il Ducato » avvenire http://ifg.uniurb.it testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino Mon, 01 Jun 2015 01:40:19 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.1.5 testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato no testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato » avvenire http://ifg.uniurb.it/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://ifg.uniurb.it Non più tagli: l’editoria italiana vuole ripartire da un accordo con Google http://ifg.uniurb.it/2013/06/08/ducato-online/non-piu-tagli-leditoria-italiana-vuole-ripartire-da-un-accordo-con-google/50030/ http://ifg.uniurb.it/2013/06/08/ducato-online/non-piu-tagli-leditoria-italiana-vuole-ripartire-da-un-accordo-con-google/50030/#comments Sat, 08 Jun 2013 19:25:44 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=50030

Il Manifesto, uno dei giornali che riceve finanziamenti

Finanziamenti pubblici sì, finanziamenti pubblici no. L’Italia si divide tra i paladini del sostegno pubblico all’editoria e chi la combatte da sempre. Un confronto inevitabile in un periodo in cui Beppe Grillo attacca la stampa quasi ogni giorno, con dure accuse (se non minacce) ai giornalisti e fa della cancellazione dei contributi un suo cavallo di battaglia.

L’Italia e il nuovo governo di Enrico Letta non ha intenzione di chiudere i rubinetti. Il nuovo sottosegretario all’Editoria, Giovanni Legnini, lo ha fatto capire chiaramente. Il suo primo obiettivo è strappare a Google quello che François Hollande ha ottenuto per l’editoria francese. Il colosso di Mountain View verserà nelle casse transalpine 60 milioni di euro ogni anno, che verranno destinati a un fondo, il digital publishing fund, dedicato alla digitalizzazione delle imprese editoriali. Un modello che, se applicato all’Italia, potrebbe coprire i 70 milioni di euro attualmente previsti per le imprese editoriali italiane.

Un’altra idea che Legnini vorrebbe portare avanti è quella di certificare la qualità dei giornali online distinguendo l’informazione professionale dal “marasma” dei blog e dei social network. Con questo provvedimento anche il giornalismo online potrà trarre beneficio dall’accordo con Google che si basa, come in Francia, sul fatto che se l’azienda americana ha dei ricavi economici dall’indicizzazione, buona parte del merito è dei quotidiani online. In questo modo i quotidiani avrebbero tutto l’interesse a investire sull’informazione digitale. In un’intervista al Corriere della sera, il sottosegretario ha detto che “una quantità rilevante di non notizie circolano in rete senza verifiche né controlli” e che “occorre una rigorosa strutturazione della filiera”. Quali saranno i criteri di qualità che certificheranno la qualità dell’informazione online e chi sarà a stabilirlo (un’altra commissione?) non è chiaro.

Legnini ne ha parlato il 3 giugno durante un tavolo tecnico con le associazioni di categoria, alla quale hanno partecipato anche Giulio Anselmi, presidente della Fieg, Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine dei giornalisti, Franco Siddi, segretario generale dell’Fnsi, e Paolo Serventi Longhi dell’Inpgi. “I fondi arriveranno, a patto che il loro stanziamento sia legato a misure per l’innovazione e l’ingresso di giovani”, ha scritto poi su Twitter il sottosegretario.

Vito Crimi, capogruppo del Movimento 5 stelle al Senato, ha presentato un disegno di legge per l’abolizione di quello che resta, circa 70 milioni di euro, dai tagli dell’ultima spending review del governo Monti (si partiva dai quasi 175 milioni del 2012). La battaglia del movimento lanciato da Beppe Grillo per l’abolizione del finanziamento pubblico all’editoria è da far risalire già al 2008. Durante il secondo “Vaffa day”, quando il Movimento 5 stelle ancora non esisteva, Grillo parlò per la prima volta in pubblico di abrogazione di ogni finanziamento pubblico ai giornali.

Ma a chi vanno i soldi? I grossi quotidiani nazionali (come Repubblica, Corriere della sera, La Stampa, Libero, Il Giornale) non ricevono finanziamenti pubblici, destinati per la maggior parte a organi di partito, quotidiani editi da cooperative di giornalisti, pubblicazioni di fondazioni o enti morali,  quotidiani italiani all’estero, stampa periodica e radio generaliste o di organi di partito.

