il Ducato » il foglio http://ifg.uniurb.it testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino Mon, 01 Jun 2015 01:40:19 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.1.5 testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato no testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato » il foglio http://ifg.uniurb.it/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://ifg.uniurb.it Festival di Urbino, Benini: “I social per rilanciare i contenuti della carta. Anche la cultura ma in chiave leggera” http://ifg.uniurb.it/2015/04/24/ducato-online/festival-di-urbino-benini-i-social-per-rilanciare-i-contenuti-della-carta-anche-la-cultura-ma-in-chiave-leggera/71891/ http://ifg.uniurb.it/2015/04/24/ducato-online/festival-di-urbino-benini-i-social-per-rilanciare-i-contenuti-della-carta-anche-la-cultura-ma-in-chiave-leggera/71891/#comments Fri, 24 Apr 2015 14:51:44 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=71891 Foglio, "la carta non è mai tramontata ed è un veicolo del tutto in armonia con la cultura". E il web "un modo immediato di arrivare alle persone e ai lettori". Annalena Benini ha partecipato alla tavola rotonda sulla carta stampata durante la seconda giornata del Festival del Giornalismo Culturale]]> benini_Dentro

Annalena Benini, Il Foglio

URBINO –  Non è vero che oggi il mezzo della carta stampata e il tema della cultura sono due aspetti del giornalismo tramontati. Tanti ormai pensano a una separazione tra cartaceo e online ma secondo Annalena Benini, giornalista del Foglio, ospite al festival del giornalismo culturale, il quotidiano scritto si connette e si estende perfettamente sul web, e quindi sui social network. Ma in chiave più “leggera”.

Annalena Benini scrive di costume, cultura e libri dal 2001. Durante la sessione dedicata alla carta stampata ha ricordato con orgoglio l’intuizione pensata nel 1996 dal fondatore del FoglioGiuliano Ferrara. “Era un giornale che non proponeva solo notizie ma consentiva di far trovare al lettore in prima pagina la cultura. Un abitudine che Il Foglio non ha mai perso”.

Secondo lei oggi resiste il mezzo della carta stampata come strumento di informazione culturale?
Dal mio punto di vista la carta stampata non è mai tramontata ed è un veicolo del tutto in armonia con la cultura. Parliamo di un mezzo che va aggiornato e riadattato in continuazione, cercando nuovi sguardi e chiavi di ingresso sul mondo.

In riferimento a un suo articolo sui rapporti tra le persone perché definisce gli smartphone “antiletterari”?
Parlo di mezzo antiletterale perché è molto difficile inserirlo in alcuni generi, ad esempio nei romanzi. E’ difficile trovare uno scrittore contemporaneo che inserisca nelle sue pagine il nostro modo di vivere. Per questo si è creato una sorta di presente nostalgico in cui è tutto cristallizzato intorno agli anni 90 in cui non esisteva questo uso ossessivo. Ma è giusto che la letteratura faccia i conti con la realtà.

Si può far cultura anche con i social?
Usare i social significa innescare un meccanismo di rilancio sui contenuti della carta. Con questi strumenti diffondo a persone che non per forza sono gli stessi compratori della carta. Postare un articolo, un saggio su twitter e facebook può quindi essere molto utile.

Il  web aiuta la cultura a diventare più popolare e quindi fruibile per tutti?
Sì, perché è un modo immediato per arrivare alle persone e ai giovani. Se un articolo o una riflessione un po’ pesante dal punto di vista culturale viene trasformato in chiave più leggera può essere adattato al web. Questo non significa pretendere di fare un articolo di sole emoticon.

Come gestire la moderazione dei commenti e soprattutto reazione dei lettori in ambito culturale sui social?
Essendo un sistema del tutto aperto si presta anche agli istinti più bassi e alle opinioni più orribili. Per quanto mi riguarda non accetto certe reazioni. Il caso più recente è quello del cantante Gianni Morandi che per aver pubblicato sul profilo Facebook il suo parere sul recente caso del naufragio libico è stato accolto da critiche da tutta Italia.

Ha senso parlare in Italia di informazione culturale quando, come ha ricordato anche lei sul Foglio, ci sono scrittori come Erri De Luca che vengono processati per aver detto qualche parola di troppo?
Questo della libertà di espressione credo sia un importante tema culturale. Per questo ci tenevo a scrivere di un argomento profondo come questo. Le parole sono le parole ed è giusto potersi esprimere sempre nei limiti della legge.

