunicare con le altre redazioni sparse per il mondo e per tradurre in italiano le notizie che vengono dall’estero.

Il segmento di mercato italiano più redditizio per Reuters è tuttavia quello dell’informazione finanziaria, dove le maggiori concorrenti sono proprio le americane Bloomberg e Dow Jones. Rispetto a queste ultime però Reuters “è più vicina nel modo di lavorare alle agenzie italiane, con cui a volte si stabiliscono anche rapporti di collaborazione informale – afferma Claudia Belillo, 38 anni, laureata in economia e con un passato professionale nel settore bancario – Bloomberg invece, corre sempre da sola” E gli stipendi? Reuters paga meglio delle italiane? “Non credo – spiega – prima c’erano delle differenze, ma adesso è praticamente la stessa cosa”.

Guida alla rete

Contratto di lavoro giornalistico 2001-2005
Reuters Italia
Associated Press Italia
Bloomberg

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