il Ducato » negozi sfitti http://ifg.uniurb.it testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino Mon, 01 Jun 2015 01:40:19 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.1.5 testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato no testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato » negozi sfitti http://ifg.uniurb.it/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://ifg.uniurb.it Crisi del commercio, non c’è ripresa nelle vie di Urbino /FOTOGALLERIA http://ifg.uniurb.it/2013/12/15/ducato-online/crisi-del-commercio-non-ce-ripresa-nelle-vie-di-urbino-fotogalleria/53853/ http://ifg.uniurb.it/2013/12/15/ducato-online/crisi-del-commercio-non-ce-ripresa-nelle-vie-di-urbino-fotogalleria/53853/#comments Sun, 15 Dec 2013 15:47:01 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=53853 FOTOGALLERIA - In cammino per le strade del centro storico per capire, di negozio in negozio. Tra affitti alti, negozi che chiudono, locali abbandonati e divieti di chiusura, c'è anche chi riesce a sopravvivere
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liquidazioneURBINO – Un viaggio per le strade del centro storico di Urbino per vedere e capire.
Vedere i segni lasciati dalla crisi. Capire se ci sono segni di ripresa. Giorno dopo giorno, negozio dopo negozio, fino a contarne cento. E dei cento, trovarne chiusi e sfitti 25. Quattro stanno per chiudere. Gli altri sopravvivono, pochi contano su un bilancio in attivo.

Tiene duro “Extrabilia”, in via Battisti al civico 16.  Il frigorifero che un tempo ospitava prosciutti e formaggi, oggi è pieno di articoli di magia e maschere: “Prima avevo un piccolo alimentari – racconta il titolare, barba lunga e tshirt stampata, poi con la crisi del settore dovuta alla nascita delle grandi catene di supermercati, ho cambiato completamente genere. Ora vivo solo grazie agli studenti, senza i quali dovrei chiudere e per i quali ho scelto questa attività”.

L’INCHIESTA – I negozi del centro, uno ne chiude, mezzo ne apre
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LE STORIE – 
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FERMIGNANO:  “Ci pieghiamo ma non ci spezziamo”
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Vivere di affitto
A pochi metri di distanza c’è  il “Bazar Di Paoli” sopravvive dal 1982 con i suoi scaffali zeppi di oggetti di ogni tipo: minutaglie e chincaglierie che vanno dall’idraulica ai piccoli elettrodomestici, dalle bombole del gas alle pentole.

Il titolare Fabio Di Paoli  racconta che, come i suoi colleghi su quel lato di strada, è fortunato: “paghiamo un affitto ridotto, intorno ai 300 euro, all’associazione del “Legato Albani” che concede i locali dell’omonimo palazzo. In via Mazzini, ad esempio, i proprietari speculano e guadagnano sugli affitti delle  case e quindi non si fanno problemi a proporre locali di 35 metri quadrati a prezzi altissimi, come 800 o 900 euro al mese. È un costo immenso per i piccoli negozi di un centro cittadino quasi vuoto”.

In via Mazzini ci sono sette locali commerciali sfitti: a fine novembre ha chiuso un negozio di abbigliamento, qualche mese prima i due punti vendita di sigarette elettroniche (durati meno di un anno). Al civico 37, un cartello giallo annuncia: “Liquidazione totale per cessione attività”. In vetrina, profumi e  prodotti di makeup. Alle spalle non più di qualche anno di attività.

Ridateci i turisti
“Se continua così, l’anno prossimo saremo costretti a chiudere”. Paolo Foglietta ha aperto la sua gioielleria al civico 62 di via Veneto  nel 1995 e mentre parla guarda le mensole illuminate del negozio, traboccanti d’oro e argento. “I centri storici sono in crisi e con loro i negozi tradizionali: è arrivato il tempo di trovare il modo di incentivare i turisti a venire a Urbino, creare una vera  e propria cultura del turismo con gente preparate e capace”.