Foto di Anna Saccoccio 

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“Poche stroncature, ma son tutti capolavori?”. Mancuso, De Mieri e i vizi del giornalismo culturale http://ifg.uniurb.it/2014/04/26/ducato-online/poche-stroncature-ma-son-tutti-capolavori-mancuso-de-mieri-e-i-vizi-del-giornalismo-culturale/62009/ http://ifg.uniurb.it/2014/04/26/ducato-online/poche-stroncature-ma-son-tutti-capolavori-mancuso-de-mieri-e-i-vizi-del-giornalismo-culturale/62009/#comments Sat, 26 Apr 2014 18:12:36 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=62009 Giornale Luigi Mascheroni ]]> Mariarosa Mancuso e Michele De Mieri

Mariarosa Mancuso e Michele De Mieri

URBINO – Gli italiani leggono poco, è vero. Ma la colpa non sarà pure degli scrittori e dei giornalisti culturali italiani? Se lo chiedono Michele De Mieri, giornalista di Radio3, e Mariarosa Mancuso, penna di punta de Il Foglio. E ci vanno giù duro con i colleghi: “Nella pagine culturali si parla solo di letteratura in termini di opere perfette: può essere mai?” dice De Mieri. “Esce un film o un libro italiano e siamo tutti pronti a gridare al capolavoro anche se magari abbiamo dormito per metà pellicola”. Gli fa eco Mancuso. Attacchi che sono sfociati in una polemica vivace, di “giornalisti che criticano giornalisti”. Un buon segno secondo Giuseppe Laterza.

Secondo i due relatori, oggi al Teatro Sanzio di Urbino, la disaffezione dei lettori italiani nei confronti della letteratura ha delle origini precise: una sorta di atteggiamento di “ipocrisia” di chi è operatore culturale nelle pagine dei quotidiani nei confronti del lettore.

“È possibile – afferma De Mieri – che giornali e case editrici abbiano un rapporto fisso? E che quasi mai i libri di un certo editore vengano stroncati dal giornalista di una certa testata? Ora, non dico che si debba procedere alla stroncatura per la stroncatura. Ma pare che la critica che permea tutte le pagine di un quotidiano, dalla politica all’economia, una volta arrivati alla pagina della cultura sparisca improvvisamente”.

Mancuso si interroga sugli errori del giornalismo culturale: “Sapete qual è il segno che stiamo sbagliando? Mi è capitato che la gente mi fermasse per strada per chiedermi: ‘Ma di quel libro che hai recensito, cosa pensi veramente?’. Ma come cosa penso veramente? Penso quello che ho scritto”.

Ma evidentemente il lettore italiano è consapevole del rischio “marchette” sempre in agguato nelle pagine del giornali dedicate alla cultura. Pagine che proprio per questo motivo rischiano la ghettizzazione. Non solo per la mancanza di sincerità nei confronti del lettore ma anche per la scarsa accessibilità. Tradotto: sono scritte in maniera noiosa e solo per dare sfoggio della cultura dell’autore.

“Non si può dare torto a chi non legge i giornali – continua Mancuso – sono scritte in maniera tale da non attirare il lettore. E non sto parlando di attirare in termini di oscenità. Ma se pensiamo alla lettura, chi di noi ha mai preso un libro in mano con lo scopo di migliorarsi? Nessuno. La lettura ha a che fare con il divertimento, con il piacere. Non capisco, quindi, perché non possa essere divertente o piacevole anche il passaparola a questo legato. Carlo Fruttero diceva che la lettura è una passione esclusiva come il gioco e il terrorismo. E io la penso come lui”.

Secondo i due giornalisti, quindi, nessun dubbio sul fatto che alcuni lettori abbiano perso il gusto della lettura, così ingolfati in recensioni piatte che non riescono a suscitare interesse. Piatte e acritiche. Che non solo hanno effetti negativi sull’alfabetizzazione del Paese ma anche sul ruolo del giornalismo culturale.

“Se uno perde credibilità – continua Mancuso – può dare la colpa solo a se stesso. Cioè se stronco, per dire, Piperno perché non mi piace uno che mette più di due avverbi in una sola frase, non faccio un torto a lui come persona, svolgo solo bene il mio mestiere”.

Un dialogo molto critico verso la categoria, soprattutto sui colleghi “mainstream”, coloro che rimangono impigliati in logiche editoriali e di interessi di “mercato”. Al punto tale che in platea scoppia la polemica. A innescarla principalmente De Mieri che dal palco del Sanzio lamenta le abitudini dei colleghi che recensiscono sempre e solo polizieschi o gialli – Camilleri la fa da padrone – e determinate case editrici. “La Sellerio ha pubblicato ben 12 libri di Roberto Bolaño – dice De Mieri – e nessuno ha mai prestato attenzione a questo autore. A un certo punto Adelphi lo riesuma pubblicando alcune delle sue opere peggiori e via con le paginate sui giornali italiani. Come se bastasse passare dal blu scuro della Sellerio alla cromatura pastello della Adelphi per svegliarsi di colpo”.

Dalla penultima fila del teatro Luigi Mascheroni de Il Giornale, però reagisce sentendosi chiamato in causa: “Quando sulla Treccani è uscita l’accusa a Camilleri – dice Mascheroni – per aver plagiato l’ultimo suo libro, nessuno ne ha scritto tranne me, perché né Il CorriereLa Repubblica volevano mettersi contro l’autore”. E sulla regola non scritta dei giornali di non pubblicare recensioni già pubblicate dalle testate concorrenti aggiunge: “Sono d’accordo con voi, è una regola stupida ma nessuno agisce in modo diverso. Qualcuno può smentirmi?”.

Il dibattito dei giornalisti tra palco e platea piace all’editore Giuseppe Laterza: “Giornalisti che criticano giornalisti. Mi pare sia l’inizio di un buon percorso”.


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