il Ducato » giornalisti minacciati http://ifg.uniurb.it testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino Mon, 01 Jun 2015 01:40:19 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.1.5 testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato no testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato » giornalisti minacciati http://ifg.uniurb.it/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://ifg.uniurb.it Sempre più minacce ai giornalisti, al via una rete di sicurezza europea http://ifg.uniurb.it/2014/04/14/ducato-online/sempre-piu-minacce-ai-giornalisti-al-via-una-rete-di-sicurezza-europea/61504/ http://ifg.uniurb.it/2014/04/14/ducato-online/sempre-piu-minacce-ai-giornalisti-al-via-una-rete-di-sicurezza-europea/61504/#comments Mon, 14 Apr 2014 15:50:51 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=61504 La mappa delle intimidazioni sul sito di Ossigeno per l'informazione, aggiornata al 14 aprile 2014

La mappa delle intimidazioni sul sito di Ossigeno per l’informazione

URBINO – In Italia sono in aumento i giornalisti vittime di minacce e intimidazioni: nel primo trimestre del 2014 i casi segnalati sono il 50 per cento in più rispetto alla media degli scorsi tre anni. Sono i nuovi dati diffusi oggi da Ossigeno per l’informazione, l’osservatorio nazionale sul fenomeno dei giornalisti minacciati. Nel corso della conferenza stampa a Roma, il direttore Alberto Spampinato ha annunciato la partecipazione al progetto internazionale “Safety net for european journalists” (Rete di sicurezza per i giornalisti europei), coordinato dall’Osservatorio Balcani e Caucaso di Rovereto e sostenuto dalla Commissione europea.

L’iniziativa prevede la creazione di una collaborazione tra undici paesi – oltre all’Italia ci sono Bulgaria, Croazia, Cipro, Grecia, Macedonia, Montenegro, Romania, Serbia, Slovenia e Turchia – per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul fenomeno e la diffusione dei dati su una piattaforma online. Spampinato ha inoltre annunciato che verrà realizzato un manuale, in nove lingue, sulla base delle esigenze dei giornalisti stessi riguardo alla protezione fisica e giuridica di chi fa informazione.

Riguardo alla situazione in Italia, Ossigeno per l’informazione ha anticipato alcuni dati contenuti nel suo prossimo Rapporto annuale. Nei primi tre mesi del 2014 sono stati registrati 151 episodi di minacce, intimidazioni o aggressioni. In totale, dal 2006 a oggi, le vittime di intimidazioni sono 1837, di cui 1227 negli ultimi tre anni. Si tratta per il 43 per cento di avvertimenti, per il 36 per cento di abusi di diritto e querele presentate solo con lo scopo di spaventare e per il 21 per cento di aggressioni e danneggiamenti. Dal 2014, inoltre, Ossigeno ha cominciato a catalogare come intimidazioni anche gli “ostacoli all’informazione” che si realizzano senza commettere illeciti come, ad esempio, gli episodi di discriminazione: finora sono stati registrati 17 casi di questo tipo.

Il direttore di Ossigeno per l'informazione, Alberto Spampinato

Il direttore di Ossigeno per l’informazione, Alberto Spampinato

“Molte di queste intimidazioni – ha affermato Spampinato – sono rese possibili da norme concepite in modo punitivo nei confronti dei giornalisti, da norme che consentono facili abusi, quali ad esempio le querele pretestuose”. “Ogni paese deve affrontare questi problemi – ha continuato – perché queste cose non accadono solo in Italia”.

Nel corso della conferenza, alcuni giornalisti hanno raccontato recenti episodi di intimidazioni di cui sono stati vittime. Tra di loro Andrea Cinquegrani, direttore di La voce delle voci, una testata pignorata dopo una causa per diffamazione, e Claudio Pappaianni, collaboratore dell’Espresso, minacciato di querela il mese scorso da don Antonio Polese, il “boss delle cerimonie” della trasmissione di Real Time: Pappaianni aveva scritto di presunti legami tra Polese e il camorrista Raffaele Cutolo. Il direttore del quotidiano online Tuttoggi.info, Claudio Ceraso, ha invece raccontato di aver subito il sequestro preventivo di tre articoli contenenti intercettazioni che riguardavano lo scandalo della Banca popolare di Spoleto.

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Cani ammazzati e porte sfondate per zittire i giornalisti / VIDEO http://ifg.uniurb.it/2013/04/26/ducato-online/giornalisti-minacciati-la-mastrogiovanni-mi-hanno-ammazzato-il-cane-davanti-ai-miei-figli/44533/ http://ifg.uniurb.it/2013/04/26/ducato-online/giornalisti-minacciati-la-mastrogiovanni-mi-hanno-ammazzato-il-cane-davanti-ai-miei-figli/44533/#comments Fri, 26 Apr 2013 00:13:07 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=44533 Ossigeno per l'informazione documenta questi casi per evitare l'isolamento dei reporter minacciati LEGGI “È il mestiere che abbiamo scelto” LEGGI Per ricordare i reporter uccisi I DATI Nei piccoli centri e tra i precari i più colpiti]]>

Marilù Mastrogiovanni è una giornalista pugliese, anche lei vittima di intimidazioni, che da anni lotta per il diritto all’informazione. Dirige Il tacco d’Italia, un giornale salentino che svolge inchieste su piccoli o grandi problemi della sua terra. Notizie “scomode” che le hanno procurato querele, danni alla redazione e addirittura l’uccisione del suo cane.

