il Ducato » ilaria alpi http://ifg.uniurb.it testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino Mon, 01 Jun 2015 01:40:19 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.1.5 testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato no testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato » ilaria alpi http://ifg.uniurb.it/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://ifg.uniurb.it Di Trapani (Usigrai): “Nostra proposta: centro unico di produzione per le news Rai” http://ifg.uniurb.it/2015/04/25/ducato-online/di-trapani-usigrai-nostra-proposta-centro-unico-di-produzione-per-le-news-rai/72326/ http://ifg.uniurb.it/2015/04/25/ducato-online/di-trapani-usigrai-nostra-proposta-centro-unico-di-produzione-per-le-news-rai/72326/#comments Sat, 25 Apr 2015 21:31:34 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=72326 STORIFY Il racconto social della terza giornata]]> FANO – “Trovo che la televisione sia molto educativa. Ogni volta che qualcuno l’accende, vado in un’altra stanza a leggere un libro”. È una delle freddure più celebri di Groucho Marx, e durante il panel “Dov’è la cultura oggi: la televisione” che oggi ha animato il Teatro della Fortuna di Fano, nell’ambito della terza giornata del Festival del giornalismo Culturale 2015, si è cercato di capire quanto la tv italiana sia effettivamente educativa e dove e come la cultura viene trasmessa.

Vittorio Di Trapani, oltre ad essere segretario generale dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, è prima ancora un giornalista lui stesso. Gli abbiamo chiesto quale compito assolve la cultura nel servizio pubblico.

“La cultura deve educare, deve servire a creare spirito critico. In tv non può essere intesa come un prodotto specifico, un prodotto a parte, relegato a programmi ad hoc. Tutti i prodotti devono avere funzione culturale, devono sviluppare lo spirito critico degli spettatori. Che non sono dei consumatori, almeno per il servizio pubblico, ma dei cittadini. Deve contribuire alla maturazione della democrazia e alla crescita culturale del Paese. Non per forza tramite trasmissioni dedicate, ma a partire dai telegiornali, dai grandi programmi di prima serata. Per arrivare alle nicchie delle reti secondarie”.

Sempre meno, ma la cultura passa anche per i telegiornali. È da un pezzo che si parla della riforma dei sistemi di informazione del servizio pubblico. Alla fine cambieranno davvero i telegiornali Rai?
“Cambieranno eccome. Il Consiglio di amministrazione ha approvato un progetto su proposta del direttore generale basato su due newsroom, che inglobino Tg1 e Tg2 la prima, Tg3, TgR e Rainews la seconda.  L’Usigrai ha proposto un proprio progetto di riforma che si chiama Rai Più, basato su un newsgathering unico, con una struttura unica di produzione. Questa proposta è stata sottoposta al voto di tutte le giornaliste e i giornalisti della Rai, che con un referendum si sono detti favorevoli alla nostra proposta. Ora ci sarà un confronto con l’azienda sulla nostra proposta di riforma, e siamo convinti che questa sia di maggior sviluppo per l’azienda. Specie su tre punti fondamentali: l’informazione di rete deve tornare sotto la titolarità dei telegiornali; lo sviluppo del web e della crossmedialità; la presenza sui territori, ovvero la copertura di tutti i territori in ogni singola regione ma anche la copertura all’estero, giacché il servizio pubblico deve raccontarlo meglio, e per farlo deve essere più presente nelle realtà internazionali”.

La proposta di Gubitosi non rischia di limitare il pluralismo dell’informazione?
“Ma a noi la proposta Gubitosi non piace perchè è una operazione meramente contabile, che non parte dal prodotto, quindi senza una idea di rilancio e sviluppo della Rai Servizio Pubblico. Il problema della sua proposta non è la riduzione del numero delle testate, ma l’obiettivo di ridurre l’informazione, il rischio grave di tagli che colpiscano la qualità del prodotto e non i veri sprechi. Poi dobbiamo intenderci su che cos’è il pluralismo. Non può e non deve essere una somma di parzialità. Anche la nostra proposta allora andrebbe a limitarlo, il pluralismo, con un newsgathering unico e con un unico direttore delle news. Deve essere pluralismo di racconto, di format, di linguaggi. Oggi pluralismo è raccontare tutte le diverse sfaccettature di una realtà. Immaginare che sia quello di 30 anni fa, per cui la Rai era tenuta a fare un tg democristiano, uno socialista e uno comunista è un residuato del secolo scorso. Oggi dobbiamo partire dal prodotto, che deve essere più ricco e più adatto al pubblico che cambia. Così da fare servizio pubblico proprio nella logica di capire qual è l’esigenza del nostro pubblico e rispondere a quell’esigenza”.

Da giornalista Rai, mi dà un esempio di giornalismo culturale da cui è rimasto favorevolmente colpito, di recente?
“Fare esempi è sempre difficile. Fare cultura significa scavare e andare in profondità. È tutto ciò che va a svelare i perché dei fatti che accadono, tutto ciò che racconta storie. Servendomi di un’espressione di Papa Francesco, fare cultura significa ‘andare a illuminare le periferie’. Quelle geografiche, quelle sociali, quelle economiche. Tutto ciò che non viene abbastanza raccontato: tutto ciò che è buio e il servizio pubblico illumina”.

