il Ducato » Partigiani http://ifg.uniurb.it testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino Mon, 01 Jun 2015 01:40:19 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.1.5 testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato no testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato » Partigiani http://ifg.uniurb.it/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://ifg.uniurb.it La Resistenza sul grande schermo: a Fano intellettuali e partigiani sui sentieri del cinema http://ifg.uniurb.it/2015/04/26/ducato-online/la-resistenza-sul-grande-schermo-a-fano-intellettuali-e-partigiani-sui-sentieri-del-cinema/72443/ http://ifg.uniurb.it/2015/04/26/ducato-online/la-resistenza-sul-grande-schermo-a-fano-intellettuali-e-partigiani-sui-sentieri-del-cinema/72443/#comments Sun, 26 Apr 2015 09:43:26 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=72443 VIDEO Cultura e Resistenza al centro della terza serata del Festival del giornalismo culturale. Dodici titoli sulla rappresentazione della cultura sono stati analizzati da Steve Della Casa e Giacomo Manzoli. Durante l'evento la proiezione di "Quando i tedeschi non sapevano nuotare", film sui partigiani emiliani e romagnoli]]> Giacomo Manzoli e Steve Della Casa durante il cineforum

Giacomo Manzoli e Steve Della Casa durante il cineforum

FANO – Cinema, cultura, tradizione e Resistenza. La terza serata del Festival del giornalismo culturale di Urbino e Fano si è chiusa con un mix di questi elementi. Il filo conduttore dell’evento è stato il cinema, inteso come mezzo per trasmettere la cultura e come strumento per raccontare la Resistenza.

Il critico cinematografico Steve Della Casa e il professore di cinema dell’Università di Bologna Giacomo Manzoli hanno condotto il pubblico attraverso dodici titoli che, secondo i relatori, hanno svolto un ruolo importante nella divulgazione della cultura. Ci sono pellicole sull’educazione e il rapporto tra docente e studente come Chiedo asilo di Marco Ferreri o Il rosso e il blu di Roberto Piccioni. Mentre il primo lungometraggio di Nanni Moretti Io sono un autarchico e Manhattan di Woody Allen raccontano la figura dell’intellettuale infelice. Una sintesi per mostrare come la cultura venga rappresentata e percepita nell’ambiente del cinema.

Eugenio Lio ed Elisabetta Sgarbi introducono "Quando i tedeschi non sapevano nuotare"

Eugenio Lio ed Elisabetta Sgarbi introducono “Quando i tedeschi non sapevano nuotare”

Per legare il Festival al 25 aprile è stato proiettato Quando i tedeschi non sapevano nuotare. Un film di Elisabetta Sgarbi, aiutata nella sceneggiatura da Eugenio Lio. Un lavoro che punta a ricostruire i momenti della Resistenza in una zona d’Italia dove questa non è mai stata ricordata nei manuali di storia: la Pianura padana e il delta del Po. Luoghi che, al contrario delle colline appenniniche, sono sempre stati considerati poco adatti per creare un movimento antifascista militante: il territorio non offriva nascondigli sicuri e c’erano troppe strade a facilitare gli spostamenti del nemico. Il film ricostruisce la Resistenza in quella zona attraverso interviste, documenti d’epoca e testimonianze di chi c’era. Sono tornati alla luce momenti come la liberazione di Bondeno, un’azione del febbraio 1945 realizzata da sole donne. Dalle acque del Po sono riemersi i ricordi di chi vide decine di tedeschi annegare tentando di attraversare il fiume con corde e funi durante la ritirata.

Prima della proiezione Loi ha sottolineato come il 25 aprile non sia veramente una festa unitaria. “L’Italia ha vissuto più fasi di resistenza. Molte zone d’Italia prima di questa data erano già libere dal nazifascismo. Questo ha creato diversi tipi di resistenza e diversi modi di fare resistenza. Tutto ciò ha influenzato il Paese nella fase post bellica. Alla cultura spetta il compito di spiegare e rendere chiare queste differenze evitando l’uniformazione tipica del messaggio televisivo”.

Riprese di Lucia Gabani
Intervista di Michele Nardi


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“Io, staffetta dei partigiani”: Romano Arcesi racconta la sua Resistenza http://ifg.uniurb.it/2013/04/24/ducato-online/io-staffetta-dei-partigiani-romano-arcesi-racconta-la-sua-resistenza/44640/ http://ifg.uniurb.it/2013/04/24/ducato-online/io-staffetta-dei-partigiani-romano-arcesi-racconta-la-sua-resistenza/44640/#comments Wed, 24 Apr 2013 14:11:42 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=44640

Il comandante Mari diede l’ordine di spostarsi, veloci, perché stavano arrivando i fascisti. Era una notte fredda e piovosa come solo le notti sugli Appennini sanno essere. Noi raccogliemmo le nostre cose di corsa e ci mettemmo in cammino ma Ermes Cesaroni che era un mio compagno di due anni più grande, inciampò, gli cadde il parabello, partirono due colpi e si bucò l’orecchio.