Sono quasi 4000 i giornalisti italiani che dal 2006 hanno ricevuto minacce e intimidazioni per le notizie che pubblicano. “Ossigeno per l’informazione” è un osservatorio nazionale nato sette anni fa per incoraggiare i reporter a denunciare questi episodi e a uscire dall’isolamento. E’ stato creato da Alberto Spampinato, il fratello di un giornalista ucciso dalla mafia nel 1972.

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Giornalisti minacciati: “Questo è il mestiere che abbiamo scelto” http://ifg.uniurb.it/2013/04/08/ducato-online/giornalisti-minacciati-questo-e-il-mestiere-che-abbiamo-scelto/41521/ http://ifg.uniurb.it/2013/04/08/ducato-online/giornalisti-minacciati-questo-e-il-mestiere-che-abbiamo-scelto/41521/#comments Mon, 08 Apr 2013 14:00:15 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=41521 [continua a leggere]]]>

Ester Castano

Ester Castano ha 22 anni e fa la giornalista. E’ pubblicista da tre anni ma nel breve cammino della sua esperienza ha già battuto le vie più pericolose del mestiere. Quando ha cominciato a scrivere dei rapporti tra ‘ndrangheta e politica sul suo piccolo giornale di provincia, l’Altomilanese, ha scoperchiato un vaso di Pandora, il cui contenuto era rimasto ben nascosto fino a quel momento.

Gli articoli con cui Ester raccontava gli intrighi tra amministrazione e criminalità hanno fatto storcere il muso ai potenti locali che non hanno perso tempo a mettere in chiaro le cose. “Finché arrivavano le querele – racconta Ester – pensavo fosse solo una questione di politica ma quando si sono aggiunte anche le buste con proiettili, le ruote squarciate e le sparatorie (non a Reggio Calabria, ma a Sedriano in Lombardia) ho cominciato a toccare con mano la presenza della ‘ndrangheta intorno a me. Un conto è scrivere su un clan che opera a migliaia di chilometri da casa tua, un altro è scrivere sul tuo vicino di casa”.

Mentre racconta le vicende che hanno cambiato la sua vita negli ultimi anni, Ester Castano, non nasconde determinazione e passione per il mestiere: “Io andavo in tribunale, mi occupavo di giudiziaria e continuo a farlo. Per me ciò che conta è raccontare la verità. Questo è il mestiere che voglio fare”.

L’accento campano di Arnaldo Capezzuto è profondamente diverso da quello di Ester Castano. Le loro voci echeggiano due Italie lontane eppure molto vicine. Sin dall’inizio della sua carriera, Capezzuto ha deciso di seguire un modello di giornalismo che lo portasse “dritto ai fatti”, che gli facesse “consumare le scarpe” rincorrendo la verità.

I suoi articoli dipingono ai napoletani il volto della criminalità organizzata e diffondono notizie su scottanti casi di cronaca giudiziaria come quello di Annalisa Durante, giovane vittima della mafia, la cui storia è stata attentamente ricostruita dal giornalista napoletano.

Arnaldo Capezzuto

La camorra ha cercato di mettere a tacere la sua voce ricorrendo a minacce di morte, aggressioni e querele.“Fatto in un certo modo questo lavoro ti espone a dei pericoli e ti condiziona la vita – spiega Capezzuto- anche dopo l’arresto e la condanna di un boss sai che gli altri esponenti del clan e i suoi familiari rimangono sul territorio.”

Negli ultimi anni, tra convocazioni e interrogatori, la sua vita si è trasformata in un continuo andirivieni dalle aule dei tribunali. Il pericolo è sempre dietro l’angolo e anche nelle piccole scelte di vita quotidiana, come attraversare a piedi un quartiere, Arnaldo Capezzuto, deve fare i conti con i rischi a cui il mestiere lo ha esposto.
“Io sto scegliendo una strada che è più difficile e dispendiosa. Ma sapere che nessuno la percorre non mi basta. Questa è la strada su cui ho scelto di camminare.”

Ester Castano e Arnaldo Capezzuto sono storie viventi di coraggio e paure in cui la passione per la professione, sia pur compromettendo le loro vite personali, li ha spinti ad affrontare i pericoli del mestiere.
Capezzuto oggi, oltre ad avere un blog su Il fatto quotidiano e a collaborare con numerose testate nazionali, è direttore di La domenica settimanale inserita nella rete del progetto I Siciliani Giovani.