Ma l’esempio non me l’ha dato.
“E allora, visto che insisti, te ne faccio due, di esempi: le inchieste fatte di recente per trovare finalmente, dopo 20 anni, la verità sull’omicidio di Ilaria Alpi e di Milan Hrovatin. E anche La neve la prima volta, il reportage di Valerio Cataldi realizzato per Tg2 Dossier con il patrocinio dell’UNHCR che racconta la storia di quattro migranti sopravvissuti al naufragio sulle coste di Lampedusa il 3 ottobre scorso”.

Versione modificata in data 26/04/2015, ore 10.00

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Il giornalismo che cerca la verità: Ilaria Alpi a teatro http://ifg.uniurb.it/2014/03/18/ducato-online/il-giornalismo-che-cerca-la-verita-ilaria-alpi-a-teatro/59592/ http://ifg.uniurb.it/2014/03/18/ducato-online/il-giornalismo-che-cerca-la-verita-ilaria-alpi-a-teatro/59592/#comments Tue, 18 Mar 2014 11:42:21 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=59592 5_ISABELLA RAGONESE_AFRICAN REQUIEM_FOTO ALESSANDRO BOTTICELLI“È il giorno 20, mese di marzo, anno 1994″. Le ultime ore di vita di Ilaria Alpi. E’ una delle prime battute di  African requiem, appunti di fine giornata, opera teatrale di Stefano Massini sulla vicenda della giornalista e del cameraman Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio in circostanze mai chiarite. I due reporter si trovavano in Somalia per indagare sul traffico internazionale dei rifiuti. In occasione del ventennale della scomparsa dei due inviati, lo spettacolo sarà replicato domani (mercoledì 19 marzo) alla Camera dei deputati, a interpretarlo l’attrice Isabella Ragonese. Madrina dell’evento la presidente Laura Boldrini, che pochi giorni fa ha promesso di fare tutto il possibile per desecretare i fascicoli dell’indagine parlamentare sul caso.

Con African requiem il regista Stefano Massini, 35 anni, fiorentino, chiude la trilogia che lega teatro e giornalismo, iniziata con lo spettacolo Donna non rieducabile, sulla storia di Anna Politkovskaya, uccisa il 7 ottobre 2006: “L’idea è partita leggendo e studiando la figura della giornalista russa, con ogni probabilità dietro quell’omicidio ci sono i servizi segreti di Mosca. Dalla sua tragica storia è nato lo spettacolo interpretato da Ottavia Piccolo. Era il 2009. Tra il pubblico e gli addetti ai lavori ho notato che , oltre alla grande commozione per la tragica fine di Anna Politkovskaya, prevaleva una certa distanza dai fatti: una cosa così non sarebbe mai potuta succedere nella nostra Italia. Così, per  dimostrare che la libertà di stampa non è scontata da nessuna parte, ho deciso di raccontare la storia di Ilaria Alpi”.

African requiem gira nei teatri da settembre 2013, ma prima c’è stato Schifo, omicidio non casuale di Ilaria Alpi. Qual è la reazione del pubblico?

Una grande commozione mista a stupore: il nome della giornalista del Tg3  è molto conosciuto, ma non la sua vicenda. Sono felice che il mio spettacolo abbia aiutato a far conoscere questa storia e ringrazio le attrici: Isabella Ragonese, prima ancora Lucilla Morlacchi e Ottavia Piccolo, che hanno vestito i panni di queste giornaliste.

Che cosa hanno in comune Ilaria Alpi e Anna Politkovskaya?

Coloro che le circondavano tendevano a minimizzare l’argomento di cui si stavano occupando con passione e professionalità: il traffico di rifiuti in Somalia e la quinta guerra tra Russia e Cecenia. Non erano considerati argomenti scottanti nemmeno dai colleghi, che le hanno lasciate sole, non per ignoranza, ma per una precisa volontà di non sapere.

Perché fra le giornaliste e i giornalisti italiani morti per raccontare la verità, ha scelto Ilaria Alpi?

L’elenco è lungo: ci sono Peppino Impastato, Mino Pecorelli e molti altri, ma la vicenda di Alpi e Hrovatin mi ha colpito perché è ambientata in Somalia. La vediamo come una terra distante, ma come italiani siamo molto legati a quel territorio: è stata una nostra colonia, continuiamo ad avere intensi rapporti culturali e commerciali. I due giornalisti, come cerco di sottolineare nel mio spettacolo, sono stati uccisi nel quartiere italiano.

L’atmosfera del continente africano è evidente anche nelle musiche scelte

L’orchestra multietnica  di Arezzo di Enrico Fink è composta da musicisti impegnati in progetti internazionali, che hanno l’obiettivo di coniugare la nostra tradizione musicale con quella africana e del Medio Oriente.

Che ne pensa dell’etichetta di “teatro impegnato”?

Come ha detto Isabella Ragonese, è completamente sbagliata. Primo perché, visto che si tratta un argomento serio, il valore artistico dell’opera passa in secondo piano. E poi non esiste un “teatro impegnato” e un “teatro leggero”. Quando scegli di raccontare una storia, qualsiasi storia, te  ne assumi comunque la responsabilità.

Ecco il teaser dello spettacolo African Requiem


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