il Ducato » Luca Fabbri http://ifg.uniurb.it testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino Mon, 01 Jun 2015 01:40:19 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.1.5 testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato no testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato » Luca Fabbri http://ifg.uniurb.it/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://ifg.uniurb.it Un link dalla carta al digitale http://ifg.uniurb.it/2010/04/13/ducato-online/un-link-dalla-carta-al-digitale/2397/ http://ifg.uniurb.it/2010/04/13/ducato-online/un-link-dalla-carta-al-digitale/2397/#comments Tue, 13 Apr 2010 16:29:38 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=2397

Avete mai visto questo simbolo?

No? Allora è bene sapere che questo strano disegnino – conosciuto come codice QR – nei prossimi anni potrebbe apparire più o meno ovunque.

In Italia quasi nessuno li ha mai sentiti nominare. In Giappone invece si possono vedere nelle facciate dei grattacieli, la Pepsi in Danimarca li mette sul fondo delle lattine e qualche temerario all’avanguardia li ha impressi pure sulle tombe dei parenti. Attenzione: non si tratta dell’ennesima diavoleria per smanettoni ossessionati dalla tecnologia, ma di qualcosa che in certi casi può essere utile oltre che divertente. Si tratta di una specie di codici a barre a due dimensioni: basta fotografarli con un telefonino, dotato di un opportuno programma e collegato a internet, per avere accesso a qualunque tipo di contenuti.

Da qualche anno sono spuntati come funghi un po’ ovunque, al punto che nelle ultime settimane sono apparsi anche in giornali e riviste italiane. Colossi come la Gazzetta dello Sport prima, PanoramaMilano Finanza poi e ora anche Repubblica e L’espresso, hanno deciso di sperimentare i codici QR (sigla che sta per quick response, risposta rapida) per allungare la vita dei propri prodotti cartacei, da tempo in crisi di vendite.

L’innovazione è un modo per dare al lettore una serie di contenuti che non possono apparire nel giornale di carta, realizzando un vero e proprio quotidiano multimediale da acquistare in edicola.

“Proviamo a pensare alla notizia di un treno che deraglia e si schianta contro un edificio in un centro abitato”, spiega Alessio Sgherza, vicecaposervizio di Kataweb. “Sul quotidiano un fatto simile lo si può raccontare fin nei minimi particolari, ma nulla come un video dell’incidente in questo caso può soddisfare il bisogno di informazione del lettore. Le immagini possono essere meglio di mille parole”.

I codici QR sono stati inventati oltre 15 anni fa da Denso-Wave, una multinazionale giapponese. All’inizio erano impiegati nel settore automobilistico per identificare i pezzi dei veicoli. Poi hanno finito per accompagnare centinaia di prodotti, dalle t-shirt ai biglietti da visita.

A chi prende in mano un giornale recentemente sarà capitato di vedere in fondo ad alcuni articoli il simbolo quadrato. Fotografando questa specie di disegnino con uno smartphone dotato di connessione a internet e applicazione per leggere il codice (si installa in pochi minuti), è possibile accedere ad un universo multimediale di video, fotografie e suoni che fanno da approfondimento alla notizia.

“Così da mezzo statico la carta diventa dinamico”, spiega Elia Blei di Rcs Mediagroup. “E’ un modo per aumentare la diffusione dei contenuti. L’utente medio è un po’ pigro, ma con un tocco sul proprio iPhone può scoprire qualcosa che gli interessa sul serio”.

Il codice QR è un esempio di quella “realtà aumentata” di cui i media parlano da qualche tempo e con la quale ci si troverà a fare i conti in futuro. Ovvero un flusso di informazioni digitali destinato a seguire l’utente ovunque, in giro per la strada come davanti a un Caravaggio durante una mostra. In futuro probabilmente tutti faremo i conti con innovazioni del genere. D’altra parte se nei McDonald’s di Tokyo si trovano nelle confezioni di cheeseburger per conoscerne gli ingredienti, se Roberto Formigoni li ha usati sui manifesti della campagna elettorale, se Giovanni Rana li ha voluti sui pacchetti di tortellini al cioccolato, se Baci e Abbracci ci ha infarcito i cataloghi della propria linea di abbigliamento per giovani, vorrà pur dire che i codici QR servono a qualcosa. E che fanno girare quattrini, anche perché l’utilità commerciale di questi simboli è evidente: una volta fotografato il codice basta ad esempio far partire uno spot pubblicitario prima del video richiesto dall’utente.

