il Ducato » twitter http://ifg.uniurb.it testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino Mon, 01 Jun 2015 01:40:19 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.1.5 testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato no testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato » twitter http://ifg.uniurb.it/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://ifg.uniurb.it I giornalisti di oggi lavorano con computer, smartphone e Twitter, ma sanno poco di app http://ifg.uniurb.it/2015/04/21/ducato-online/i-giornalisti-di-oggi-lavorano-con-computer-smartphone-e-twitter-ma-sanno-poco-di-app/71187/ http://ifg.uniurb.it/2015/04/21/ducato-online/i-giornalisti-di-oggi-lavorano-con-computer-smartphone-e-twitter-ma-sanno-poco-di-app/71187/#comments Tue, 21 Apr 2015 13:50:17 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=71187 Tutti i servizi dal festival | Lo speciale del Gruppo Espresso ]]> logo festival

Il logo del Festival

PERUGIA –  Usa pc, cellulari, macchine fotografiche digitali e Twitter. Ma il mondo di applicazioni mobili e programmi pensati per facilitare il giornalismo non lo conosce quasi per nulla. Questo è il profilo medio dello speaker del Festival internazionale del giornalismo di Perugia.

Oggi chi si occupa di informazione non sembra essere un esperto di tecnologia, uno smanettone come verrebbe chiamato in gergo. Semplicemente ha buona famigliarità con i mezzi che comunemente già usa e una conoscenza base del funzionamento dei social network. Ma esistono anche le eccezioni a questa tendenza generale.

Gli strumenti più avanzati. Il Festival ha dato spazio anche a coloro che di app sono esperti, organizzando workshop in cui gli speaker hanno insegnato i segreti di alcune di queste al pubblico. Rosa Maria di Natale, giornalista di La Repubblica Palermo, ha elencato in un evento una lunga serie di tools utilizzabili dallo smartphone. Tra i più interessanti Audionote che permette di prendere appunti e registrare contemporaneamente o Mobile Ocr in grado di trasformare in file di testo le scritte catturate con una fotografia. Altro guru del web è Robin Good, grande sperimentatore nel campo dei media. Tra le applicazioni più utili ha citato scoop.it, strumento per selezionare news ed importarle in un proprio sito o blog, e zeef, un motore di ricerca non più basato su algoritmi ma sulla navigazione dell’utente in categorie scelte da lui stesso.

mcadams

Il profilo Twitter di Myndy McAdams

Prima l’idea, poi lo strumento. Ma i relatori che invece non usano questi strumenti più avanzati sono una netta maggioranza. A sorpresa sono gli americani i primi che lo ammettonoMindy McAdams, docente di giornalismo digitale all’Università della Florida, insegna coding ai suoi studenti. Ma alla domanda su quale applicazioni usi più spesso la risposta è stata: “Un semplice lettore di testo è sufficiente se si conosce come funzionano i software. Al limite photoshop nel caso in cui serva lavorare fotografie”.

Marc Cooper, professore all’University of Southern California invece è ancora più netto. Lui stesso ammette di conoscere pochissimo di software e applicazioni. Ma “l’importante è capire come funzionano gli strumenti in modo da sfruttarli al meglio per comunicare il proprio messaggio”. In sostanza non si deve essere sempre aggiornati sull’ultima app uscita ma padroneggiarne la filosofia che le sta dietro.

Gli italiani intervistati sono ancora più diretti. Per fare giornalismo oltre agli immancabili computer e smartphone è indispensabile un buon paio di scarpe. Sia Alessandro Di Maio, giornalista freelance che Leonardo Romei, docente all’Isia di Urbino si rifanno alla vecchia figura del giornalista con le suole consumate.

Tool sì, solo se indispensabili. C’è poi una minoranza delle persone sentite che utilizza strumenti specifici perché il lavoro che fa glielo richiede. E’ il caso di Amalia de Simone, video-reporter di inchiesta per corriere.it. Per lei è necessario il programma di montaggio Final Cut ma anche applicazioni che permettono di fare lo stesso lavoro sul cellulare. Per quanto riguarda le riprese invece, nelle circostanze in cui serve discrezione, utilizza anche microcamere. Parlando di interessi specifici si può citare il caso di Gergo Saling, giornalista investigativo ungherese. Occupandosi di opendata fa ampio uso di strumenti che gli permettano di acquisire gli stessi dati, per esempio Propublica. Ma il giovane ungherese è anche piuttosto bravo nel costruire grafici per esporre il lavoro fatto al grande pubblico. Anche Ignacio Escolar, direttore di eldiario.es, ha raccontato di usare la piattaforma Tableau per poter gestire al meglio i dati raccolti.