Romano Arcesi quasi sorride mentre lo racconta, come a dire che questo è il minimo che ti può capitare in guerra. Classe 1928, nome di battaglia Battista, è l’ultimo partigiano di Urbino in vita. Ma che ci sia poco da ridere lo fa capire il ritornello che ripete incessante per tutta l’intervista: “La guerra è una brutta cosa”. E scuote la testa ben pettinata, piano, piano. Lo ribadisce come un monito, quasi a dire che nessuno si sogni più di imbracciare un’arma e partire per i monti come fece lui un pomeriggio di 70 anni fa.

Partirono in tre: lui, Ameli e Franci. Lasciarono ognuno una lettera alle famiglie per dire che andavano su in montagna dai “ribelli”, come chiamavano loro i partigiani. I genitori di Romano avevano un negozio di alimentari vicino a Porta Mercatale. Forse stavano vendendo dell’olio ai fascisti, unica cosa rimasta sugli scaffali, mentre il figlio sgattaiolava fuori dalla porta di casa e quando videro la lettera lui era già lontano.

Camminavano svelti i tre, direzione Borgo Pace, una località sopra Mercatello, sugli Appennini. Appena arrivati li prese in consegna il comandante Mari e gli spiegò tutto quello che c’era da sapere, tutto quello che tre ragazzini potevano sapere.

“Facevamo le staffette – spiega Arcesi – portavamo ordini tra l’Emilia Romagna e la provincia di Pesaro”. Scendevano dalle montagne di notte, per non essere visti; prendevano gli ordini e tornavano la sera dopo. Tutto a piedi. Tutto al buio. In alcuni tratti, quelli più ostici, li accompagnava qualche contadino generoso, altrimenti si limitava a indicargli la strada.

“Avevo paura – racconta ancora – quando facevo la staffetta, più paura di quando ero a Bologna con il Comitato di liberazione nazionale, perché lì se ti prendevano ti sparavano subito”; e la moglie Helga seduta vicino gli fa il verso bonaria: “E invece di là ti fucilavano dopo”.

Su in montagna c’era anche Erivo Ferri, storico comunista dalla frazione di Ca’ Mazzasette che si era fatto quasi 10 anni di prigione perché, provocato da un fascista in un’osteria di Ponte in Foglia, reagì, sparò e lo uccise. Da lui e da altri partigiani più grandi Romano imparò a usare le armi. La sua era il mitra americano Thompson.

Alla domanda “Hai combattuto?”, lui risponde deciso: “Certo, si sparava”; perché la guerra non è l’astratto combattere ma il concreto sparare. “C’è stato uno scontro duro a Mercatello, sono venuti su i fascisti e abbiamo avuto tre morti…ma dopo un po’ non si contavano neanche più”. Tace Romano quando ripensa ai compagni. Tace e abbassa lo sguardo, anche se, ne è sicuro, partire è stata la scelta giusta, l’unica che si poteva fare in quell’Urbino lì.

L’Urbino del fascismo e delle squadracce che nel ’25 pestarono  un ragazzino ebreo e poi, non contenti, gli spensero le sigarette sulla faccia. L’Urbino del Pci clandestino e di quel buffo signore che girava in bici vestendo larghe palandrane dove – lo si seppe solo dopo la liberazione – nascondeva l’Unità e altri giornali vietati. L’Urbino dei 30 fucilati stesi di fronte a Porta Mercatale perché i genitori li riconoscessero. “Erano quasi tutti di Trasanni – ricorda Romano – perché lì c’era un nucleo di antifascisti molto forte; uno si era anche fatto assumere in casa del duce come elettricista per fargli un attentato”.

In quell’Urbino lì, Romano Arcesi a 16 anni partì e divenne “Battista”. In montagna a prendere freddo e a soffrire la fame: “La vita era molto dura, si mangiava poco o niente. Solo uova, uova e ancora uova. Eravamo vestiti come capitava, non avevamo alcuna divisa. Dormivamo dovunque: fienili, balle di fieno, stalle quando andava bene, perché almeno c’erano i buoi che ci riscaldavano”.