Ed è proprio a Pippo Fava, fondatore e direttore de I Siciliani ucciso dalla mafia nel 1984, che corre il pensiero del cronista napoletano quando racconta della sua difficile e pericolosa vita quotidiana . “Non penso che oggi la criminalità si possa attivare per organizzare grandi fiammate di violenza contro i giornalisti – spiega Capezzuto - quei tempi sono passati, il contesto è cambiato, sono passati gli anni in cui morivano giornalisti come Giancarlo Siani o Pippo Fava. Adesso si interviene in modi diversi con minacce, intimidazioni e querele”.

A proposito di querele. Ester Castano alla tenera età di 22 anni ne ha ricevute già sei e ogni volta che racconta la sua storia ne scatta una nuova.“ Le querele sono pretestuose: cercano di fermare la diffusione delle notizie e dunque della verità. Mi sento controllata anche quando parlo: il sindaco di Sedriano ha querelato tutti quelli che mi hanno permesso di raccontare questa storia, da Gad Lerner a Repubblica all’Ordine dei Giornalisti.”

Sono numerosi i giornalisti che si interrogano sull’uso distorto e intimidatorio della querela. Arnaldo Capezzuto la definisce un “bavaglio” per i giornalisti perché se “ l’intimidazione può far paura, con l’arrivo di una querela si inceppa tutto il sistema. Devi rendere conto di ciò che sta accadendo ai tuoi capi e anche se sai che hai ragione, a volte finisci per abbandonare la tua inchiesta”.

Quando Arnaldo Capezzuto racconta della sua esperienza ci tiene a sottolineare che lui ha imparato il mestiere per strada e se oggi deve guardarsi le spalle quando si muove per la città è proprio perché il suo non è un giornalismo di superficie”.

Ester Castano e Arnaldo Capezzuto fanno parte di quei 122 giornalisti minacciati in Italia dall’inizio dell’anno a oggi, secondo il triste conteggio di Ossigeno Informazione. Le loro storie si intrecciano a quelle di molti altri cronisti e dimostrano come i rischi del mestiere non abbiano localizzazione geografica ma appartengono alle regioni del Nord come a quelle del Sud. Talvolta le luci dei media si accendono su di loro e danno risonanza alle difficoltà del loro vivere quotidiano ma basta poco perché la luce si affievolisca e il buio torni a circondare le loro vite.

“Non era la notorietà che stavo cercando – puntualizza Ester Castano- anzi, a dire il vero, la riconoscibilità del mio volto è un problema ulteriore per me che ogni giorno vado in tribunale per seguire i processi di ‘ndrangheta. Però, al contempo, mi rendo conto che solo raccontando le nostre esperienze e rendendole pubbliche possiamo lottare contro il sistema delle intimidazioni e squarciare il silenzio che aleggia sul fenomeno delle intimidazioni”.

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Già 122 giornalisti minacciati nel 2013: nei piccoli centri e tra i precari i più colpiti http://ifg.uniurb.it/2013/04/08/ducato-online/gia-122-giornalisti-minacciati-nel-2013-nei-piccoli-centri-e-tra-precari-i-piu-colpiti/40258/ http://ifg.uniurb.it/2013/04/08/ducato-online/gia-122-giornalisti-minacciati-nel-2013-nei-piccoli-centri-e-tra-precari-i-piu-colpiti/40258/#comments Mon, 08 Apr 2013 14:00:09 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=40258 Ossigeno per l'Informazione raccoglie i loro nomi e gli dà voce. Sottolineando come l'Italia sia spaccata in due, divisa tra grandi e piccoli centri. Ester Castano e Arnaldo Capezzuto, due dei reporter minacciati, raccontano cosa vuol dire fare giornalismo d'inchiesta in Italia]]>

C’è un numero sulla colonnina destra del sito www.ossigenoinformazione.it. La cifra segnala in tempo reale la quantità di cronisti italiani vittime di intimidazioni. Dall’inizio dell’anno a oggi quel numero è arrivato a quota 122.

Dal rapporto di Ossigeno emerge come gli episodi di intimidazione siano notevolmente aumentati negli ultimi anni, passando da 54 nel 2010 a 152 nel 2012. Impressionante anche l’aumento dei giornalisti coinvolti che sono passati da 40 a 325 l’anno. Una cifra che potrebbe nascondere una realtà anche peggiore.

“Ognuno di noi – racconta Alberto Spampinato, direttore e fondatore del sito – conosce molti più casi ma spesso solo uno su dieci viene reso noto: in totale i giornalisti minacciati negli ultimi cinque anni potrebbero raggiungere anche i diecimila”. Ovvero: del fenomeno si conosce solo la punta dell’iceberg.

La lievitazione progressiva delle denunce spesso però non corrisponde a un effettivo incremento degli episodi di minaccia. Spampinato attribuisce il fenomeno in primis al ruolo di Ossigeno per l’informazione che è diventato un punto di riferimento per numerosi giornalisti minacciati. “Bisogna poi considerare – spiega Spampinato – l’effetto della diffusione delle notizie sul web: se prima si poteva bloccare un articolo intervenendo su un giornale locale, oggi farlo è diventato molto più complicato. Tutto questo ha un effetto di rimbalzo e anche i cronisti delle grandi testate nazionali si sentono trascinati su un terreno di maggiore impegno”.