Il cinguettio domina. Tra i social network è certamente Twitter il più utilizzato. Ce lo conferma Juan Luis Manfredi, professore di Comunicazione politica all’Università di Castiglia-La Mancia. In pochi minuti si può creare una rete di interazioni con persone che condividono gli stessi interessi o sono presenti a uno stesso evento. Anche Jérome Tomasini, capo del settore news e politica per Twitter Francia, lo ribadisce: “La sua forza sta nel poter raccontare cosa sta succedendo in diretta anche da parte di semplici cittadini presenti in un certo posto”

A Radio1 hanno realizzato anche un programma, Hashtag, condotto da Giulia Blasi. Come ci dice la stessa giornalista, senza Twitter non potrebbe neanche andare in onda. Il social network è la fonte principale per capire quali sono gli argomenti di tendenza da affrontare poi durante la diretta. Di parere simile è Luca Bottura che per condurre Lateral su Radio Capital fa ampio uso di Twitter. Nel flusso si possono infatti trovare numerosi spunti interessanti per la quotidiana rassegna stampa satirica.

Twitter a prima vista sembra molto semplice da usare ma in realtà per poterne sfruttare tutte le potenzialità si dovrebbero padroneggiare anche i numerosi strumenti collegati. Uno di questi è Twitonomy che permette di monitorare e analizzare il proprio account. Ma esiste anche TweetLogix se si vuole migliorare la propria ricerca su Twitter grazie a determinati filtri. Con TweetDeck invece si può organizzare la schermata in modo da poter seguire più flussi contemporaneamente e di programmare i tweet. Infine c’è Periscope, applicazione ora disponibile solo per i prodotti Apple, che permette di riprendere in diretta tramite Twitter un evento. Un’app che aumenta ulteriormente le possibilità di giornalisti e persone comuni nel riportare in tempo reale cosa sta succedendo.

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Indipendenti, scomodi e di successo: i giornalisti spagnoli che si auto-finanziano http://ifg.uniurb.it/2015/04/20/ducato-online/verso-il-giornalismo-indipendente-il-caso-della-spagna/71141/ http://ifg.uniurb.it/2015/04/20/ducato-online/verso-il-giornalismo-indipendente-il-caso-della-spagna/71141/#comments Mon, 20 Apr 2015 20:26:31 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=71141 giornalismo-thumbPERUGIA – Dal 2008 ad oggi in Spagna sono nate 500 testate giornalistiche. Nonostante la grave crisi economica che ha investito il Paese, di queste solo 50 hanno chiuso. Molte di queste realtà emergenti nascono dal crowdfunding o da startup che offrono ai lettori un’informazione indipendente.

“Spiego sempre la differenza tra creatività e innovazione. La creatività è pensare le cose, l’innovazione è realizzarle”, così Juan Luis Manfredi, professore all’università di Castilla-La Mancia ha introdotto il dibattito sull’evoluzione del giornalismo spagnolo nell’ultima giornata del Festival di Perugia.

Fino al 1985 i giornalisti erano i proprietari dei giornali, poi dalla seconda metà degli anni ’80 le testate sono state quotate in borsa e con la crisi sono state comprate da creditori o investitori. “Per un lettore sapere che un giornale è stato comprato da una banca o da Telefonica (la principale azienda iberica di comunicazione e telefonia ndr) mette in discussione la credibilità di quello che c’è scritto nel giornale stesso” ha spiegato Manfredi. “Con i progetti degli ultimi anni – ha continuato – l’editoria spagnola sta tornando al vecchio modello di gestione dove i giornalisti sono proprietari della testata”.

Al festival di Perugia sono state presentate alcune delle realtà più significative del panorama spagnolo, come Eldiario.es, nata nel 2012, è una testata che si sostiene con gli investimenti dei giornalisti, con gli abbonamenti dei lettori e una parte di pubblicità; El Espanol, ha raggiunto il record di crowdfunding ricevendo tre milioni di euro in 40 giorni; ElConfidencial.es un quotidiano la cui versione web ha investito soldi ed energie nella gestione e analisi dei dati, pubblicando diversi scoop.

Ignacio Escolar è un noto giornalista spagnolo che nel 2012 ha fondato il sito d’informazione Eldiario.es. “La gente è disposta a pagare l’abbonamento a Eldiario perché siamo una redazione indipendente dai poteri politici e finanziari”, ha spiegato. Sono possibili diversi tipi di abbonamento. I più diffusi sono quello da cinque euro al mese o quello da 100 euro all’anno. I soci hanno dei servizi esclusivi: approfondimenti sulle notizie, un’edizione monografica ogni due settimane, una mail che ogni sera viene spedita intorno alle 20 per anticipare ai lettori quali notizie troveranno il giorno successivo nei giornali, infine, i soci non hanno interruzioni pubblicitarie.

Il progetto di Escolar è partito senza richiedere nessun finanziamento alla banche: i giornalisti hanno iniziato con un capitale iniziale di un milione di euro, di cui solo 400 mila erano disponibili. Lo scorso anno El Diario ha chiuso il bilancio in attivo di 300 mila euro, i proventi sono stati reinvestiti all’interno della testata.