“Non è stata una villeggiatura – Arcesi si fa serio – ho visto morire amici e compagni che erano giovani come me. Il più piccolo si chiamava Padellino, era del ‘32”. I compagni che se ne sono andati sono il ricordo della Resistenza di Battista, più della fatica e della paura. Poi c’è stata la liberazione di Urbino, il 28 agosto 1944, con la “festa grossa delle famiglie” e pure l’arruolamento nel gruppo di combattimento Legnano e la liberazione di Milano con “l’entusiasmo alle stelle” della gente che gli saltava addosso perché sapeva che a liberarli davvero erano stati loro, “mica gli americani”.

C’è tanto “dopo” nella vita di Romano Arcesi: il matrimonio, due figli e due nipoti, il lavoro alle poste e nell’alimentari del padre. Eppure la Resistenza e la guerra di Liberazione le ha sempre lì, davanti agli occhi, come gli attestati di merito appesi alle pareti di casa sua, vicino alle foto dei nipoti sorridenti. Vicino ai molti volumi stipati nella libreria, tra cui uno, di Gramsci, colpisce l’attenzione: “Odio gli indifferenti. Credo che vivere vuol dire essere partigiano”.

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25 aprile, ecco ‘Resistenze Anomale’, il festival organizzato dagli studenti http://ifg.uniurb.it/2013/04/11/ducato-online/25-aprile-ecco-resistenze-anomale-il-festival-organizzato-dagli-studenti/42445/ http://ifg.uniurb.it/2013/04/11/ducato-online/25-aprile-ecco-resistenze-anomale-il-festival-organizzato-dagli-studenti/42445/#comments Thu, 11 Apr 2013 08:28:47 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=42445 URBINO – Dal 23 al 25 aprile il Collettivo per l’Autogestione e altri gruppi studenteschi portano in piazza della Repubblica ‘Resistenze anomale’.  La quarta festa delle ‘resistenze d’oggi’ si articolerà in una tre giorni di dibattiti, proiezioni, concerti e mostre che vogliono portare al centro dell’attenzione la lotta dei popoli per la propria dignità ed emancipazione.

“La lotta partigiana ha avuto molte spinte – affermano Gianluca Capozio, Ilaria Pulti e  Massimo Forina del Collettivo per l’ autogestione- tra cui una volontà di cambiamento sociale forte e diffusa che oggi rivediamo nelle lotte di tutti quei popoli che resistono alla globalizzazione selvaggia e si battono perla propria autonomia e indipendenza”.

Il programma prevede l’apertura della manifestazione il 23 aprile alle 11 presso l’aula C3 dell’ex Magistero, con la proiezione del documentario “Palestina per principianti”. La giornata continuerà con l’inaugurazione di due mostre alla libreria ‘il Portico’ e al Fuoritema, per poi concludersi alle 21 con la proiezione del documentario “Sangue verde” al Centro donna.

La giornata del 24 aprile, dopo l’incontro dibattito sulla resistenza zapatista al Centro donna, culminerà in piazza della Repubblica con il concerto dei Sound of Sun, Bologna Ska Jazz Ensemble e The Offenders. Durante i concerti le associazioni studentesche allestiranno dei banchetti con cibo e bevande.

L’ultima giornata del festival, il 25 aprile, si aprirà alle 10 con un corteo da Piazza della Repubblica alla stele commemorativa dei partigiani in via Buozzi. La giornata continuerà al Collegio  Raffaello dove è previsto un incontro dibattito sul tema “storie di vita e di lotta dalla Palestina” con immagini e video di Luca Pellegrino della ‘Rete italiana Ism’ ( International solidarity movement). La manifestazione si concluderà in piazza della Repubblica con i concerti alle ore 19 dei Red Stripes (Roma) e de La karne muerta (Parma).

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Addio al partigiano Giovanni Bischi, la sua guerra raccontata al Ducato http://ifg.uniurb.it/2013/02/19/ducato-online/addio-al-partigiano-giovanni-bischi-la-sua-guerra-raccontata-al-ducato/35166/ http://ifg.uniurb.it/2013/02/19/ducato-online/addio-al-partigiano-giovanni-bischi-la-sua-guerra-raccontata-al-ducato/35166/#comments Tue, 19 Feb 2013 18:08:05 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=35166 E’ morto oggi Giovanni Bischi, sindaco di Fermignano dal 1970 al 1990 ed ex presidente dell’ANPI di Pesaro-Urbino. Aveva 91 anni.

Riproponiamo il suo ricordo del 25 aprile 1945 pubblicato sul “Ducato” numero 8 dell’aprile 2012

di Maria Sara Farci

“Ci fu come un risveglio di un popolo oppresso. E così si trovarono gomito a gomito preti e militari; intellettuali e operai; contadini e contadine di ogni tendenza politica: tutti si sono trovati d’accordo per combattere contro i tedeschi e i fascisti. Era un popolo oppresso che si risvegliava e questo risveglio è stato bello”, lo ricorda così Giovanni Bischi, 90 anni, uno dei pochi partigiani ancora in vita, il 25 aprile 1945, con le parole del suo amico Paolo Volponi.