Secondo i dati del 2011 – gli ultimi disponibili, consultabili sul sito del Governo – in testa a tutti c’è Radio Radicale con ben 4 milioni di euro di fondi a suo carico, mentre tra i giornali i più foraggiati sono Avvenire e L’Unità con circa 3,7 milioni a testa.

Testata Fondi assegnati (in euro)
Radio Radicale 4.000.000
Ecoradio 1.825.830
Il Foglio 2.251.696
Il Manifesto 2.598.362
Il Denaro 1.261.583
Avvenire 3.769.672
Italia Oggi 3.162.411
Europa 2.343.678
La Padania 2.682.304
Il Secolo d’Italia 1.795.148
L’Unità 3.709.954
Motocross 263.033
Left 268.334
Il Salvagente 367.900
Tempi 354.757
Famiglia Cristiana 208.178

Le sovvenzioni pubbliche all’editoria non sono certo un unicum italiano, anzi. In molti paesi europei alle imprese editoriali arrivano fondi o aiuti sotto altre forme, seppur per cifre molto diminuite negli ultimi anni. La Francia è il paese che in Europa spende più di tutti per la propria stampa, secondo i dati dell’Ocse. In Spagna non ci sono stati aiuti dallo Stato fino ad ora, ma il partito Socialista di Alfredo Perez Rubalcaba (l’erede di Luìs Zapatero) ha presentato una proposta di legge di sovvenzioni dirette al mercato editoriale.

Spagna. Nel 2007 l’industria dell’editoria di quotidiani spagnola aveva fatturato 1461 milioni di euro, nel 2012 la cifra si è esattamente dimezzata. In Spagna non esistono aiuti all’editoria come avviene in Italia, ma qualche comunità autonoma li prevede a sue spese. Una proposta del Psoe (partido socialista obrero espanol) di aiuti alle imprese editoriali, firmata dai deputati Juan Luis Gordo e Ramòn Jaùregui, è arrivata un po’ in tardi ed è stata bocciata dalla Camera bassa spagnola. A pesare i voti contrari del Pp (Partido popular), del premier Mariano Rajoy. Pochi giorni fa il governo ha promesso la creazione di un gruppo di studio con le associazioni professionali e i grandi editori per trovare una soluzione alla crisi. Tra le proposte un accordo con Google sul modello di quello francese. Il Fape (Federazione delle associazioni dei giornalisti spagnoli) ha criticato fortemente il veto posto dal Partito popolare sul disegno di legge di aiuti diretti all’editoria proposto dai socialisti.

Francia. Il presidente della Repubblica François Hollande ha stretto in febbraio l’accordo con Google che, come detto, garantirà 60 milioni di euro ai quotidiani d’oltralpe per la digitalizzazione . Secondo i dati del 2010, riportati nel dossier di Enzo Ghionni e Fabiana Cammarano, edito dal Centro consulenze editoriali, il governo francese, tramite gli aiuti diretti previsti dai programmi 180 “presse” (aiuti alla diffusione, al pluralismo e alla modernizzazione) e 134 “sviluppo delle imprese e dei servizi”, e quelli indiretti (Iva agevolata al 2,1%), versa ogni anno ai quotidiani 1,2 miliardi di euro. Praticamente il paradiso della carta stampata in Europa, che non durerà perché è in fase di studio una riforma che potrebbe mettere fine ai privilegi dell’informazione cartacea, equiparandola a quella online. Lo Spiil (sindacato della stampa online) da anni porta avanti una battaglia per il riconoscimento del regime di Iva agevolata.

Germania. Non sono previsti finanziamenti pubblici diretti ma esistono dei fondi erogati dai lander (i distretti federali della Repubblica tedesca) e un’aliquota sull’ Iva agevolata al 7%.

