il Ducato » regimi http://ifg.uniurb.it testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino Mon, 01 Jun 2015 01:40:19 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.1.5 testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato no testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato » regimi http://ifg.uniurb.it/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://ifg.uniurb.it A Perugia la blogger Yoani Sanchez dà spazio anche ai contestatori http://ifg.uniurb.it/2013/04/30/ducato-online/a-perugia-la-blogger-yoani-sanchez-da-spazio-agli-interventi-dei-contestatori/45032/ http://ifg.uniurb.it/2013/04/30/ducato-online/a-perugia-la-blogger-yoani-sanchez-da-spazio-agli-interventi-dei-contestatori/45032/#comments Tue, 30 Apr 2013 05:45:04 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=45032

PERUGIA – Yoani Sanchez, la nota blogger cubana, ospite del Festival del giornalismo di Perugia, ha lasciato un segno: per i suoi interventi sul regime cubano; per quelli sulla professione giornalistica legata al mondo delle tecnologie; ma anche per l’approccio nei confronti dei contestatori castristi che l’hanno più volte interrotta durante la serata, dando ancora più valore alla sua affermazione: “Un mio grande dolore è di non poter avere diritto di replica”.

Ad attenderla non c’erano solo esuli cubani o gli assidui lettori del suo blog “Generation Y”, ma anche chi non gradiva la sua presenza a Perugia: l’associazione Asi Cuba Umbria, prima dell’inizio della conferenza,  distribuiva volantini provocatori: “Perché il Festival sceglie di dare il microfono ad una signora pluripubblicata-pluripremiatia-pluristipendiata e non a uno dei tanti anonimi blogger cubani?”

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La sala medievale era strapiena. Prima hanno preso la parola il direttore della Stampa Mario Calabresi e  Omero Ciai, di Repubblica. Quando è stata la volta di Yoani Sanchez dalla platea si sono alzati una ventina di persone, mentre un altro gruppo entrava dall’ingresso con uno striscione rosso, al grido di “Sì Cuba, No Yankee”: si sono diretti verso il tavolo  degli speaker, uno di loro si è avvicinato alla Sanchez e le ha urlato in faccia “Quanti soldi ti ha dato la Cia?!” , lanciandole addosso falsi dollari con stampato suo il volto. Sono arrivate anche le forze dell’ordine ed Arianna Ciccone, organizzatrice del Festival, visibilmente infastidita, è stata la prima  a rispondere ai contestatori.

A riportare la calma è stata proprio Yoani Sanchez. Non si è mostrata affatto alterata e ha chiesto semplicemente di poter parlare, ma poco dopo una delle contestatrici ha chiesto spazio per le domande, che – ha spiegato Calabresi – “sarà concesso alla fine”. La dissidente cubana ha quindi atteso il suo turno per iniziare: “Giornalismo non significa tradire il proprio Paese, io mi assumo la responsabilità di quello che racconto, ma se dico che i cubani sono costretti ad allacciarsi clandestinamente alla wifi degli alberghi non credo che gli attivisti se la dovrebbero prendere con me. ” La tensione è risalita quando alcuni rappresentanti dell’Asicuba hanno formulato le domande, ma la blogger cubana di nuovo si è mostrata aperta e pronta a rispondere anche a chi la ha accusata di essere finanziata dagli Usa e di voler lucrare sulla condizione dei cittadini cubani.

“Secondo me militanza e giornalismo sono incompatibili. Non faccio parte e mai farò parte di alcuna associazione politica: sono stata alla rappresentanza statunitense all’Havana quattro volte, ogni volta che le autorità cubane mi hanno vietato di espatriare. Al Congresso Usa ho chiesto la fine dell’embargo ,che a mio avviso viene utilizzato dal regime castrista come scusa per tenere il mio Paese nell’immobilismo. Dissidenza oggi è fare la fila per l’espatrio e dire a tutti che solo da quest’anno i cittadini cubani possono avere un cellulare”.

Basterebbe anche fermarsi qui, ma Yoani Sanchez ha voluto concludere il bellezza: “Questa sì che è una lezione di tolleranza, sogno che un giorno anche nel mio Paese qualcuno possa entrare durante una conferenza e contestare gli speaker. Ringrazio anche chi mi accoglie con le grida, perché anche grazie a loro le mie argomentazioni si levano più alte”.