Il punto di vista del direttore di Ossigeno è chiaro: il fenomeno delle minacce “da una parte segnala un grave problema di limitazione dell’informazione e dall’altra accende un faro sulla presenza di molti giornalisti che si espongono a rischi notevoli per condurre le proprie inchieste”.

Una di loro è Ester Castano, 22 anni e una voglia matta di diventare giornalista. “Il lavoro che faccio lo svolgo con responsabilità. Ci si può sentire meno sicuri ma preferisco non pensarci”. Quella di Ester è soltanto una voce nel coro di giornalisti che quotidianamente devono fare i conti con intimidazioni e minacce. Le loro armi sono carta e penna, videocamere e microfoni. “Esserci e scrivere ti rende un testimone – spiega Arnaldo Capezzuto, giornalista napoletano coautore del libro Il Casalese- per un giornalista luoghi come la Campania o la Sicilia diventano “territori laboratorio” in cui il tuo ruolo è quello di creare un collegamento tra i lettori e la realtà”.

LEGGI LE INTERVISTE A CASTANO E CAPEZZUTO
“Noi che lavoriamo tra proiettili e querele” 

Il fenomeno delle intimidazioni non è localizzato in una sola parte del paese ma si distribuisce a macchia di leopardo sulla penisola e colpisce soprattutto i giornalisti precari che non hanno un sostegno economico sufficientemente forte per permettersi di reagire. “Quando si parla di intimidazioni – spiega ancora Spampinato – esistono due Italie e non si tratta di Nord e Sud bensì di centro e periferia”.

Nell’Italia del “centro”, delle grandi città, dove ci sono tante testate e redazioni, tutto ciò che succede è sotto i riflettori. “Ci sono molte luci ed è difficile censurare una notizia. In periferia invece le luci dell’informazione sono poche e più deboli: tante volte basta spegnere un lampione per creare il buio”.

Storie come quelle di Mauro Rostagno o di Peppino Impastato, giornalisti uccisi dalla mafia negli anni ’80, testimoniano come il fenomeno delle minacce ai cronisti non sia nuovo per l’Italia. Se negli anni ’70-’80 per ostacolare il lavoro e le inchieste dei giornalisti più impegnati si usavano le bombe e si sparava oggi si ricorre a strumenti di intimidazione meno eclatanti ma comunque efficaci. “Il problema – secondo Alberto Spampinato - è che, a causa delle leggi che regolamentano la professione, la condizione del giornalista in Italia è più debole che in altri paesi. Ad esempio la querela pretestuosa può essere usata con estrema facilità e a scopo intimidatorio”.

Le riflessioni sull’uso della querela animano da anni il dibattito tra ordine e sindacato dei giornalisti. Proprio qualche tempo fa la commissione parlamentare antimafia aveva condotto un’ inchiesta sui cronisti minacciati e l’argomento aveva destato l’interesse dell’ex procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, favorevole all’istituzione di un reato di “ostacolo all’informazione” e alla modifica della procedura in materia di querela e risarcimento danni.

Le querele cadono come “pioggia acida” sui giornalisti, che in assenza di una struttura economica capace di sostenerli e vivendo sul filo della precarietà, sentono pesare sul proprio lavoro più le querele che le minacce. “Nessuno minacciava Pippo Fava o Mario Francese prima di ammazzarli; li ammazzavano e basta. E’ per questo che la minaccia mi preoccupa molto meno della querela – precisa Riccardo Orioles, fondatore de I Siciliani e impegnato nella lotta a difesa dei giornalisti anti-mafia – ovviamente la querela è uno strumento importante ma spesso la si usa in modo distorto per ostacolare la nostra attività di cronisti”.

La riflessione sullo strumento della querela si lega indissolubilmente all’ultimo importante tassello sulla libertà d’informazione: il sostegno economico. “La minaccia fa parte del mestiere. E’ un rischio del gioco – va avanti Orioles- ciò che invece fa veramente paura è l’assenza di una struttura economica che sovvenzioni le nostre inchieste”.

“Pippo Fava e Riccardo Orioles – ricorda Capezzuto – hanno creato con I Siciliani un mensile di sola inchiesta giornalistica ma quel giornale è durato pochissimo e addirittura hanno ammazzato il direttore”. Con un filo di amarezza nella voce, il giornalista napoletano, si rammarica della scomparsa del giornalismo di inchiesta. “Nell’Italia che retrocede nelle classifiche sulla libertà d’informazione, il giornalismo d’inchiesta è morto definitivamente.”