Ignacio EscolarLa presenza nelle reti sociali è fondamentale, ha spiegato Escolar, parte del loro successo viene dalla popolarità che i redattori hanno nei social network. Eldiario.es è il settimo sito più visitato in Spagna, ha una media di 4 milioni di visitatori mensili, ma su Twitter è più ritwittato di tanti altri giornali più noti.

Jordi Perez è un giornalista economico finanziario del El Espanol. “Lo scopo dei giornalisti dev’essere la chiarezza – ha detto Perez al Festival – la corruzione che ha invaso le grandi testate ha sviluppato un desiderio di informazione trasparente, per questo sono gli stessi lettori a finanziare i progetti d’informazione indipendente”.

Secondo Perez in Italia e Spagna, la stampa indipendente ha davanti a sé una sfida maggiore. “Un inglese che legge The Economist sa che quel giornale gli ha detto tutto quello che poteva dire è che non c’è altro da sapere sul quell’argomento. In Spagna, come in Italia, il giornalismo indipendente non è ancora affermato: il lettore ha sempre il sospetto che ci sia qualcos’altro da aggiungere, pensa che quelle informazioni siano condizionate o non siano complete. Noi vogliamo seguire il modello inglese: creare una sorta di patto tacito con i lettori: loro ci danno fiducia e ci permettono di essere indipendenti e noi gli proponiamo inchieste e informazioni libere da ogni condizionamento”.

Daniele Grasso ha lasciato l’Italia nel 2009 da neolaureato, poi dopo uno stage al sito de El Confidencial è stato assunto. “Non mi piaceva il giornale dove lavoravo: il digitale era considerato solo un testo con la foto. Potevo scegliere se cercare un altro giornale in cui lavorare o affrontare il direttore e proporgli un vero prodotto digitale. Ho scelto la seconda ed è andata alla grande”.

Un capo permissivo e lungimirante ha permesso a Grosso e ad altri due colleghi di ristrutturare il sito senza imporre condizioni. Anche la versione cartacea ha cambiato volto e oggi ha una delle versioni grafiche più apprezzate in Spagna.

“Sono molto importanti le collaborazioni con altri media e giornalisti – ha continuato Grosso – una grande soddisfazione l’abbiamo avuta di recente: con la Lista Falciani. I giornali come El Mundo ed El País hanno scritto che i documenti di queste due inchieste erano state pubblicate da un sito d’informazione spagnolo. Eravamo noi e il fatto che non ci abbiano citati è stata una soddisfazione: significa che ci temono”.

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Isis, raccontare una guerra da lontano: “Le notizie le scoviamo su Twitter” http://ifg.uniurb.it/2015/02/25/ducato-online/isis-raccontare-una-guerra-da-lontano-le-notizie-le-scoviamo-su-twitter/66160/ http://ifg.uniurb.it/2015/02/25/ducato-online/isis-raccontare-una-guerra-da-lontano-le-notizie-le-scoviamo-su-twitter/66160/#comments Wed, 25 Feb 2015 08:51:46 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=66160 ISIS_Twitter_2

Twitter e i social network in generale sono i principali strumenti con cui l’Isis fa propaganda nel mondo occidentale

URBINO – Quella dell’Isis è una guerra dalla quale le agenzie di stampa italiane si stanno tenendo lontani. Mandare degli inviati significa correre un rischio troppo alto a causa della ferocia dimostrata dagli jihadisti. Per questo tra le fonti principali per raccontare una guerra che non si ‘vede’ direttamente, ci sono le tv arabe come Al Arabiya e Al Jazeera, ma soprattutto i social network, Twitter in particolare.

Gli inviati o i corrispondenti nelle capitali degli stati limitrofi, come Beirut, Tunisi e Il Cairo, possono seguire ciò che avviene in questi paesi ma non basta. Serve comunque avere notizie da chi è prossimo al conflitto in Siria, Iraq e ora anche Libia. Spesso chi twitta è un giornalista locale che racconta la guerra da vicino. Altre volte sono gli stessi terroristi che rappresentano una fonte sul loro stesso operato.

Così facendo, si guadagna in sicurezza. Sui social però può scrivere chiunque, per cui occorre controllare a fondo l’attendibilità delle notizie che si riceve. “La verifica allunga un po’ i tempi- spiega Giuseppe Rizzo dell’Aki (Adn Kronos International) – ma meglio uscire più tardi con attendibilità che rischiare la figuraccia”. Il segreto, per Rizzo, sta nel “costruirsi, col tempo, una rete di fonti sicure  occorre un lungo lavoro di selezione e scrematura. Io, dopo averci lavorato per mesi, ho individuato i profili Twitter più attendibili e seguo quelli. Per verificare le notizie non mi baso mai sulle fonti ufficiali, ma su una serie di attivisti conosciuti in viaggi precedenti e di cui mi fido. Tra le file dell’Isis le più attendibili sono le donne”.

