L’editto del 1751: beni estimati e concessioni


Pubblicato il 17/04/2014                          
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Maria Teresa Cybo-Malaspina, principessa di Carrara

Maria Teresa Cybo-Malaspina, principessa di Carrara

CARRARA – Il gestore principale delle cave di marmo a Carrara è il Comune, o almeno, dovrebbe esserlo. Lo è nella misura in cui amministra gli agri marmiferi, cioè gli appezzamenti di cava considerati pubblici, che vengono dati in concessione per un certo periodo di tempo a singole persone o a soci. Lo è un po’ meno per quanto riguarda i “beni estimati”, cave considerate alla stregua di proprietà privata, che non hanno scadenza e che non è quindi possibile riassegnare tramite gara pubblica.

Tutto questo è consentito perché viene ancora applicato un regolamento del XVIII secolo, più precisamente l’editto che Maria Teresa Cybo-Malaspina, sovrana del Ducato di Carrara, emanò nel 1751 per regolamentare l’attività di cava. Nelle intenzioni della principessa c’era la volontà di mettere ordine a un sistema privo di logica, tanto che istituì una sorta di ‘concessione perpetua’ di escavazione a coloro che nel catasto dell’epoca avessero la cava registrata da almeno 20 anni. Tutti gli altri avrebbero dovuto abbandonare e restituire le cave.

Da anni si discute su quanto sia da ritenere ancora legittimo un regolamento del ‘700. Tuttavia alcuni imprenditori ne rivendicano la validità e continuano a considerarsi proprietari di beni che dovrebbero appartenere al “patrimonio indisponibile comunale”, secondo quanto affermato anche dal Regio decreto n.1443 del 1927.

Cava di marmoSulle 80 cave di Carrara i beni estimati sono almeno 8, gli agri marmiferi poco più di 20, mentre tutte le altre attività operano in forma mista, a metà tra agro marmifero e bene estimato. Essere considerato proprietario di un bene estimato significa avere almeno due tipi di vantaggi:

- La concessione è perpetua e quindi non c’è da preoccuparsi di un’eventuale scadenza.
- È necessario pagare solo uno dei due canoni stabiliti dalla legge. Mentre chi amministra l’agro marmifero deve al Comune l’8% del valore della produzione e alla Regione il 5%, chi possiede il bene estimato paga solo la cifra imposta dalla Regione e niente al Comune.

Il problema più volte evidenziato è che molti imprenditori guadagnano grandi cifre, mentre nelle casse del Comune resta ben poco. In più, le tariffe sono considerate esigue rispetto al prezzo a cui viene rivenduto il marmo sul mercato.

Dal punto di vista legislativo ci sarebbero già due episodi che di fatto negherebbero la legittimità dell’editto estense. Oltre alla già citata legge di unificazione mineraria del 1927 che cancellava la regola della “perpetuità della concessione”, anche la Corte Costituzionale si è espressa. Con la sentenza 488 del 1995  ha decretato che “una parte della legislazione estense è incompatibile con la legge dello Stato”.

Nei mesi scorsi il Comune di Carrara e la Regione Toscana hanno chiesto un ennesimo parere. Ad esprimersi questa volta è stata l’Università di Roma 3, che ha stabilito che i beni estimati sono proprietà pubblica e non privata.

Piazza a CarraraTra gli obiettivi del Comune c’è quello di varare un nuovo ragolamento sugli agri marmiferi che però, prima di essere emanato, attende la nuova legge regionale sull’escavazione, che dovrebbe riformare la legge 78 del ’98. Oltre a eliminare i beni estimati, ci sarebbe anche la volontà di ridurre la durata delle concessioni dai 29 anni attuali a non più di 10.

“Il Comune in quanto proprietario dei nostri monti – aveva dichiarato l’assessore al marmo Andrea Vannucci in un’intervista a La Nazione del 7 ottobre 2013 – deve essere il gestore e colui che distribuisce e controlla le concessioni attraverso apposita gara che privilegi coloro che più investano sia nell’azienda che sul territorio, che più garantiscano il lavoro e l’occupazione, che meglio assicurino la lavorazione in loco. Dai beni estimati contiamo di introitare circa 3 milioni l’anno in più, il 20 o 30% in più sulle entrate dell’escavazione”.

Sull’illegittimità dei beni estimati sembrano essere quasi tutti d’accordo, ma Carrara, a distanza di 300 anni, sta ancora aspettando.

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