“È difficile riaprire il centro storico alle persone se i negozi si spostano tutti fuori dalle mura”, dice Francesca, titolare di  Trendy Casa in piazza della Repubblica. “Vedo la piazza svuotarsi pian piano – racconta mente addobba le vetrine per Natale – e aspetto che qualcuno faccia qualcosa. I turisti di cui tutti parlano, qui ci sono  solo d’estate. Per il resto dell’anno, non si fa quasi nulla”.

Il turismo sognato è quello degli americani che portavano i dollari, quello che c’era quando “promettendogli un cambio favorevole, riuscivo anche a vendergli qualche oggetto”: così Vittorio Marcucci, l’orafo di via Raffaello che ha deciso di chiudere a maggio del 2014 dopo 54 anni e che ancora spera di trovare qualcuno che rilevi la sua attività.

Divieto di chiudere
Giuseppe Ugoccioni, detto Jack, è un ex impiegato del Comune e non riesce a trattenersi: “Si stava meglio quando si stava peggio”  dice infervorandosi per la chiusura del “Koala”, a pochi passi dalla bottega dell’orafo Marcucci:  con la liquidazione dei suoi oggetti di modernariato vintage, ceramica locale e antiquariato, il proprietario Antenisco Bartolucci riprenderà a viaggiare.

Resta il paradosso di chi, invece, vorrebbe chiudere ma non ci riesce. Quasi un divieto : “Per chiudere dovrei vendere tutto quello che ho in magazzino e in negozio: cornici, legno, vernici. E se pure non lo vendessi, comunque dovrei versare l’Iva – spiega il titolare di Cornici Durante, al civico 99 di via Raffaello – A questo punto, mi sacrifico e tiro avanti. Anche se, senza lavoro, è dura”.

Antichità”, in piazza della Repubblica, è un negozio di antiquariato che da mesi espone il cartello “Affittasi locale”. “Stiamo cercando di cedere l’attività o di affittare il locale, ma non ci riusciamo”: Maria Catia De Angeli ha provato in tutti i modi a pubblicizzare la cessione del suo negozio, ma senza risultati.

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Il vecchio è nuovo
Le vie d’uscita, a questo punto sono due: puntare sulla vendita online consigliata da “Amicucci Bell Arti”, che da via Mazzini diffonde la sua merce in tutto il mondo oppure re-inventare di continuo anche i mestieri  più antichi. Come fa Waletr Paolucci, titolare della “Gelateria Romana” di piazza della Repubblica. Con il gelato caldo e i waffel e le crepes, alla Romana “il lavoro aumenta di anno in anno”.

 

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“Nessuno vuole la mia licenza”, chiude l’oreficeria Marcucci di Urbino /VIDEO http://ifg.uniurb.it/2013/12/15/ducato-online/nessuno-vuole-la-mia-licenza-chiude-loreficeria-marcucci-di-urbino-video/53922/ http://ifg.uniurb.it/2013/12/15/ducato-online/nessuno-vuole-la-mia-licenza-chiude-loreficeria-marcucci-di-urbino-video/53922/#comments Sun, 15 Dec 2013 08:47:23 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=53922 VIDEO - Il titolare della storica bottega in via Raffaello ha fatto questo mestiere per più di mezzo secolo e di negozi ne ha visti chiudere tanti. La sua amara considerazione: “Non c’è niente da fare, i tempi sono davvero cambiati!”
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URBINO – “Magari! Magari ci fosse qualcuno interessato a fare l’orafo. Mia figlia è psicologa, mio figlio avvocato. Non hanno voluto seguire le

Vittorio Marcucci

Vittorio Marcucci

orme del padre.  Io cerco ancora di vendere la mia licenza. Ma oggi i giovani hanno altri interessi. Non mi resta che chiudere”.

Vittorio Marcucci , orologiaio e orafo di Urbino da 54 anni, a maggio  2014 chiuderà il suo storico negozio. Così, i locali sfitti di via Raffaello diventeranno dieci.

Vittorio  ha 77 anni, due figli e due nipoti per i quali piange dall’emozione: racconta che non esiste sensazione più bella dello stringere tra le braccia un neonato. Mostra orgoglioso le foto della sua famiglia nelle cornici d’argento che vende in negozio.