Secondo Rizzo, il lavoro di ricerca delle notizie è diventato più semplice “dopo le primavere arabe, da allora a raccontare cosa succede sono direttamente i soggetti coinvolti. Non abbiamo più le reti di corrispondenti, visto che al momento andare in Siria, Libia o Iraq è impossibile. Cerco fonti dirette on line e faccio un giro di telefonate per verificare quello che ho trovato. Consulto spesso Twitter, dove l’Isis pubblica molti video, le televisioni arabe e i terroristi stessi”.

Ormai, per monitorare quello che succede nei territori dell’Isis Twitter è dunque indispensabile. “Non c’è alternativa, anche le grandi agenzie internazionali fanno fatica a mandare inviati – dice Davide Sarsini, della redazione esteri dell’Agi – ci si deve basare sulla propaganda dei jihadisti e sulle testimonianze dei locali”. Regalando, a volte, la soddisfazione di dare il ‘buco’ alla concorrenza. “Ci sono fonti che ormai consideriamo credibili – continua Sarsini – perché magari in alcune occasioni ci hanno fornito notizie poi rivelatesi vere. Per esempio, riuscimmo a dare per primi la notizia della liberazione di Greta e Vanessa, le due volontarie italiane rapite in Siria, grazie a un gruppo di ribelli che diedero l’annuncio su Twitter. Facemmo le dovute verifiche incrociate, perché un tweet da solo non è sufficiente, e pubblicammo la notizia.Ma si deve sempre essere prudenti, il rischio che si tratti soltanto di propaganda non manca mai”.

La sicurezza che può darti inviare un corrispondente sul posto, però, ovviamente è assai superiore. “Senza i corrispondenti ti viene a mancare l’immediatezza della fonte – dice Alessandro Logroscino, della redazione esteri dell’Ansa – io l’inviato l’ho fatto, essere sul posto ti permette di sentire l’aria che tira,solo così puoi percepire certe sensazioni”. Certo, poter contare su altre fonti è comunque un bel vantaggio. “Da inviato hai una visione più diretta e immediata, ma anche più limitata – continua Logroscino – anche perché in quelle zone hai pochissime possibilità di manovra, lavorare sul territorio è impossibile”. Logroscino però non vede in Twitter una vera e propria fonte, bensì una “forma di avviso. La sua forza è l’immediatezza, ma ha pure due punti deboli: la brevità del messaggio e l’incertezza su chi scrive. Ovviamente ci sono firme più attendibili, che raccolgono informazioni su altri siti e media locali e le rilanciano. Quando vediamo una di queste firme ci mettiamo subito sull’attenti, però iniziamo subito ad approfondire e controllare la notizia”. Una di queste è  Rita Katz, che con la sua piattaforma Site difficilmente sbaglia un colpo quando si tratta di terrorismo islamico.

“La Katz è un’ebrea irachena che ora vive a Washington – dice Emanuele Riccardi, caposervizio della redazione affari internazionali dell’Ansa- la seguiamo sempre su Twitter perché lei non sbaglia mai, le notizie che da si rivelano esatte. È lei che ha scovato i principali video dell’Isis, tanto che c’è chi la accusa di essere una spia del Mossad o di essere in combutta con i terroristi”. L’importante comunque è verificare sempre la notizia più e più volte, a costo anche di arrivare dopo gli altri. “Sempre meglio che scrivere stupidaggini”.

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Fotografa i panni stesi, l’idea urbinate che ha stregato Instagram http://ifg.uniurb.it/2015/02/24/ducato-online/fotografa-i-panni-stesi-lidea-urbinate-che-ha-stregato-instagram/66181/ http://ifg.uniurb.it/2015/02/24/ducato-online/fotografa-i-panni-stesi-lidea-urbinate-che-ha-stregato-instagram/66181/#comments Tue, 24 Feb 2015 09:46:27 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=66181 URBINO – Un filo di panni appesi tra i vicoli del centro storico di una città d’arte italiana. Non è la pubblicità di un detersivo per il bucato, né una protesta contro un’ordinanza sul decoro urbano, è l’immagine simbolo dell’hashtag che sta spopolando su Instagram.

#notmypanni è la trovata di un giovane studente di scienze della comunicazione dell’Università di Urbino, Marco Usai. A metà ottobre, mentre il giovane fa da cicerone a due sue amici per i vicoli della città ducale, all’altezza di via Santa Maria viene colpito da un’infilata di panni stesi ad asciugare al sole che ricopre tutta la facciata di un palazzo. Per scherzo si rivolge ai ragazzi dicendo “Potremmo creare un hashtag: #notmypanni, no?” In poche ore Marco passa dallo scherzo alla realtà e lancia la sua idea sui social media, Instagram e Twitter.

Il successo è immediato, in meno di quattro mesi il tag unito a foto e luogo dello scatto è stato usato 1500 volte. Il profilo Instagram @notmypanni conta 700 follower e ha un ottimo tasso di engagement, cioè di interazione degli utenti con l’account (attraverso i commenti e i like).

Vestiti di ogni tipo, dalla biancheria all’abito da sera, con una predilizione per i capi colorati in contrasto con le tinte unite dei palazzi alle loro spalle. Fili su fili, in alcuni casi singoli e ordinati, in altri multipli e caotici, sospesi sull’acqua dei canali veneziani o sulle strade trafficate delle metropoli italiane.