Le ultime parole sull’argomento sono di Enzo Iacopino, presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti, che ha messo in evidenza la conclusione dell’indagine della commissione parlamentare antimafia sul rischio di infiltrazione mafiosa nell’informazione: “Le querele temerarie sono ‘intimidatorie’. Il segreto professionale va garantito a tutti i giornalisti, professionisti o pubblicisti che siano, per tutelare il diritto dei cittadini ad una informazione libera. Avevo chiesto quando venni ascoltato assieme a Giovanni Tizian di verificare gli assetti proprietari, soprattutto nel Mezzogiorno, dei mezzi d’informazione. La commissione segnala che vanno chiarite ‘le relazioni fra stampa ed economia o fra stampa ed imprenditoria’, su cui sollecita ‘una specifica iniziativa legislativa’ per scongiurare infiltrazioni criminali e mafiose. È stato complicato, ma alla fine sembra vedersi un po’ di luce”. Forse uno di quei lampioni di cui parla Spampinato si è finalmente acceso.

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Cronista precario e sotto scorta “perché l’Italia non è un paese normale” http://ifg.uniurb.it/2012/01/15/ducato-online/giornalista-precario-e-sotto-scorta-perche-litalia-non-e-un-paese-normale-parla-giovanni-tizian/15843/ http://ifg.uniurb.it/2012/01/15/ducato-online/giornalista-precario-e-sotto-scorta-perche-litalia-non-e-un-paese-normale-parla-giovanni-tizian/15843/#comments Sun, 15 Jan 2012 22:01:22 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=15843 La mattina del 22 dicembre un ragazzo di 29 anni, che fa il giornalista, mentre beve il caffè e legge la rassegna stampa, viene a sapere che da quel momento in poi non potrà più uscire da solo e sarà affiancato da una scorta. Il motivo? Permettergli di continuare a svolgere serenamente il suo lavoro perché considerato “persona a rischio”. Un lavoro che, per giunta, è precario visto che è un giornalista freelance. Giovanni Tizian, calabrese, da tre anni collabora con la Gazzetta di Modena e si occupa di mafie, dei loro movimenti sotterranei in tutto il Paese, di come si infiltrano indisturbate nella società sotto forma di azioni legali. Probabilmente le sue inchieste “scomode” avranno infastidito più di qualcuno.

La tua vicenda dimostra che in Italia è un problema raccontare la realtà.

Sì, può creare problemi farlo perché l’Italia non è ancora un Paese normale.

Come convivi con il pensiero di quello che ti sta capitando? Avevi ricevuto altre minacce?

No, è stata una novità assoluta. Quando me l’hanno detto sono rimasto così, non me l’aspettavo. Ora sto cercando di adattarmi alle nuove regole e allo stesso tempo sto continuando a lavorare a delle inchieste per varie testate. Fa ancora più rabbia farlo da precario e con qualcuno che mi sta minacciando.

Sei stato sostenuto dalla tua redazione?

Sì, tutti mi hanno dato massima libertà e spazio, anche durante le vicende di querele. Forse perché costavo poco, mi chiedo adesso. Altra cosa la questione dello sfruttamento: pagare un pezzo 4 euro o 6, o anche solo 20, per una pagina con nomi e cognomi come fanno tanti ragazzi giovani, è degradante per la dignità dei lavoratori. Lo si fa perché la passione prevale, non si riesce a dominarla.

Precarietà significa soprattutto vulnerabilità, poca protezione..

Lavorando a cottimo devi chiaramente produrre più articoli possibili. Nelle condizioni in cui mi trovo adesso se riesco a farne uno è già tanto. Ho difficoltà a muovermi liberamente e poi devo rispettare chi mi accompagna.

A dicembre hai pubblicato un libro sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel Nord: Gotica. ’Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea. Che filo hai seguito?

La linea dei poteri mafiosi che operano nel Nord: Emilia-Romagna, Liguria, Piemonte, Lombardia e tutte le cosche di ‘ndrangheta, camorra e Cosa nostra. Ho preso il materiale raccolto sia per la Gazzetta, che per i siti sui cui lavoravo, linkiesta.it e narcomafie. Ho poi cercato di raccontare le carte, che non sono sempre facili da leggere, seguendo un filo romanzato, per renderle più leggibili. Le ho messe in ordine e ho dato un senso logico,  per quanto possa esserci. Quando cambi da regione a regione mutano le dinamiche, anche se si assomigliano molto.

C’è consapevolezza di quanto siano estesi i fenomeni mafiosi in territori giudicati ‘vergini’ rispetto al meridione?

E’ ancora poca. C’è una presunzione di innocenza, questo continuare a dire “abbiamo gli anticorpi, siamo una terra che non accetta i compromessi”. Forse si aspettano di trovare il boss con la coppola e la lupara che gli va a chiedere 1.000 euro, ma non è più così. Il boss va dall’imprenditore per contrattare e gli dice: “ti offro questo servizio, entri in complicità con me”. E poi scopri che c’è un’imprenditoria che fa affari volentieri con i mafiosi perché i loro servizi costano meno, sono più concorrenziali oppure vanno a cena insieme o fanno fatture per le loro imprese. Le indagini lo dimostrano: i rapporti che hanno reso forti le mafie nel Sud sono già in atto al Nord. E le persone dopo ti dicono “ah, non pensavo fosse..”

