Sprar di Fara Sabina, la storia a lieto fine di Muntasjan


Pubblicato il 3/04/2014                          
Tag: , , ,

sprar generaleSe qualche anno fa gli avessero detto che in Italia si sarebbe guadagnato da vivere come operatore dello Sprar, il sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati, Muntasjan non ci avrebbe creduto. Mentre scappava dall’Afghanistan in Turchia e poi su un gommone verso la Grecia, non avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe finito a Fara Sabina, in provincia di Rieti, ad aiutare altri migranti.

“Eravamo in 75 su quel barcone, c’erano anche bambini. Non so nuotare e avevo paura di morire. Volevo pregare ma ero talmente spaventato che non riuscivo a finire le preghiere e ogni volta dovevo ricominciare da capo. Dopo quattro ore siamo arrivati in Grecia. Sono stato 45 giorni in prigione, poi mi hanno liberato. Dei ragazzi afghani volevano arrivare in Italia, io non sapevo cosa fare, ero completamente solo”, dice Muntasjan, “Così li ho seguiti. Alcuni si sono aggrappati sotto ad alcuni camion diretti in Italia, io e altri  quattro siamo riusciti a nasconderci dentro un furgone”.

Un viaggio durato trenta ore, senza cibo, con l’aria che mancava. “Ricordo solo che facevamo i bisogni dentro buste di plastica”. Alla fine Muntasjan è arrivato a Napoli e poi a Roma. “Dormivo alla stazione Ostiense, mangiavo al Centro Astalli per rifugiati. Non sapevo come lavarmi e mi vergognavo di salire sugli autobus per il cattivo odore”.

Passa qualche mese e Muntasjan riesce ad entrare nel Cara, il centro accoglienza richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, vicino Roma. “Sono stato lì un anno. Appena ho ottenuto i documenti come rifugiato però ho iniziato a fare brutti sogni. Non riuscivo più a dormire. Mi hanno dato degli psicofarmaci, ma ogni volta che li prendevo mi sentivo come ubriaco. Poi, mi hanno mandato in questo Sprar”. Sorride quando pensa alla prima volta che ha incontrato Alessandra e Mauro, i responsabili del progetto. “Mi hanno portato a vedere la mia nuova casa. Non ci potevo credere”, racconta.

Nello Sprar i rifugiati e i richiedenti asilo seguono corsi di italiano e tirocini formativi. L’obiettivo è quello di inserirli nel mondo del lavoro prima che finisca il progetto della durata di sei mesi. “Andavo in giro a consegnare curricula e ogni pomeriggio bussavo all’ufficio di Alessandra per chiederle se mi aiutava a studiare. E’ così che ho preso la patente”.

La tenacia e la costanza di Muntasjan sono state premiate: “Dopo aver finito lo Sprar mi hanno chiesto se volevo restare con loro perché conosco tre lingue, il persiano, l’urdu e l’inglese. E’ stato uno shock. Non credevo di essere capace a lavorare in un ufficio. Mi vergognavo”.

Ma questo non è stato il momento più bello della vita di Muntasjan, che oggi ha intorno ai 30 anni anche se lui non conosce la sua data di nascita perché in Afghanistan non esiste una anagrafe: “E’ stato quando ho telefonato a mia madre dopo 5 anni. Non sapeva nemmeno se ero vivo. Non riuscivo a mettermi in contatto con lei. Un giorno un mio amico mi ha dato il suo numero. Sono corso all’internet point. Siamo stati al telefono due ore, non abbiamo parlato, piangevamo solo. Ci ripetevamo ‘Ciao, come stai?’. Dopo mi sembrava di essere rinato”.

ASCOLTA L’AUDIO

Alessandra Foschini, responsabile Arci dello Sprar di Fara Sabina, racconta: “Il nostro progetto è nato nel 2007. Abbiamo tre appartamenti dove vivono 15 migranti dai 18 ai 40 anni. Cerchiamo di farli uscire dallo Sprar con un lavoro e in molti casi ci siamo riusciti. Alcuni dei nostri ragazzi adesso lavorano in pizzerie, caseifici e alberghi della zona nonostante la diffidenza del territorio, che non sempre è disponibile ad accoglierli”.

“Parlare di integrazione è sbagliato – continua Alessandra – Dovremmo togliere la g a questa parola. La formula giusta è interazione, fare le cose insieme. Quando i migranti escono da qui  devono riuscire ad interagire con gli altri. Perché in fondo il sistema di protezione serve a questo: proteggere il migrante e la sua cultura. Non sempre però ci riusciamo”.

“Poco tempo fa abbiamo accolto un uomo iracheno sbarcato in Puglia con il suo bambino di 8 anni. Voleva andare in Germania, dove aveva la mamma e i cugini. Ma la Polizia gli aveva preso le impronte digitali e per la convenzione di Dublino il migrante è costretto a restare nel primo Paese di arrivo. Ci supplicava di aiutarlo.  E’ stato un trauma per lui, ha preso anche degli psicofarmaci. Alla fine ha deciso di ritornare in Iraq. Un fallimento per tutti noi”.

Per Muntasjan è stato diverso, lui grazie allo Sprar ha iniziato un progetto di vita in Italia. Ci accompagna in uno degli appartamenti del sistema di protezione. Lì vivono due afghani, un pachistano e un nigeriano. Quasi tutti sono passati per il Cara. Nassim, 24 anni, è stato un anno in quello di Crotone, dove dormiva in un container con undici persone. Qui invece divide la stanza con Emeca, 26 anni. E’ tutto pulito e in ordine. Sono felici di offrirci un caffè: fanno la spesa con i 46 euro settimanali che gli fornisce lo Sprar che paga ogni spesa, dalle bollette all’affitto.

Sperano di trovare presto un lavoro come è stato per Muntasjan. Anche loro sognano un  lieto fine. “Anche per voi italiani ci sarà qualcosa di difficile”, dice  Muntasjan, “ma per noi a volte la vita è troppo dura. Niente però è impossibile”. A giugno Muntasjan darà l’esame per ottenere la licenza media,poi vorrebbe iscriversi alle superiori. Una volta ottenuta la cittadinanza italiana vorrebbe visitare Oxford. “Prima era tutto brutto, poi però, come dice un proverbio musulmano, dopo il buio è arrivata la luce”.

 

 

I commenti sono chiusi