Il contagio dei panni stesi tocca tutta l’Italia e non solo. Il profilo ufficiale contiene foto da Urbino, Venezia e Siena, cioè i luoghi visitati dal team composto da Marco detto @gusions sui media, Alessandro Bordoni alias @ilcavallopazzo e Silvana Di Puorto, su Instagram @sildipi, e alcuni repost da Napoli, Cagliari e Genga, vicino ad Ancona.


“La diffusione dell’hashtag ci ha resi davvero orgogliosi” dice Marco. #notmypanni infatti ha coinvolto tante altre località da nord a sud Italia e non mancano anche le foto provenienti da città straniere: Marrakech e Londra, solo per citarne un paio. Il soggetto è sempre lo stesso, un filo di panni stesi, in un caso ad asciugare al sole, nell’altro a bagnarsi sotto la pioggia.


Ma il progetto potrebbe non fermarsi qui, anche se il promotore non vuole svelare che cosa ha in mente. “Nei prossimi giorni sui canali social ne vedrete delle belle – dice Marco – e per quel che riguarda me, sono sempre alla ricerca di panni stesi. Se vedete un pazzo che fotografa balconi strani non preoccupatevi, sono io, @gusions”.

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Tutti i tweet del Festival del giornalismo culturale 2014 http://ifg.uniurb.it/2014/04/27/ducato-online/tutti-i-tweet-del-festival-del-giornalismo-culturale-2014/62201/ http://ifg.uniurb.it/2014/04/27/ducato-online/tutti-i-tweet-del-festival-del-giornalismo-culturale-2014/62201/#comments Sun, 27 Apr 2014 13:55:56 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=62201 [continua a leggere]]]> Si è appena conclusa la seconda edizione del Festival del giornalismo culturale di Urbino. Con ospiti del mondo dei media, scrittori e intellettuali. Due giornate intere di dibattiti e confronti che dalle sale dei palazzi storici di Urbino hanno trovato eco e risonanza grazie ai tweet dei partecipanti, organizzatori e del pubblico.


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Palazzo Ducale ‘ignora’ i social. Niente promozione per #MuseumWeek http://ifg.uniurb.it/2014/03/24/ducato-online/palazzo-ducale-ignora-i-social-niente-promozione-per-museumweek/60104/ http://ifg.uniurb.it/2014/03/24/ducato-online/palazzo-ducale-ignora-i-social-niente-promozione-per-museumweek/60104/#comments Mon, 24 Mar 2014 20:44:43 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=60104 LEGGI Promozione: Urbino in Riviera è semisconosciuta Un successo su Facebook: il comune più social ]]> Lo studiolo del Duca Federico dentro Palazzo Ducale

Lo studiolo del Duca Federico dentro a Palazzo Ducale

URBINO – La Galleria Nazionale delle Marche non parteciperà al #MuseumWeek, prima edizione della settimana dei musei su Twitter. L’evento, lanciato dal social network per festeggiare i suoi otto anni, comincia oggi e per un’ intera settimana darà la possibilità di promuovere collezioni, opere d’arte ed eventi dei musei. All’iniziativa aderiscono anche il Prado, la Tate Gallery, il Louvre ma la vocazione “social” ha valicato le Alpi approdando anche in Italia dove saranno numerosi i musei “twittanti”.

Nessun cinguettio però si udrà da Palazzo Ducale, sede della Galleria Nazionale delle Marche, che ancora un profilo Twitter non ce l’ha. “Ci stiamo attrezzando – spiega Clorinda Petraglia, direttore amministrativo della Galleria – quest’anno non partecipiamo al #MuseumWeek ma il prossimo anno ci saremo sicuramente”. Nonostante Urbino sia uno dei comuni più social d’ Italia, la Galleria delle Marche, che costituisce una delle sue principali attrazioni, non si è ancora avvicinata al mondo della rete.

La Galleria Nazionale delle Marche, infatti, non è per niente social: assente dalle due piattaforme più famose, Twitter e Facebook, non ha un sito internet ma si aggancia a quello di Sistema Museo dove è possibile trovare qualche cenno sulla storia del palazzo e della galleria, informazioni su orari, prezzi dei biglietti e visite guidate. “Stiamo già discutendo su alcuni progetti per lanciare il museo su internet”, precisa la dott.ssa Petraglia che però non si sbilancia sulle iniziative in cantiere.

Mentre a Urbino si comincia a discutere di account e di promozione in rete, su Twitter e Facebook sono sempre più numerosi i profili dei musei che utilizzano i social per far conoscere il proprio patrimonio artistico. Il più avanguardista è il museo di Palazzo Madama di Torino che ha affidato a una social media curator il compito di promuoverne le attività. Presente su Twitter, Facebook, Instagram e Pinterest,  ha anche attivato un canale su Youtube.