Gran Bretagna. Non esistono leggi sulla stampa all’ombra del Big Ben: i giornali sono, per lunga tradizione indipendenti e quindi non sono previsti aiuti pubblici all’editoria. Stesso discorso vale per l’Irlanda.

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Richiamati all’Ordine: Feltri solo l’ultimo di molti http://ifg.uniurb.it/2010/02/25/ducato-online/giornalisti-richiamati-allordine-feltri-solo-lultimo-di-molti/683/ http://ifg.uniurb.it/2010/02/25/ducato-online/giornalisti-richiamati-allordine-feltri-solo-lultimo-di-molti/683/#comments Thu, 25 Feb 2010 09:04:40 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=683 di Claudia Banchelli e Luca Rossi

Un ente dannoso. Così Vittorio Feltri definì l’Ordine dei giornalisti di Milano all’epoca della sua radiazione (2001), poi trasformata in semplice censura dal Consiglio nazionale. Ormai un habitué delle procedure disciplinari, il direttore del Giornale è stato di nuovo ascoltato dal consiglio dell’ordine dei giornalisti lombardi lunedì 22 febbraio in merito al caso di Dino Boffo, il direttore di Avvenire che qualche mese fa si è dimesso in seguito all’attacco apparso sulle colonne del Giornale. Quello di Feltri è solo l’ultimo, clamoroso, caso di un giornalista sottoposto a procedimento disciplinare da parte della organizzazione professionale dei giornalisti

Sono gli ordini regionali ad avere il compito di richiamare gli iscritti in caso di controversie professionali e quello della Lombardia, del quale fa parte Feltri, è il più grande d’Italia: conta circa 24.000 iscritti, 12.000 pubblicisti e 8.000 professionisti. Dal 7 giugno 2007, anno dell’insediamento dell’attuale presidente Letizia Gonzales, sono stati 177 i procedimenti disciplinari esaminati: 22 casi sono stati sanzionati, 93 archiviati o assolti, 36 sono in attesa di sentenza della magistratura ordinaria, 23 trasferiti a un altro ordine e due aperti, tra i quali quello di del direttore del Giornale.

Il “processo” a Feltri è stato condotto dalla presidente dell’Ordine e da otto consiglieri regionali. Feltri rischia provvedimenti che vanno dall’avvertimento, alla censura, alla sospensione, fino alla radiazione dall’albo per aver violato l’articolo 6 del Codice di deontologia dei giornalisti, che stabilisce che “la sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata, se le notizie o i dati non hanno alcun rilievo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica”. La sentenza è attesa intorno al 3 marzo. Di fronte a una condanna, l’interessato può sempre appellarsi all’ordine nazionale prima e alla magistratura ordinaria poi, cui spetta l’ultima parola, dopo cinque anni il reato cade in prescrizione.

Già nel 2000, pochi mesi dopo aver fondato Libero, Feltri aveva pubblicato le foto tratte da un sito pedopornografico di alcuni bambini e i dati sensibili di minori, in apparente violazione dei principi della Carta di Treviso per la protezione dei minori, quelli della legge sulla privacy e l’articolo 2 del codice deontologico, che pone come limite al diritto di cronaca il rispetto della persona umana. Feltri allora fu radiato dall’Ordine della Lombardia, ma la radiazione fu trasformata in semplice censura nel 2003 da quello nazionale.

Il direttore del Giornale non è l’unico caso eclatante che ha coinvolto l’Ordine della Lombardia negli ultimi anni. Tra i più famosi:

1. Renato Farina: nell’ambito dell’inchiesta sul sequestro dell’egiziano Abu Omar da parte dei servizi segreti americani, si scopre che l’ex vicedirettore di Libero e attuale firma di punta del Giornale, accusato dai pm di favoreggiamento e occultamento delle prove, è un agente del Sismi, il servizio segreto militare italiano, con il nome in codice di “Betulla”. Nel 2007 Farina viene sospeso dall’ordine della Lombardia; fa ricorso, così come il pm che lo accusa, all’Ordine nazionale e viene radiato dall’albo. Farina continua attualmente a firmare pezzi ed editoriali sul Giornale diretto da Vittorio Feltri.