Nel rapporto di Ossigeno per l’informazione’, che monitora la situazione dei giornalisti minacciati, si dice che le mafie cercano di entrare nell’informazione per impedire che certe notizie arrivino all’opinione pubblica. Che ne pensi?

Ci provano, quanto meno. Dove c’è potere, c’è sempre un potenziale pericolo. Di sicuro è nell’interesse delle mafie imporre la loro presenza anche nel giornalismo, bisogna capire come e con quali strumenti. Non penso che la stampa abbia abbassato la guardia, credo sia più una questione di come è cambiata l’informazione. Oggi molti giornalisti fanno inchieste, certo meno di un tempo, ma perché i lettori vogliono la notizia veloce.

Il tuo è un messaggio importante, un atto d’amore per il giornalismo. Una lezione di coraggio per tutti ma soprattutto per i giovani, come te, che vogliono fare questo mestiere, sempre più sfiduciati per le condizioni di lavoro.

Abbiamo sopportato tanto, speriamo che qualcosa si muova. I giovani chiedono, in fondo, solo di poter affermare dei principi universali: meno precarietà e meno sfruttamento.

“Una cosa è certa: andrò avanti” dice Giovanni, a cui la ‘ndrangheta ha già ucciso il padre Giuseppe, funzionario di banca a Locri, quando aveva sette anni, nel 1989.  A Modena, dove si trasferì con la famiglia, ha iniziato a scrivere di mafie. E dall’Emilia, dal web e da tutto il Paese sta ora ricevendo un sostegno sincero e tanta vicinanza. In particolare le associazioni daSud e Stop’ndrangheta.it, che hanno raccolto centinaia di adesioni con la campagna Io mi chiamo Giovanni Tizian”.

 

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Ossigeno per l’informazione, il censimento dei giornalisti coraggio http://ifg.uniurb.it/2012/01/11/ducato-online/ossigeno-per-linformazione-il-censimento-dei-giornalisti-coraggio/15436/ http://ifg.uniurb.it/2012/01/11/ducato-online/ossigeno-per-linformazione-il-censimento-dei-giornalisti-coraggio/15436/#comments Wed, 11 Jan 2012 17:42:01 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=15436 [continua a leggere]]]> IC sta per intrusione in casa, BC per bomba carta, AVV per avvertimento. Sono queste alcune delle sigle che accompagnano il lungo elenco di nomi dei giornalisti minacciati in Italia e indicati dall’osservatorio “Ossigeno per l’informazione”. Professionisti, pubblicisti e precari che continuano il loro mestiere sotto intimidazioni e aggressioni. Cronisti che si mettono in prima linea e diventano scomodi in situazioni sature di criminalità e malavita. Sono 324 i giornalisti minacciati lo scorso anno, 4 dall’inizio di questo 2012 appena iniziato. Un numero destinato a crescere, se si pensa ai 400 totali tra 2009 e 2010. “Ossigeno” è stato istituito nel 2008 dalla Federazione nazionale stampa italiana e dall’Ordine nazionale dei Giornalisti con la partecipazione di Articolo 21, Liberainformazione, Unione nazionale cronisti italiani. Lo scopo è quello di documentare e analizzare un fenomeno in aumento, stilando un rapporto annuale.

L’INIZIATIVA. Direttore del progetto è Alberto Spampinato, consigliere nazionale FNSI, che sul sito racconta come è nato tutto: “Ci sono idee che faticano ad emergere, ma quando entrano in circolo si propagano in modo inarrestabile. E’ stato così per l’idea che in Italia i giornalisti, per fare un’attività sindacale efficace e credibile, devono occuparsi di più dei  cronisti minacciati, intimiditi, vittime di abusi giudiziari, e devono ricordare ad ogni passo la memoria dei giornalisti italiani uccisi e la lezione che si ricava dalle loro storie”. Oltre a monitorare, l’associazione organizza incontri e seminari con lo scopo di non lasciare solo chi incappa in queste situazioni.

MINACCE DI MORTE. Uno di loro è Ferdinando Piccolo, 25 anni, collabora al Quotidiano della Calabria: “Ho subito finora tre minacce. La prima l’11 settembre 2010, con 5 proiettili e la scritta: Sei un morto che cammina, sei di Bovalino, scrivi di Bovalino”. La seconda lettera arriva a distanza di una settimana con 3 proiettili e la scritta: Non hai ancora capito nulla, sappiamo chi sei, cosa fa tua sorella, che macchina hai, sei un morto che cammina. “L’ultima minatoria risale a dicembre scorso – aggiunge Ferdinando-  hanno bucato tutte le gomme della mia macchina e hanno lasciato una lettera con scritto: Ti uccidiamo il giorno di Natale”. Quando le avvertenze si fanno così pesanti, le autorità prendono provvedimenti: “I carabinieri mi hanno fatto da scorta fino a Marzo. Non ero mai solo, avevo la volante sotto casa, dovevo comunicare tutto, i miei spostamenti, con chi ero, cosa facevo. Sono stato costretto a trascorrere il capodanno fuori, a Messina. Poi non hanno fatto più sapere nulla, nessuna indagine, nessun colpevole”.