L’hashtag #MuseumWeek ha riscosso subito un grande successo entrando nei trend topic (gli argomenti più twittati e popolari) di Twitter. I cinguettii d’altronde sono diventati una via di promozione privilegiata per comunicare e diffondere la cultura. Prima dei responsabili di Palazzo ducale, sembrano infatti essersene accorti proprio i ‘vecchi’ padroni di casa. Federico da Montefeltro e Battista Sforza che, insieme a illustri amici come Piero della Francesca,  Paolina Borghese e i Bronzi di Riace (@a_bronzo e @BronzoB), si divertono a twittare e postare foto per farsi conoscere nel mondo. Dietro ai profili dei famosi protagonisti c’è un’iniziativa del  MIBACT, l’account Twitter del Ministero dei beni culturali, volta a rendere sempre più 2.0 la fruizione della cultura.

Accanto a questi profili spiritosi ci sono iniziative anche più ‘serie’ come Sveglia Museo, nato per aiutare la comunicazione online o le lezioni di storia dell’arte di Vittorio Sgarbi, guarda caso proprio Raffaello e la sua Scuola di Atene, spiegato ‘a colpi di tweet’.

Perché La Galleria Nazionale delle Marche non venga tagliata fuori dalle nuove frontiere della promozione 2.0, lo scorso dicembre era stato annunciato un progetto che avrebbe incentivato lo sviluppo delle tecnologie per valorizzare Palazzo Ducale e, in quell’occasione, era  stata lanciata una App che avrebbe permesso la fruizione digitale delle opere.  La App però non è ancora stata attivata e così i torricini non hanno ancora debuttato sulle passerelle del web.

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Sgarbi punta su Raffaello. Lezione d’arte via Twitter http://ifg.uniurb.it/2014/01/21/ducato-online/sgarbi-punta-su-raffaello-lezione-darte-via-twitter/55033/ http://ifg.uniurb.it/2014/01/21/ducato-online/sgarbi-punta-su-raffaello-lezione-darte-via-twitter/55033/#comments Tue, 21 Jan 2014 12:11:09 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=55033 STORIFY - Il 30 gennaio il critico candidato per i Verdi alle primarie del centrosinistra ha analizzato e commentato, con lo hashtag #140art, le opere del pittore urbinate. Una coincidenza o l'inizio della campagna elettorale?]]> URBINO –  A fine dicembre ha tenuto una lezione di storia dell’arte su Twitter, argomento: Raffaello Sanzio. Forse sarà solo un caso, ma è possibile che Vittorio Sgarbi abbia iniziato la sua campagna elettorale molti giorni prima di candidarsi ufficialmente. Venerdì 17 gennaio, infatti, è arrivata la notizia della sua volontà di correre con i Verdi alle primarie del centrosinistra di Urbino. Solo pochi giorni prima, il 30 dicembre, il critico ferrarese dalla sua ‘cattedra social’, ha analizzato e commentato  l’arte dell’artista urbinate.

Come al solito Sgarbi divide il pubblico. Descrivendo le opere e i significati profondi della Scuola di Atene e della Cappella Sistina, ha riscosso pareri positivi, citazioni e ‘retweet’, ma anche critiche da parte di diversi utenti. Il progetto #140art  è stato lanciato a luglio del 2012 sul profilo Twitter dell’ex sottosegretario,  con l’obiettivo di somministrare agli utenti “pillole d’arte” più concise di un Bignami e più dirette di un’audioguida. Era passato circa un anno dalla sua ultima lezione sulle opere di Michelangelo quando Sgarbi ha ricominciato a twittare descrivendo i capolavori di Raffaello.


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Sempre più felici nella provincia di Pesaro e Urbino: lo dice Twitter http://ifg.uniurb.it/2013/11/27/ducato-online/sempre-piu-felici-nella-provincia-di-pesaro-e-urbino-lo-dice-twitter/52047/ http://ifg.uniurb.it/2013/11/27/ducato-online/sempre-piu-felici-nella-provincia-di-pesaro-e-urbino-lo-dice-twitter/52047/#comments Wed, 27 Nov 2013 09:38:50 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=52047 URBINO – A meno che panettoni e torroni non vadano a male durante le feste, quest’anno gli abitanti della provincia di Pesaro e Urbino saranno molto più felici dell’anno scorso. Niente test psicologici o chiromanti da strapazzo: il termometro usato è Twitter. I dati li fornisce Voices from the blogs, un progetto dell’Università degli studi di Milano, che ha passato al setaccio tutti i cinguettii dalla provincia. E i dati sono incoraggianti: se nel 2012 l’indice di felicità calcolato sui messaggi brevi si arrestava al 48,9%, quest’anno, da gennaio a novembre 2013, la media ha toccato i 60,45 punti percentuali, con una differenza del 12%.