Forse anche per questo motivo qualche giornale si limita a guardare il fenomeno da lontano. Marco Pratellesi del Corriere della Sera ne parla con distacco: “Non abbiamo mai parlato di introdurli in nessuna riunione. Per ora è solo una nicchia: staremo a vedere”. Anna Masera della Stampa spiega che il suo quotidiano ha altre priorità: “Sono cose che hanno uno scopo pubblicitario fortissimo. In futuro non escludiamo nulla, ma per il momento puntiamo a realizzare edizioni del giornale per qualsiasi piattaforma”. Poi aggiunge: “Se l’obiettivo è far vedere un contenuto multimediale pazzesco, allora questi codici ci possono stare. Ma molto spesso danno poco valore aggiunto e servono solo ad attirare pubblicità”.

Che si tratti di un prodotto destinato per ora a una nicchia di utenti è evidente. Non tutti hanno uno smartphone e soprattutto non tutti hanno il traffico internet incluso nel piano tariffario per accedere al web con il cellulare. Però è anche vero che i codici QR in Giappone e negli Stati Uniti hanno sfondato. “Nel 1997 – conclude Sgherza – anche internet era destinato a una cerchia di eletti. Poi abbiamo visto come sono andate le cose”.

Guida alla rete:

Quirify

Qr-Code generator

I.nigma

Qr-Code

Come si legge un QR-Code

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Al Jazeera regala i suoi video di Gaza http://ifg.uniurb.it/2009/02/09/ducato-online/al-jazeera-regala-i-suoi-video-di-gaza/943/ http://ifg.uniurb.it/2009/02/09/ducato-online/al-jazeera-regala-i-suoi-video-di-gaza/943/#comments Mon, 09 Feb 2009 14:09:05 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=943 Video, decine di video sulla guerra nella Striscia di Gaza. Nel web, a disposizione di chiunque, per qualsiasi utilizzo, anche commerciale. Purché sia chiara la fonte: la televisione satellitare araba Al Jazeera.

L’emittente da pochi giorni ha deciso di mettere sul suo sito internet i video sugli eventi di Gaza: è il Creative Commons Repository, un archivio di servizi liberamente utilizzabili e modificabili dagli utenti e anche della concorrenza. Una mossa mai tentata da nessun grande network. O quasi.

“I servizi prodotti dai corrispondenti [di Al Jazeera] nella Striscia – recita un comunicato– possono essere scaricati, condivisi, mixati e sottotitolati da bloggers, documentaristi e media di tutto il mondo, anche per uso commerciale”. I video durano dai 10 ai 16 minuti, sono in formato mpeg4 e rappresentano una cronaca giorno per giorno del recente conflitto palestinese: i cronisti si muovono in mezzo a case distrutte, parlano con la gente, osservano i dettagli. Qualche esempio:

  • Un’ambulanza arriva a sirene spiegate, i medici sollevano la barella e tirano fuori un uomo con le caviglie coperte di sangue e un osso che esce dal piede.
  • Non lontano in quel che resta dell’ospedale un bambino strilla e dimena le gambe. La pelle è ridotta a brandelli e ustionata dall’avambraccio fino al viso.
  • Strisce di luce bianca attraversano il cielo sopra i tetti di Gaza. Secondo Humans Right Watch è fosforo bianco.

“In un conflitto dove ai media occidentali – ha scritto Noam Cohen sullo Herald Tribune– è stato impedito di fare servizi a Gaza dalle restrizioni imposte da Israele, Al Jazeera ha goduto di un vantaggio consistente. Era già lì”.

Aggiunge Samir Al Qariouty, opinionista di Al Jazeera in Italia: “Israele ha imposto a tutti i media una barriera, un muro di silenzio. Noi abbiamo risposto con il contributo più importante che una televisione possa dare: immagini per chiunque, senza dover pagare. Nessuno ha mai dato un’immagine gratis. E’una scelta quasi antieconomica”. Uno scopo politico-editoriale dunque, che in questo caso, supera l’immediato interesse economico.