NUOVI PERICOLI. Uno dei casi nel mirino da gennaio 2012 è Nicola Lopreiato, caposervizio di Gazzetta Sud a Vibo Valentia. “Non rompere” queste le parole spedite dal boss Leone Soriano, che è in carcere, in una lettera di minacce rivolte al giornalista che con i suoi pezzi racconta dell’attività mafiosa dell’omonima cosca di Filandari. “Invece di rompere ogni giorno con la cosca Soriano, che non esiste e non e’ mai esistita – scrive il boss Soriano – pensa di piu’ alla tua famiglia che e’ meglio per tutti”. La situazione nel vibonese si è fatta più tesa dallo scorso novembre, quando per ordine della DDA di Catanzaro, i carabinieri hanno fermato dieci presunti affiliati alla cosca, accusati di attentati intimidatori a commercianti e imprenditori della zona. Dopo la lettera minatoria, il giornalista ha ricevuto diverse attestazioni di solidarietà. “Non mi son sentito solo – afferma  Nicola- la prefettura ha disposto una vigilanza generica, però una persona che volesse colpirti in queste situazioni, troverebbe comunque il modo di farlo”.

Oltre a lettere e proiettili, ci sono altre modalità di minacce, specie quando si lavora in un territorio dove c’è una diffusa presenza mafiosa: le denunce. “Quando una persona, un colletto bianco, arriva a chiederti un risarcimento succede perché tu hai dato notizia che quella persona è indagata in una certa operazione” conclude Lopreiato, aggiungendo un altro rischio, quello dell’autocensura: quando un cronista evita di andare a fondo su un fatto per paura di azioni legali contro di lui.

AVERE LA SCORTA A MODENA.Un collaboratore della Gazzetta di Modena, Giovanni Tizian, 29 anni, da una quindicina di giorni vive sotto scorta. Le inchieste di Tizian trattano di criminalità organizzata e infiltrazioni mafiose al Nord. Poche settimane fa ha pubblicato un libro chiamato Gotica. “Cerco di trovare il modo – afferma Giovanni – di continuare a fare questo mestiere, e sono sicuro che lo troverò. Non ho quella libertà di movimento che mi servirebbe, ma mica ci rinuncio. Non penso che un giornalista possa cambiare il mondo, ma credo nell’ utilità sociale del mestiere di giornalista”.

LA TRAPPOLA IN AULA. Tra le ultime novità segnalate dall’Osservatorio c’è un incremento di  denunce per diffamazione (che la maggior parte delle volte mandano assolto il cronista), e un aumento di minacce on line da parte di gruppi e profili anonimi, spesso organizzati sui social network.

SI VA AVANTI. Nonostante le ruote della macchina bucate e le missive pericolose, non c’è spazio ai ripensamenti: “Certo che proseguo nel mio lavoro – risponde Ferdinando Piccolo – scrivo sempre di ‘ndrangheta. Come diceva Borsellino, chi ha paura di morire muore ogni giorno, chi non ha paura, muore una sola volta. La paura fa parte della nostra vita. La paura ci fa andare avanti nel nostro lavoro”. Se da una parte c’è la paura dall’altra c’è il coraggio. Il significato dell’osservatorio sta in poche parole postate sul sito. Ossigeno è un nome non casuale: “Richiama un concetto elementare: ogni società libera e democratica ha bisogno vitale di libertà di informazione e di espressione come il corpo umano ha bisogno di ossigeno.”

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http://ifg.uniurb.it/2012/01/11/ducato-online/ossigeno-per-linformazione-il-censimento-dei-giornalisti-coraggio/15436/feed/ 0
Reporter nel mirino: il 2011 un anno nero per la stampa http://ifg.uniurb.it/2012/01/11/ducato-online/media-ducato-online/reporter-nel-mirino-il-2011-un-anno-nero-per-la-stampa/15359/ http://ifg.uniurb.it/2012/01/11/ducato-online/media-ducato-online/reporter-nel-mirino-il-2011-un-anno-nero-per-la-stampa/15359/#comments Wed, 11 Jan 2012 11:58:47 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=15359 la situazione dei giornalisti minacciati è monitorata da Ossigeno per l’informazione e i casi sono in aumento]]>

Immagine dal blog mediapolitika

Shukri Abu Barghal è il primo giornalista ucciso del nuovo anno. Il 2 gennaio, il reporter siriano del quotidiano ufficiale Al- Thawrá, è morto dopo essere stato colpito al volto nella sua casa, vicino Damasco, durante una manifestazione di protesta contro il presidente Assad.