Guardando il dato mensile, poi, si scopre che è marzo il mese più felice dell’anno. Sarà per il sole e la primavera, ma in questo periodo gli utenti del social network cinguettano messaggi più positivi che negli altri undici mesi. “Il nostro servizio classifica tutto l’universo dei tweet postati quotidianamente in Italia  – si legge nel sito di Voices from the blogs – e può quindi ricostruire il grado di felicità nazionale. L’informazione è inoltre caratterizzata localmente, dal momento che gli utenti di Twitter sono identificabili in base alla località geografica da cui scrivono”. Questo sito raccoglie, quindi, i dati giornalieri a livello provinciale e il gruppo di ricercatori ha creato anche un’applicazione ad hoc per iOs, il sistema operativo di iPhone e iPad, che si chiama iHappy.

Ma come si calcola il grado di ‘happiness’? Si vedono le reazioni istantanee dei singoli individui agli avvenimenti che accadono nella vita di ciascuno e, tramite un calcolo matematico, Voices from the blogs categorizza i tweet in tre classi: “felici”, “infelici” e “altro”. I post classificati come “altro” vengono però esclusi dal calcolo dell’indice di Twitter-felicità. Gli avvenimenti su cui si basa il calcolo sono i più disparati: dalla nascita di un figlio al litigio con una fidanzata, fino alla passeggiata in città e la gita al mare. L’equazione è semplice:  iHappy = (numero di post felici / numero di post felici & infelici ) * 100 %.

Dalla classifica settimanale dell’indice di felicità aggiornata, la prima classificata risulta la provincia di Cagliari con il 93,1% di tweet felici. Pesaro e Urbino si posiziona a metà classifica, al 55° posto, con un indice pari al 67.5%. A seguire c’è la provincia di Ancona, con il 45,8% di tweet felici, la provincia di Macerata con il 37,8%, quella di Fermo con il 36,9% e infine quella di Ascoli con 37,6%. Da un’analisi più approfondita dei dati, però, si può notare come da febbraio a marzo 2013, ci sia un aumento di tweet positivi di ben 23,84 punti percentuali e da gennaio a marzo si sfiora addirittura il 30%.

Le variabili da tenere in considerazione per calcolare il sentiment della rete, lo abbiamo visto, sono moltissime, ma di certo il meteo può essere uno dei principali fattori che influenza l’umore degli utenti. Il connubio tra sole e buon umore funziona. Ad esempio, nel periodo da febbraio a marzo, c’è un’innalzamento delle temperature di 4 gradi e un conseguente boom di tweet positivi. Ma, se il sole fa bene all’umore, è anche vero che il troppo caldo genera disagio: si potrebbe spiegare così il fatto che, da giugno ad agosto, il calo di quattro punti percentuali di “buon umore” coincide con un aumento della temperatura di circa quattro gradi.

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Twitter ai media: “Cari giornalisti usatemi così” http://ifg.uniurb.it/2013/11/26/ducato-online/twitter-ai-media-cari-giornalisti-usatemi-cosi/51859/ http://ifg.uniurb.it/2013/11/26/ducato-online/twitter-ai-media-cari-giornalisti-usatemi-cosi/51859/#comments Tue, 26 Nov 2013 10:09:13 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=51859 Se siete tra quei giornalisti che pensano che un hashtag sia un’espressione inglese per rispondere a uno starnuto, o che sentendo parlare di Vine rispondono ‘grazie, ma sono astemio’, sappiate che non è mai troppo tardi per cominciare a familiarizzare con il social network più usato dai media mondiali. E’ stavolta è lo stesso Twitter che ha deciso di tendervi una mano.

Il 21 novembre ha debuttato sul web Twitter Media, un portale di ‘istruzioni per l’uso’ elaborato dalla stessa azienda da cui prende il nome. Qui sono radunate e divise per settore tutte le informazioni, le guide e alcuni consigli su come sfruttare a vostro favore ogni angolo del social network dei 140 caratteri.

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Basta entrare nel sito e selezionare dal menù a sinistra il tipo di servizio per cui si richiedono i preziosi consigli. Sì, perché oltre al mondo del giornalismo l’azienda di San Francisco ha pensato anche a tv, enti no profit, sport, musica e religione. Una volta selezionata la sezione dedicata ai giornalisti, è possibile consultare la mappa degli esempi virtuosi di utilizzo del media, dall’aggiornamento delle breaking news attraverso l’utilizzo degli hashtag più battuti, alle istruzioni per sfruttare lo strumento Tweetdeck, passando per i trucchi per aumentare l’engagement dei lettori.

Nella maggior parte delle sezioni si possono trovare esempi di colleghi che, in ogni parte del mondo, sono riusciti a sfruttare al meglio le potenzialità comunicative offerte dai cinguettii. Tra le ‘storie di successo’ ad esempio è riportata l’esperienza del Boston Globe, che durante gli attentati alla maratona di Boston ha twittato in tempo reale tutto quello che stava accadendo, minuto per minuto, dichiarazioni di politici e foto dei testimoni comprese, diventando la prima fonte di informazioni e aumentando in maniera eccezionale l’engagement, il coinvolgimento del lettore nell’attività del proprio profilo. E engagement al giorno d’oggi significa popolarità; e popolarità significa, oltre che massima circolazione delle notizie, fare molto contento il proprio editore.