Il giorno della liberazione Giovanni era già a casa.“Ero alla scuola ufficiali a Padova quando ci hanno catturato i tedeschi, in un momento di distrazione della sentinella che era sul carro armato, ho saltato il muro alto tre metri e sono scappato nelle campagne. Poi sono arrivato sino a Fermignano e subito mi sono schierato con i partigiani. Mio padre non si era mai iscritto al fascio, aveva sempre rifiutato l’idea di diventare fascista e quindi era difficile per me rimanere a casa a far nulla. Ho organizzato il fronte della gioventù, ma non mi fidavo di tutti”.

E aveva ragione. Erano gli ultimi mesi del 1944 quando il Triestino, un vero e proprio traditore, fa il nome di Giovanni ai tedeschi: “Mi hanno cercato e non mi hanno trovato, allora hanno preso mio padre. Doveva essere fucilato a Forlì, poi miracolosamente lo abbiamo salvato. Sono andato a parlare con il Federale e siccome sapevo che si conoscevano da quando erano bambini, gli ho detto: ‘Si ricorda di Italo? È un repubblicano, ma non ha mai dato fastidio a nessuno’. Lui mi ha risposto: ‘Tu non fare l’eroe, rifugiati nelle campagne e non farti più vedere. A tuo padre ci penso io’. E così è stato liberato insieme ad altri nove di Fermignano. Io mi sono ritirato come avevo promesso, sono stato in campagna per un po’ di tempo, a Ca’Marino a sei chilometri da Fermignano”.

In realtà, il Triestino non si limitò fare il nome di Bischi e dei suoi compagni, ma fece anche fucilare Don Giuseppe Rinaldini, che per miracolo rimase in vita: “Fu uno scampato nel vero senso della parola: gli hanno tolto trentasette pallottole e il colpo di grazia non l’ha ucciso. C’è stata l’omertà – continua Giovanni – nessuno ha parlato fino all’arrivo degli alleati. Poi ha dovuto subire un processo per riavere il suo nome, perché all’anagrafe di Urbania risultava deceduto”.

In quegli anni il timore di essere traditi era sempre dietro l’angolo. Basta ricordare l’episodio della fucilazione di Maria Keller, la ballerina ucraina, accusata dai partigiani del Montefeltro di essere una spia.

“Era una persona pericolosa e la paura era a fior di pelle. Se questa avesse riferito ai tedeschi dove eravamo sarebbe stata la nostra fine. Noi eravamo a Colle Antico, fra Pianello di Cagli e Umbertide. Era una spia condannata dal fascismo a 25 anni di carcere. Un giorno incontra il Prefetto di Perugia Rocchi, vede che è una bella ragazza e le dice: ‘vuoi uscire da questa prigione? Ti devi intromettere tra i partigiani e ci riferisci dove sono, perché abbiamo bisogno di fare un rastrellamento’. E così è entrata nel gruppo dei resistenti, non ha mai fatto la spia, ma alla fine è stata fucilata da tre partigiani di Cantiano”.

Giovanni, che all’epoca aveva 22 anni, non ha mai preso parte ai combattimenti, il suo compito era quello di fare da collegamento fra i vari nuclei: “Ci si ritrovava in campagna, nelle case dei contadini, e si organizzavano operazioni di sabotaggio alla ferrovia, una volta abbiamo fatto saltare un treno carico di munizioni. In realtà, io capii subito che se volevamo vincere, non dovevamo combattere con le armi, ma trovare un metodo più diplomatico. Ci siamo dati da fare per decidere noi il segretario comunale del fascio e avendolo cercato noi sapevamo che non ci avrebbe disturbato. Lo stesso accadde con il maresciallo dei carabinieri Antonio Boeri che poi divenne un ottimo partigiano. All’inizio ebbe un po’ di paura, perché pensò: ‘e se poi questi mi tradiscono?’ però con molta diplomazia, non ha mai fatto arrestare nessuno, ci ha fatto occupare la caserma senza colpo ferire e poi è diventato uno di noi”.

Giovanni ci racconta tutto questo nella sua poltrona con il braccio fasciato. In vita sua non ha mai visto un ospedale, ma la gioia di raccontare la sua esperienza al fronte gli fa dimenticare che non è più un ragazzino e così gli scalini bagnati sulla soglia di casa lo tradiscono. Si rompe il braccio proprio davanti ai nostri occhi, ma lui non cede: ha sentito questa intervista come un dovere, il dovere di mantenere viva, anno dopo anno, quella memoria.

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