“Da questa bottega ho visto scorrere la vita di Urbino  degli ultimi cinquant’anni: tantissime attività hanno aperto e chiuso. Mercerie, negozi di abbigliamento, agenzie immobiliari, botteghe”. Pensa un attimo e aggiunge: “Sì, hanno chiuso davvero in tanti”.

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Gli orologi a cucù del negozio suonano tutti insieme. “Ricordo bene il giorno che  ho iniziato a imparare il mestiere. Ero stato bocciato in seconda media e allora mio padre mi disse: ‘Sai che c’è? Se non hai voglia di studiare, vai almeno a imparare il mestiere da un mio amico”.

Il suo “maestro” era molto conosciuto a Urbino, era  “un artigiano della  vecchia scuola”.  “La prima settimana ho guardato quello che faceva – racconta Marcucci –  Cercavo di capire a cosa servissero gli attrezzi e pulivo la bottega. Poi, dopo qualche giorno, il maestro mi regalò 150 lire e mi disse ‘questo non è mica uno stipendio! È solo un regalo perché come apprendista dovresti essere tu a pagare me per le cose che t’insegno’”.

“E aveva ragione – sottolinea Marcucci –  perché a quel tempo tutto era diverso. Stare in bottega era un privilegio”.

Una volta imparato “il mestiere”, Vittorio inizia ad aiutare l’artigiano da casa. “Il maestro mi aveva regalato gli strumenti.  Fino al 1958 l’ho aiutato nel suo lavoro. Riparavo orologi, cambiavo ingranaggi, incidevo anelli. Poi sono partito per il militare. L’ho fatto per due anni, fino al ’60. Quando sono rientrato in città, ho aperto il negozio con mio fratello. Lui suonava la fisarmonica in una banda, era un concertista con una vita sconclusionata. Lasciò quel lavoro per dedicarsi con me a questa impresa”.

Marcucci non crede nella ripresa, ma continua a sperare: “Io spero ancora, spero in Renzi!” dice ridendo.

Poi torna serio: “La crisi ha colpito tutti. Però devo ammettere che il ceto medio è quello che soffre di più. Prima le persone si trovavano ancora qualche soldo in tasca a fine mese. Magari decidevano di spenderli nel mio negozio. Oggi, invece, si fatica e anche a pagare le bollette. Chi acquisterebbe un orologio o un gioiello a cuor leggero?”.

Gioca con la fede e mostra l’incisione che c’è dentro: “questa l’ho fatta io” dice orgoglioso. Poi, prende dal magazzino la macchina per le incisioni e fa vedere la rotella con le lettere. “Si deve stare molto attenti in questo lavoro – dice  Marcucci – perché se sbagli anche di qualche millimetro hai perso un anello d’oro”.

Poi, uno dopo l’altro, indica sul bilancino di precisione i timbri lasciati dai funzionari di Stato: “Negli anni ’60 c’erano molti controlli a sorpresa. Cercavano di scoprire chi imbrogliasse sul peso dell’oro”.

Vittorio prende una moneta da due centesimi e la mette sotto uno dei due piattini del bilancino. “L’ago della bilancia si sposta. Bastava tararla e così potevi vendere meno oro a un prezzo più alto”.

Da qualche decennio, però, non è così. “È bastato pagare una tassa e dei controlli neanche più l’ombra” dice.

Marcucci è  consapevole dei tempi che cambiano. “Chi verrà in questo locale dopo di me, dovrà cambiare tutto. É giusto così. Non sono d’accordo con chi dice che si stava meglio prima. Basta un po’ d’amore. Basta avere la passione per le cose che si fanno. Basta amare la propria città”.

Poi, ancora una volta pensieroso, aggiunge: “Non c’è niente da fare, i tempi sono davvero cambiati!”.