Ma il bilancio continua a crescere. Sempre in Siria Gilles Jacquier, giornalista francese dell’emittente televisiva France 2, è morto a Homs dopo il lancio di razzi o granate durante un corteo filogovernativo, nel centro della città. Il reporter aveva vinto, lo scorso giugno, il premio Ilaria Alpi per il miglior reportage internazionale.

Nei giorni scorsi erano stati assassinati altri quattro giornalisti che Reporters sans frontières non ha inserito nella lista perché non è ancora chiaro il legame tra la loro morte e la professione che svolgevano.

  • Christopher Guarin: editore del giornale Tatak News Nationwide e commentatore radiofonico, ucciso nelle Filippine, a colpi d’arma da fuoco
  • Raul Quirino Garza: reporter messicano del giornale La ultima calabra assassinato a Monterrey, la terza città del Messico
  • Mohammed Saghir: giornalista franco- algerino, inviato di una tv economica francese, ucciso a Sana’a, capitale dello Yemen
  • Laecio de Souza: giornalista brasiliano, lavorava alla stazione Rádio Sucesso a Camaçari, nello stato di Bahia

I DATI DEL 2011. Per l’anno appena concluso, 66 è il bilancio dei giornalisti uccisi (9 in più del 2010) e quasi il doppio il numero degli arrestati. Questi alcuni dati pubblicati nel rapporto di Reporters sans frontières, la ONG internazionale impegnata a denunciare le violazioni della libertà di stampa e a tutelare la sicurezza dei reporter, in particolare per chi opera nelle zone di guerra.

2010 2011 variazione
giornalisti uccisi 57 66 16%
giornalisti arrestati 535 1044 95%
giornalisti attaccati fisicamente 1374 1959 43%
giornalisti rapiti 51 71 39%
blogger arrestati 152 199 31%
blogger attaccati fisicamente 52 62 19%

LA PRIMAVERA ARABA. Su 66 persone, venti gli uccisi in Medio Oriente, quasi un terzo del totale. La stagione di rivolte e cambiamenti che ha travolto queste zone è considerata tra i motivi dell’aumento degli attacchi ai giornalisti. Dal gesto di Mohamed Bouazizi, che si diede fuoco per protesta contro la disoccupazione e la corruzione del regime tunisino, la scia della disperazione ha diffuso insurrezioni in Egitto, Libia e altri paesi arabi come Siria e Yemen. I giornalisti hanno dovuto testimoniare eventi in luoghi in cui la libertà di informazione non viene rispettata, esponendosi alla violenza criminale della repressione.

LE VOCI MINACCIATE. Nonostante il 2011 sia stato anche l’anno delle rivoluzioni di twitter, la situazione dei blogger minacciati o arrestati non ha subito molte variazioni, anzi c’è una leggera tendenza che fa ben sperare. Secondo i dati di Threatened Voices (letteralmente “Voci Minacciate”) sarebbero di meno i blogger che nel 2011 sono stati costretti tra le mura delle prigioni: 105 contro i 115 dell’anno precedente. Threatened Voices è un progetto lanciato da Global Voices Advocacy (sito di citizien journalism) che si occupa di monitorare i casi di repressione della libertà di espressione online. La piattaforma è nata nel 2009, ma i database offrono informazioni a partire dal 2001. Come Global Voices anche in questo caso l’utente non si limita ad una fruizione passiva, ma viene invitato a diventare un tracker e segnalare in prima persona i casi di sopruso.

Sul sito le infografiche la fanno da padrone e danno all’utente la possibilità di fare ricerche filtrando sia a seconda del paese che dello stato del blogger: minacciato, in arresto, rilasciato, deceduto. Una mappa del mondo collegata ad una timeline svela immediatamente le zone più rischiose: Cina, Iran ed Egitto. Le statistiche nascondono anche qualche sorpresa: alla fine della lista ci si imbatte in nazioni generalmente al di sopra di ogni sospetto come Inghilterra, Germania e Francia. Niente bollino rosso sullo stivale: nessuno ha segnalato casi di censura in Italia.

Visualizza I luoghi pericolosi dell’informazione in una mappa di dimensioni maggiori
I LUOGHI PERICOLOSI. Nel rapporto di Reporters sans frontières è inserito, per la prima volta, l’elenco dei luoghi più rischiosi in termini di uccisioni, minacce, aggressioni, censure. Tra i nomi Manama, la capitale del Bahrain, dove secondo gli organizzatori, le autorità hanno fatto il possibile per evitare qualsiasi copertura mediatica, negando l’accesso ai giornalisti, in particolare fotografi”. Poi piazza Tahrir al Cairo: per il luogo simbolo della Primavera Araba si parla di “campagna dell’odio” verso la stampa internazionale con più di 200 violazioni. Oggetto di un “blackout mediatico totale”, le città siriane di Deraa, Homs e Damasco per il rifiuto, da parte del regime di Assad, di rilasciare visti in entrata alla stampa estera e per la decisione di espellere coloro che si trovavano già nel Paese.

 

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