2. Mike Bongiorno: pubblicista, viene accusato nel 2009 di aver partecipato a una pubblicità per Infostrada realizzata con Fiorello. Chi è pubblicista da più di 15 anni non può più perdere la sua carica: con questa motivazione il suo caso viene archiviato dal consiglio.

3. Paolo Mieli e Elvira Serra: nel 2008 appare sul Corriere della Sera un pezzo su una prostituta milanese, della quale vengono diffusi alcuni dati sensibili. Sia Mieli, in qualità di direttore responsabile della testata, che Serra vengono ammoniti con un avvertimento.

4. Roberto Papetti: il direttore del Gazzettino di Venezia viene condannato nel 2009 a due mesi di sospensione per mancata rettifica, con esecuzione immediata. Dal giorno successivo alla condanna, Papetti nomina come direttore responsabile del giornale il suo vice.

5. Mario Giordano: il 27 ottobre 2009, l’ordine ha destinato all’ex direttore del Giornale un avvertimento per aver pubblicato sul suo quotidiano, nel dicembre 2008, alcune foto contraffatte che riguardavano la guerra in Medio Oriente.

6. Maria Teresa Ruta: pubblicista, sospesa per due mesi dall’ordine per aver pubblicizzato su Rete 4 i materassi Eminflex e i divani Poltrone&Poltrone.

7. Carlo Rossella: nel 2006 l’ex direttore del Tg5 ha dato la notizia falsa di sette suore che avrebbero lasciato il velo per sposare detenuti del carcere Le Vallette di Torino, senza poi diffondere la necessaria rettifica. Gli è stato destinato un avvertimento.

8. P2: l’Ordine aveva sanzionato nel 1983 alcuni giornalisti coinvolti con la loggia di Licio Gelli. La censura era toccata al direttore del Corriere della Sera Franco Di Bella; un avvertimento a Massimo Donelli, caporedattore del Mattino di Napoli (del quale il Corriere possedeva una quota) e a Paolo Mosca. A Giorgio Rossi, responsabile delle Relazioni esterne del gruppo RizzoliCorriere della Sera era toccata, infine, una sospensione di 6 mesi.
Il caso Feltri

L’ultimo caso, quello di Vittorio Feltri, è stato aperto in seguito a una denuncia della Società Pannunzio, un’associazione che si batte per i diritti dei lettori e per la libertà d’informazione.

“Crediamo – spiega al Ducato Online Enzo Marzo, presidente della Società – che Feltri vada radiato dall’Albo per aver preso deliberatamente in giro i suoi lettori, falsificando la provenienza di un documento volto a screditare un collega. Nel nostro esposto all’ordine vogliamo anche capire perché Farina, che è anche deputato, continui a scrivere in qualità di giornalista e di inviato speciale, e non di opinionista esterno, nonostante la radiazione che l’ha colpito nel 2007”.

Il 28 agosto 2009 il direttore del Giornale si era scagliato dalle colonne del suo giornale contro il direttore di Avvenire, secondo Feltri “uno dei capofila della campagna di stampa contro il caso escort” che aeva investito il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Feltri aveva accusato Boffo di non essere a sua volta moralmente impeccabile, a causa di una sentenza del tribunale di Terni, datata marzo 2004, che condanna l’ex direttore di Avvenire a un’ammenda di 516 euro (o a sei mesi di reclusione) per molestie telefoniche. Il Giornale, inoltre, cita una nota informativa, spacciata come allegato al documento ufficiale, in cui si legge che Boffo “è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di stato, aveva una relazione”. Qualche tempo dopo, il Giornale ha però riconosciuto che l’informativa non faceva parte del fascicolo processuale e Feltri ha scritto che la famosa “nota” gli era stata recapitata da “un informatore attendibile, direi insospettabile”, ma che il contenuto non corrispondeva alla ricostruzione degli atti processuali.

Secondo la Società Pannunzio “Il Giornale indusse in errore i suoi lettori e tutta l’opinione pubblica italiana attribuendo anche il secondo documento al Tribunale” e denunciando un comportamento “deontologicamente scorretto e incommensurabile”.