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Corea del Nord: com’è difficile spiegare un paese senza giornalismo http://ifg.uniurb.it/2013/04/05/ducato-online/corea-del-nord-come-difficile-raccontare-un-paese-senza-giornalismo/41231/ http://ifg.uniurb.it/2013/04/05/ducato-online/corea-del-nord-come-difficile-raccontare-un-paese-senza-giornalismo/41231/#comments Fri, 05 Apr 2013 16:58:16 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=41231 I missili a medio raggio coreani

I missili a medio raggio coreani che sarebbero puntati verso la Corea del Sud e le basi Usa

Anche quest’anno è penultima nella classifica mondiale della libertà di stampa di Reporter senza frontiere (l’ultima è l’Eritrea). Uno dei pochi Stati ancora dichiaratamente autoritario, la Corea del Nord  non gode dell’attenzione costante di media ed opinione pubblica, tranne in momenti particolari come questo. L’altro ieri infatti, dopo un’escalation di tensioni diplomatiche, il Caro Leader Kim Jong-un, minacciando Corea del Sud e Stati Uniti con l’atomica, ha riconquistato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Oggi la Corea del Nord avrebbe due missili a medio raggio puntati su Seul e sul Giappone.

“Purtroppo paesi come questi, la cui situazione particolare meriterebbe spesso di essere al centro dell’attenzione, sembrano essere dimenticati dai media, in particolare da quelli italiani”. A dirlo è Ludovico Tallarita, 22 anni, studente italiano di Relazioni Internazionali alla London School of Economics, che, grazie a una visita organizzata dall’università, ha ottenuto un lasciapassare di due settimane per Pyongyang. Lui ha raccontato la sua esperienza sulle pagine del Corriere della Sera, insieme a un altro studente italiano, Giovanni B. Conte.

Boom di ricerche per Corea del Nord su Google

La crescita delle ricerche su Google sulla Corea del Nord

Un articolo pubblicato su Foreign Policy mostra la crescita di attenzione per la Corea del Nord nell’ultimo mese: stando ai dati di Google Search, dall’inizio di marzo, le ricerche su questo Stato si sono raddoppiate. L’autore dell’articolo, John Hudson, mostra che l’escalation mediatica si è già verificata nel 2004, quando a governare lo “Stato canaglia” più a oriente c’era Kim Jong-il, padre dell’ attuale leader, che minacciava allo stesso modo Seul per venire a patti con l’Occidente.

“La Corea è un sistema chiuso – spiega Tallarita – forse la più grande vittoria del regime è l’aver tenuto la popolazione distante dalla maggior parte di quello che accade fuori dai confini nazionali. Le parate militari, i pianti commossi della popolazione, il passaggio ereditario della dittatura cui abbiamo assistito (i 100 giorni di lutto per la morte di Kim Jong-il, ndr) ci hanno restituito l’immagine di un paese 50 anni indietro”.

Soltanto nel gennaio 2012 l’Associated Press è riuscita ad aprire il suo primo ufficio a Pyongyang, a coprire grandi eventi mediatici organizzati dal regime, come le parate del venerdì. Fino a quel momento, per raccontare uno degli ultimi regimi rossi, i giornalisti si sono dovuti infiltrare, rubando informazioni, scatti e video. “Ancora oggi molti giornalisti occidentali non si dichiarano tali per girare più liberamente”. Santiago Lyon, direttore dell’Ap fotografia, sottolineando le difficoltà nel fare informazioni sulle dittature, ha dichiarato all’Huffington Post che in Corea del Nord: “Non esiste una tradizione di giornalismo indipendente”.

Tallarita racconta: “Non mi è capitato di vedere veri e propri giornalisti. Si trattava di annunciatori in televisione, organizzatori di eventi ufficiali, ma niente di più. I giornali sono tutti uguali e i titoli di apertura più o meno recitano tutti la stessa formula: oggi Kim Jong-un ha fatto questo. Il regime ha vietato i cellulari, il mio infatti l’ho ripreso il giorno del ritorno, mentre è possibile scattare foto.”

Le guide sono il tramite obbligato tra gli stranieri ed il governo: “Gli unici coreani – continua Tallarita – con cui abbiamo potuto scambiare qualche parola, funzionari del governo autorizzati a studiare altre lingue, ad entrare in contatto con gli stranieri e mostrare loro solo ciò che il governo vuole venga mostrato”. A parte l’ostacolo linguistico, per i giornalisti, così come per i turisti, è difficile ottenere l’autorizzazione per parlare con le persone in strada: secondo Santiago Lyon, grazie all’Ap è stato introdotta la vox populi, ancora di difficilissima realizzazione.

Ludovico e la sua guida hanno passato una brutta mezz’ora perché lui si è allontanato e ha preso un’altra metro rispetto a quella della sua delegazione, scendendo alla stazione successiva. “Nel vagone mi guardavano tutti con stupore: non sono abituati a vedere stranieri. Io ero colpito da quanta gente in divisa mi circondasse: quasi un coreano su tre ha ruolo nell’esercito”. Proprio uno dei passeggeri in divisa lo ha fatto scendere dal treno e, grazie al cartellino identificativo, lo ha ricondotto dalla sua guida. “Si sono allontanati a parlare, dopo un quarto d’ora circa sono ricomparsi. ‘Puoi stare tranquillo’, mi ha detto sorridendo la guida, che credo abbia pagato il militare per chiudere un occhio. Ho veramente temuto il peggio”.

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