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Crisi, chiude dopo 27 anni lo storico Koala “Urbino sta morendo senza identità” http://ifg.uniurb.it/2013/12/13/ducato-online/crisi-chiude-dopo-27-anni-lo-storico-koala-urbino-sta-morendo-senza-identita/53871/ http://ifg.uniurb.it/2013/12/13/ducato-online/crisi-chiude-dopo-27-anni-lo-storico-koala-urbino-sta-morendo-senza-identita/53871/#comments Fri, 13 Dec 2013 15:12:52 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=53871 IMG_1452URBINO – Su un tavolo di legno una radio degli anni ’50. Su una sedia  una valigia da migrante d’inizio Novecento. Su una scatola una pila di Topolino impolverati. Su una cassa c’è  il modellino di un autobus ninja.

Una donna entra, si guarda intorno. Prende in mano un violino Stainer di fine Ottocento, chiede il prezzo e lo posa. Poi vede una vecchia macchina da scrivere, la tocca, ne sfiora i tasti con le dita, chiede il prezzo e la compra. “Starà benissimo nel mio studio” dice.

Siamo al Koala, un negozio molto noto ad Urbino. Vende oggetti di artigianato artistico e vintage,  a metà strada tra antiquariato e arte. Adesso, dopo 27 anni di attività, sta per chiudere: “La colpa è della crisi che fa aumentare le spese e ridurre le entrate” dice il proprietario Antenisco Bartolucci.

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Bartolucci racconta la storia del negozio: “Negli anni ’80 avevo trent’anni e viaggiavo per il mondo con un gruppo di amici. Tornavamo a casa con lo zaino pieno di oggetti d’arte provenienti da ogni parte del mondo. Nel 1986 decisi di venderli in un negozio a Urbino e iniziai con pezzi di artigianato peruviano”.

All’inizio  i cittadini erano entusiasti. “Per loro si trattava di oggetti nuovi e originali. Poi con il tempo ho iniziato a vendere anche cose più vicine all’identità artistica della città, come stampe di Urbino, porcellana locale e articoli d’arte”.

Il Koala si è così riempito di lampade, gioielli, sculture, strumenti musicali e mobilio antico. “Il negozio è sempre andato bene. Almeno fino al 2008. Da quel momento sono diminuite le entrate, la gente ha comprato sempre meno e anche pagare l’affitto del locale è diventato difficile”, racconta Bartolucci.

IMG_5734“A Urbino- spiega- la ripresa sembra allontanarsi soprattutto per i negozi tradizionali e per  quelli legati a beni accessori. Il commercio in città sta cambiando – continua Bartolucci – aprono solo bar, pizzerie e gelaterie e chiudono barbieri, calzolai e artigiani.  Ci si prende cura solo delle persone di passaggio. Degli studenti e non degli abitanti”.

Bartolucci se la prende anche con l’amministrazione comunale. “Nel centro storico si è rotto l’equilibrio tra cittadini e ospiti. Urbino sta perdendo la sua identità. Non è più una città d’arte. Non c’è attenzione al turismo e alle iniziative artistiche. Il centro storico non è valorizzato con eventi culturali e d’arte”.

“Chiuderò il prossimo 31 dicembre: il negozio non vedrà il nuovo anno. Cerco di liquidare tutto con sconti che partono dal 50%”. Antenisco si guarda intorno, indica le ceramiche locali che lo circondano, le vetrinette, le casse, le collane antiche, i bracciali e libri.

Sul sito www.cinesichecomprano.com, ci  sono un annuncio e un prezzo di vendita per il Koala: 29mila euro per un’attività con “bassi costi di gestione”. Qualche riga più giù, la descrizione è tradotta in cinese.

“Cosa farò adesso?” si chiede Bartolucci: “Ricomincerò a viaggiare e a studiare arte. Non sarò triste, perché tutte le cose hanno un inizio e una fine”.