Il Ducato Online ha cercato di raggiungere Vittorio Feltri per registrarne l’opinione, ma il direttore del Giornale ha preferito in questo caso non commentare. Lunedì, dopo la convocazione all’ordine aveva detto al Corriere della Sera: “Per quanto mi riguarda la situazione è chiarissima. La notizia che abbiamo data, e parlo della condanna di Boffo per molestie, era vera, verissima. E infatti quella abbiamo messo nel titolo”. Quanto all’informativa: “Quella non era la notizia. L’omosessualità era un dettaglio. Noi i titoli li abbiamo fatti sulla condanna patteggiata per molestie e quella c’è. D’altra parte, poi, su questo aspetto, è stata pubblicata una rettifica, come richiesto dallo stesso collega”.

Guida alla rete
Cronaca del “processo” (Corriere della Sera)

Ordine nazionale dei giornalisti: massimario

Ordine regionale della Lombardia: procedimenti disciplinari

Esposto contro Feltri della società Pannunzio

Il Giornale

L’Avvenire

Libero

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Nota redazionale – Il testo originale di questo articolo conteneva una inesattezza che è stata successivamente corretta: nel 2003 il Consiglio nazionale dell’Ordine non “riabilitò” Vittorio Feltri per la vicenda delle foto, ma trasformò la radiazione in censura.

Sullo stesso argomento:

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La stampa schierata recupera copie http://ifg.uniurb.it/2009/12/17/ducato-online/la-stampa-schierata-recupera-copie/894/ http://ifg.uniurb.it/2009/12/17/ducato-online/la-stampa-schierata-recupera-copie/894/#comments Thu, 17 Dec 2009 11:53:51 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=894 di Luca Fabbri ed Emiliana Pontecorvo

La crisi ha travolto i quotidiani di mezzo mondo, Italia compresa, ma alcuni giornali politicamente più schierati del nostro Paese hanno conquistato migliaia di copie e lettori. A destra il Giornale, a sinistra il Fatto Quotidiano e l’Unità
hanno addirittura guadagnato lettori. Mentre Libero, dato per spacciato dopo l’addio del fondatore Vittorio
Feltri
, è riuscito a rimanere a galla e la Repubblica ha recuperato un buona parte delle perdite precedenti.

E’ un periodo di passione per i quotidiani italiani, che dall’ottobre 2008 hanno perso complessivamente in un anno il 4,4 per cento delle copie. Se si considera il periodo agosto-ottobre, l’ultimo trimestre per il quale la Federazione degli editori (Fieg) ha dati disponibili, il complesso della stampa quotidiana ha perso in un anno circa il 3,6 per cento.

La girandola dei direttori che il 21 agosto ha riportato Feltri alla guida del Giornale e il 13 agosto ha spostato Maurizio Belpietro al timone di Libero, ha frenato il calo costante di copie dei due quotidiani di centrodestra nell’ultimo anno. Secondo i dati Fieg, relativi al prodotto acquistato in edicola e agli abbonamenti, nel primo mese di direzione Feltri – che ha visto, tra l’altro, il Giornale impegnato nella polemica con il direttore di Avvenire Dino Boffo – il quotidiano ha guadagnato oltre 22.000 copie (da 197.781 a 220.117).

La crescita è stata costante anche a ottobre, con quasi 211.000 copie vendute, facendo registrare dal foglio fondato da Indro Montanelli un aumento del 13,3 per cento rispetto al periodo agosto-ottobre del 2008. Si tratta di qualcosa di più di una boccata d’ossigeno per il Giornale, che da gennaio 2008 non faceva che perdere copie (a maggio 2009 oltre 32.000 giornali venduti in meno, il 15,8% rispetto a dodici mesi prima).