Con innovazioni simili, secondo Cohen, Al Jazeera punta a nuove audience; per esempio negli Stati Uniti dove, anche per ragioni politiche, nella maggior parte del territorio è assente.

Nel mondo pochi altri network di rilevanza mondiale hanno fatto esperimenti simili con licenze in stile Creative Commons.

Negli Stati Uniti la Pbs, il network pubblico americano, ha reso disponibili e scaricabili le puntate di Nerd tv, programma settimanale di interviste apprezzato da molti americani.

In Germania Ndr, la tv della Bassa Sassonia con sede ad Amburgo, ha messo sul web alcuni reportage sotto licenze Creative Commons, che però non lasciano la possibilità di riutilizzare o mixare il servizio a scopi commerciali.

Negli ultimi anni l’emittente più all’avanguardia è stata la Bbc che nel 2004 aveva inaugurato Creative Archives: era garantito l’accesso gratuito a una parte degli archivi audio e video, ma i termini di utilizzo erano più restrittivi rispetto al repository di Al Jazeera. Il materiale poteva essere scaricato, condiviso, modificato e ripubblicato esclusivamente da residenti in Inghilterra, e non per scopi commerciali (conseguenza dei limiti posti dalla legge all’uso dei materiali finanziati con il canone televisivo). Era un progetto pilota che due anni dopo è stato sospeso e ora si sta valutando se riprenderlo

Chi visita oggi il sito Bbc, può solo condividere il materiale su siti di social networking o inviare l’indirizzo della pagina (“link”) dove si trova il video a un altro utente. Analoga la situazione di altre emittenti.

  • Cnn. Consente di condividere (“share”) via mail o social network, oppure di inserire nella propria pagina (“embed”) il video, senza modificarlo.
  • Rai. Un video può solo essere votato o inviato a un amico.
  • Mediaset. Come la Rai, ma in più lascia spazio al link.
  • Current tv, La7, Sky. Sono le televisioni che in Italia sfruttano maggiormente le potenzialità della rete: link, embed e share sono garantiti.

Creative Commons è un’organizzazione no-profit creata per “rendere più semplice condividere e utilizzare il lavoro di altri nel rispetto del copyright” suggerendo diversi profili di possibile condivisione: Al Jazeera ha utilizzato la licenza “3.0 Attribuzione” per i video dalla Striscia.

“ ’Attribuzione’ è la più libera delle licenze – spiega Juan Carlos De Martin, responsabile per l’Italia del progetto Creative Commons – perché l’unico dovere per l’utente è di riconoscere la fonte del materiale. Il passo successivo è il pubblico dominio”.

In Italia il sistema di articolazione del diritto di autore proposto da Creative Commons è meno conosciuto rispetto ad altri paesi europei. “Ci vorrebbe una forte volontà politica per seguire l’esempio di Al Jazeera. Se il nostro servizio pubblico mettesse in rete a disposizione di tutti suoi archivi, le scuole di tutta Italia potrebbero vedere i telegiornali di 30 anni fa. E imparare”.

Guida alla rete:


Creative Archive Repository di Al Jazeera
Creative Commons Italia
Bbc Creative Archive
Comunicato stampa della Bbc
Human Rights Watch sul fosforo bianco
Bbc Trust
Pbs e Nerd Tv
Articolo di Noam Cohen sull’Herald Tribune
Blog di Lawrence Lessig
Blog di Juan Carlos De Martin
Scopo di Creative Commons


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La recessione e i media: crolla la pubblicità http://ifg.uniurb.it/2009/01/16/ducato-online/la-recessione-e-i-media-crolla-la-pubblicita/949/ http://ifg.uniurb.it/2009/01/16/ducato-online/la-recessione-e-i-media-crolla-la-pubblicita/949/#comments Fri, 16 Jan 2009 14:22:55 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=949 La crisi non guarda in faccia nessuno, neanche la pubblicità. Secondo le analisi di quotidiani come Milano Finanza, il Sole 24 Ore e il Financial Times, la recessione economica costringerà le imprese di tutto il mondo a spendere complessivamente di meno per farsi pubblicità. Risultato: le aziende editoriali dovranno tirare la cinghia.