 

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Uno ne chiude, mezzo ne apre: ecco i dati 2013 sul commercio a Urbino http://ifg.uniurb.it/2013/12/13/ducato-online/uno-ne-chiude-mezzo-ne-apre-ecco-i-dati-2013-sul-commercio-a-urbino/53904/ http://ifg.uniurb.it/2013/12/13/ducato-online/uno-ne-chiude-mezzo-ne-apre-ecco-i-dati-2013-sul-commercio-a-urbino/53904/#comments Fri, 13 Dec 2013 10:53:00 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=53904 [continua a leggere]]]> Egidio Cecchini (Confcommercio)

Egidio Cecchini (Confcommercio)

URBINO – Alla fine del quindicesimo secolo un artista ignoto dipinse  un quadro intitolato “La città ideale” che si pensa sia ispirato a Urbino. Forse al tempo lo era ma a distanza di 500 anni il titolo le si addice molto meno, almeno per quanto riguarda il commercio. Secondo i dati forniti dal Comune, infatti, nell’ultimo anno 20 attività hanno chiuso le saracinesche e solo 9 hanno aperto, 7 sono stati i cambi gestione e i cambi di sede. Come dire che per ogni negozio che chiude ne apre mezzo.

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Il confronto col 2012 rende la situazione ancora più allarmante: avevano chiuso 22 attività ma ben 20 erano state rimpiazzate. In un solo anno si sono dimezzati gli imprenditori decisi ad investire a Urbino e sono aumentati quelli che hanno deciso di andarsene (se si considerano i cambi gestione, 26 attività nel 2013 hanno abbandonato la città ducale).
Per quanto riguarda i pubblici esercizi (bar, ristoranti, pub) i numeri sono meno crudeli: nel 2012 sono state 2 le chiusure, 4 le aperture e un cambio gestione. Nel 2013 le nuove attività sono state 2 e quelle che hanno cambiato gestione sono state 3.

Secondo Egidio Cecchini, responsabile della Confcommercio di Urbino, il problema numerico non è quello più preoccupante, bisogna riflettere piuttosto sul dato qualitativo: “Le attività ci sono, magari sono state rimpiazzate, non è una questione numerica. Il problema è che alla fine il volume di affari è andato comunque a scemare”.

La tanto inflazionata crisi economica ha inciso nel declino del settore commerciale di Urbino ma ci sono anche problemi legati al territorio stesso. I commercianti del centro storico per esempio sono stati penalizzati dall’introduzione della Ztl che ha di fatto diminuito il passaggio di auto e motorini quindi di potenziale clientela.  Già a marzo di quest’anno  i commercianti lamentavano un calo del 20% delle vendite a causa dell’introduzione delle nuove norme sul traffico in città. Da quel giorno, con l’estate di mezzo (periodo nero per Urbino perché gli studenti se ne vanno), la situazione è solo peggiorata.

“Bisogna valorizzare la realtà in cui si vive – continua Cecchini – non si può pensare di restare sempre fermi. Bisogna riconquistare il centro storico e per farlo c’è sì la necessità di valorizzare le tradizioni come l’università ma c’è anche bisogno di innovarsi. Certi spazi che oggi non hanno più possibilità di sviluppo devono essere riorientati verso attività che hanno più mercato”.
Una decina di anni fa Urbino era il polo commerciale di riferimento per tutto il territorio. Poi “la realtà del centro storico si è un po’ mummificata” e, soprattutto, sono cambiati gli interlocutori: “Bisogna favorire il turismo – spiega Cecchini – non si può star fermi in attesa che le cose tornino come prima. Ci sono imprenditori che sono riusciti a innovarsi ma quelli che continuano a rivolgersi soprattutto ai residenti e poco ai turisti e agli studenti sono destinati a soccombere”.

Il modo per uscirne, secondo il responsabile Confcommercio, è l’unione che, notoriamente, fa la forza: “Bisogna mettersi insieme a creare un’immagine bella di Urbino. Organizzare un sistema virtuoso coinvolgendo tutti per cui un cliente va in un negozio, gli viene data una pergamena con i nomi di altri negozi con sconti e offerte cosicché clienti che non sarebbero mai andati in posto sono invogliati ad andarci”.

Un altro nodo cruciale per il futuro della città è lo sviluppo dei centri commerciali. Due anni fa è stato inaugurato il Consorzio e sta per nascere il secondo polo commerciale a Porta Santa Lucia, vicinissimo al centro. Un’occasione o un problema? “Noi stiamo promuovendo l’iniziativa “doppio centro” ossia il centro storico e i centri commerciali. Per il bene del commercio queste due realtà, che di solito si contrappongono, devono imparare a stare insieme”, conclude Cecchini.

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