Si poteva pensare che l’addio di Feltri a Libero, avrebbe affossato il quotidiano. E invece no: il nuovo direttore, Maurizio Belpietro, ha frenato la prevedibile emorragia di lettori: da agosto a ottobre Libero ha venduto quasi novemila copie in più (da 111.040 a 119.836). Belpietro comunque qualche problema ce l’ha, visto che a differenza del concorrente diretto il Giornale, il 2009 è stato un anno costantemente nero in termini di vendite: da gennaio 2008 ad agosto 2009 Libero ha perso poco più del sette per cento di copie. Da quando è direttore Belpietro è riuscito ad arginare il momento di difficoltà del giornale solo in parte: tra settembre e ottobre Libero ha perso in media il 4,6 per
cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Stefano Lorenzetto, editorialista ed ex vicedirettore del Giornale, commenta il successo di Feltri: “E’ un marchio di fabbrica, è un uomo che ovunque va si porta dietro un patrimonio di copie e lettori. Di giornalisti così ci sono stati solo Indro Montanelli e Gianni Brera per lo sport”. Resta da capire  che cosa ha Feltri che non ha Belpietro. “Feltri è come la Coca Cola, Belpietro è come la Pepsi. Sono buone entrambe ma la prima vende di più, non c’è niente da fare”.

Andamento analogo a Libero è quello di Repubblica.  Il giornale fondato da Eugenio Scalfari per tutto il 2008 ha perso copie, ma la radicalizzazione dei toni del quotidiano ha attutito i colpi della crisi. In coincidenza con la campagna giornalistica delle cosiddette “Dieci domande” a Silvio Berlusconi, Repubblica ha progressivamente limitato i danni passando dal -16,4 per cento di maggio (anche qui rispetto all’anno precedente) al + 0,1 per cento dello scorso settembre.

I dati sui giornali più schierati fanno riflettere se paragonati all’andamento delle vendite del quotidiano più influente d’Italia, il Corriere della Sera, che nel trimestre agosto – ottobre 2009 ha perso il 9,5 per cento rispetto all’anno scorso. Ferruccio De Bortoli dirige il quotidiano di Via Solferino da aprile: a ottobre di un anno fa il Corriere della Sera vendeva oltre 64.000 copie in più rispetto allo stesso periodo del 2009. In nove mesi De Bortoli ha solo arginato il calo costante di copie, che a maggio era arrivato al picco del 13,7 per cento.

Nell’area della sinistra più agguerrita è sotto gli occhi di tutti il fenomeno Fatto Quotidiano, nato il 23 settembre 2009, che ha dato uno scossone a tutti i giornali di opposizione. A testimoniarlo non è la Fieg, che non include tra gli associati il quotidiano guidato da Antonio Padellaro, ma un editoriale pubblicato sul sito web del Fatto Quotidiano nel quale il direttore comunica i dati di vendita: “In quindici giorni di vita il giornale che state leggendo ha venduto, in media, circa centomila copie e non è mai sceso sotto quota 80mila. In più vanno considerati i 36mila abbonamenti, di cui 13 mila postali e 23 mila via internet”.

Le cose vanno meglio anche all’Unità da quandoa fine agosto 2008 Concita de Gregorio è arrivata alla direzione. Sempre secondo i numeri forniti dalla Fieg il quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel periodo agosto-ottobre del 2009 ha venduto oltre novemila copie in più, con un aumento del 19,8 per cento rispetto allo stesso trimestre del 2008. Il record di vendite è stato toccato a settembre, quando ha superato le 61.000 copie, con un aumento del 31,4 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Secondo Angelo Agostini, direttore del trimestrale Problemi dell’Informazione, “l’aumento delle vendite dei giornali più radicalizzati politicamente è un esempio possibile di via d’uscita dalla crisi economica della carta stampata. I quotidiani non erogano più notizie ma sono uno strumento per inquadrare il mondo. Quindi chi rappresenta la radicalizzazione dello scontro politico inevitabilmente attira più lettori”. Riguardo al Fatto Quotidiano Agostini sospende il giudizio: “E’ ancora troppo presto per parlare. E poi spesso questo tipo di giornali cavalcano onde molto alte, come l’antiberlusconismo attuale”.

Guida alla rete:

Libero

Il Fatto Quotidiano

l’Unità

la Repubblica

Il Corriere della Sera

Fieg

Sullo stesso argomento:

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