In Italia, le stime fornite da Nielsen Media Research monitorano le migliaia di euro spese per inserzioni nei media. In base ai dati riferiti al periodo gennaio-ottobre 2008, gli investimenti netti pubblicitari sono calati dello 0,8% rispetto agli stessi mesi del 2007.

Un mese fa Rcs ha annunciato che, a causa della contrazione dei ricavi pubblicitari, a luglio rivedrà il piano triennale. E’ un segno del cambiamento in corso nell’editoria; nel dettaglio i dati Nielsen destano preoccupazioni e speranze.

Nel 2009 probabilmente sarà la carta stampata a soffrire; le testate disporranno di minori introiti per i tagli dello scorso anno nella pubblicità: cento milioni in meno per i quotidiani a pagamento (-4,9% rispetto al 2007), sessanta per i periodici (-5,6%). Numeri su cui riflettere, considerando che le risorse di un giornale derivano dalle vendite (da anni in calo continuo), dai “collaterali” – dvd, cd, guide turistiche ecc. – allegati e dalla pubblicità. Luigi Einaudi, che amava definire “il giornale come vendita di notizie e avvisi, aveva intuito tutto.

Pochi scossoni invece per la televisione, dove da sempre girano più soldi: qui l’aumento di proventi dalle inserzioni è inferiore a 30 milioni (variazione di 0,7%). Bene la radio, che può contare del 4,4% di investimenti in più.

Meglio ancora il web: internet attira flussi di denaro da doppia cifra: l’aumento è del 18,5%. Molti analisti pensano che la rete sia la salvezza del sistema editoriale; questo medium, ancora giovane, muove però risorse non paragonabili con tv e stampa.

La flessione nel mercato pubblicitario non è un affare solo italiano: secondo il Sole24Ore, negli Stati Uniti colossi come General Motors hanno dimezzato le risorse vincolate nel settore. Le imprese editoriali, al netto degli investimenti pubblicitari, hanno messo in campo strategie diverse per fare i conti con la recessione. Anche perché “il calo delle inserzioni in Nord America e nell’Europa occidentale – si legge in Milano Finanza – sarà compensato dalla continua crescita dei mercati emergenti, come India, Cina e Brasile”.

Negli Usa, il New York Times, sommerso da debiti e con un’ipoteca di 225 milioni di dollari sul grattacielo della sua stessa sede, il 5 gennaio ha venduto una striscia pubblicitaria nel taglio basso della prima pagina alla Cbs: non era mai accaduto dalla sua fondazione nel 1851.

Al contrario, in Italia nei giorni scorsi si è visto un segnale in contrasto con il crollo negli investimenti pubblicitari: la decisione di imprese, come Enel, Telecom e Sisal, di stanziare fondi per acquistare una banda laterale e una striscia con i colori dell’azienda tra la testata e i titoli in prima pagina del Corriere della Sera. Sempre sul Corriere, Audi qualche settimana fa, ha comprato ben 16 pagine interne per ricoprirle di inserzioni.

Segnali positivi ma insufficienti per risollevare la curva degli investimenti.

Resta da capire se le ripercussioni della crisi nel mercato pubblicitario, incideranno sul lavoro dei giornalisti; meno risorse a disposizione potrebbero alterare la fattura del giornale. “Gli editori – osserva Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale della stampa – oggi possono parlare in maniera credibile di crisi, che oggettivamente c’è”. Poi la stoccata: “Si tratta comunque di un fenomeno recente. Non giustifica le scelte del passato, quando le aziende editoriali facevano utili. Gli editori hanno preferito distribuirli agli azionisti piuttosto che migliorare la qualità del prodotto giornalistico”.


Guida alla rete:

Nielsen Media Research, Gennaio-Ottobre 2008
Pubblicità in calo: Milano Finanza
Pubblicità in calo: Il Sole 24Ore
Rivoluzione Tv in Francia: La Stampa

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