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Altri due esempi importanti, dal momento che scegliere l’hashtag giusto può rivelarsi impresa più ardua di titolare una prima pagina, sono quelli della Cnn e di FoxNews, due canali che in questo campo sono riusciti a elaborare e mettere in pratica la tecnica giusta.

Insomma, cari estimatori sfegatati e irremovibili della ‘vecchia pratica’, adesso non avete più scuse: su questo nuovo portale Twitter si è proprio spiegato per bene. E se ancora non vi fosse ben chiaro il motivo per cui dovreste usarlo, c’è anche una pagina tutta dedicata a convincervi.

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A tu per tu con “Dio”: divo su Twitter, scrittore e cameriere nella vita reale http://ifg.uniurb.it/2013/05/11/ducato-online/a-tu-per-tu-con-dio-divo-su-twitter-scrittore-e-cameriere-nella-vita-reale/46447/ http://ifg.uniurb.it/2013/05/11/ducato-online/a-tu-per-tu-con-dio-divo-su-twitter-scrittore-e-cameriere-nella-vita-reale/46447/#comments Sat, 11 May 2013 12:31:02 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=46447 [continua a leggere]]]>

La Homepage di Dio su Twitter

URBINO – Una volta le catechiste raccontavano ai bambini che per parlare con Dio bastava fare il gesto del telefono con la mano e lui ascoltava. Ora per parlare con Dio, basta avere un account su Twitter.

Dio” è un ragazzo di Foligno sulla trentina, barba incolta, laurea in filosofia (forse perché quella in teologia ce l’ha di diritto), ma soprattutto capacità di essere ovunque, almeno sul web. In una scena del film “Una settimana da Dio”, Jim Carrey, neo-assunto a interim alla carica più alta del Paradiso, capisce quanto sia frustrante dover ascoltare tutte le preghiere del mondo, come una Babele sonora che risuona nella sua testa. Anche @Iddio (questo il suo tag), è vittima di centinaia di “preghiere” ogni giorno. Tweet e menzioni a cui dover rispondere, perché Dio, come insegnavano le catechiste negli anni ’90, ascolta tutti e, a suo modo, risponde.

Dopo aver fatto discendere la sua luce sul Festival del giornalismo culturale, Dio torna nella città ducale per Branding 2.0, convegno organizzato dalla Facoltà di Sociologia sull’E-commerce e il co-working. Il suo tweet “Urbino, spianati, è Dio che lo vuole!”, fa capire che le salite di via Saffi e via Raffaello non gli vanno a genio. E’ seduto in un banchetto di un buio corridoio dell’Università di Urbino che potrebbe assomigliare tranquillamente a un confessionale, anche se, stavolta, è Dio a confessarsi.

Dio, come e quando è nata l’idea di iscriversi a Twitter? E’ stato prima o dopo il Papa?
Prima. Il profilo nasce quasi due anni fa, a maggio del 2011, quando ancora Twitter era un fenomeno poco conosciuto in Italia. Fu per gioco, perché di questo si tratta ancora.

Ma oltre a twittare follemente, come si mantiene l’onnipotente?
Dopo essermi laureato in filosofia avrei voluto insegnare ma ho perso le speranze. Al “concorsone” in cui si sarebbero dovute assegnare 11.000 nuove cattedre non sono andato. Ho fatto bene perché con la nuova legge sul lavoro chi sarebbe dovuto andare in pensione non c’è andato e dei giovani non è stato assunto nessuno. Ora scrivo per Leonardo.it e ho un programma su La3Tv, dove tengo una rubrica settimanale in cui racconto le mie migliori battute. D’estate lavoro nei catering. E’ un lavoro che mi piace perché tengo libera la mente e ho più tempo per pensare, magari osservando la gente. Sì, Dio fa anche il cameriere».

128.000 followers sono tanti, ma sono comunque meno di One Direction e Justin Bieber. Un po’ pochino per Dio.
Una volta ho superato Justin Bieber tra le persone più influenti sul social network. Youtube era primo e Alberto Savino secondo. Justin Bieber era saldamente in terza posizione e ogni tanto, dopo il suo, appariva il mio nome. È partita una campagna mediatica e tra menzioni e tweet, per un breve momento, il gradino più basso del podio è stato mio.

Era presente al Festival del giornalismo culturale di Urbino. Cosa le è piaciuto? Cosa si potrebbe migliorare?
L’unico appunto che posso fare è stato la mancanza di internet durante i dibattiti. Ho dovuto elemosinare wi-fi un po’ qui e un po’ li. Per il resto è stato un bellissimo evento. Il giornalismo culturale è molto sentito in Italia e c’è bisogno di promuoverlo. Lella Mazzoli ha detto che in Italia c’è più voglia di andare a sentire uno scrittore piuttosto che leggersi un libro. Se c’è Saviano che parla moltissima gente che magari non ha letto Gomorra vuole ascoltare quello che ha da dire. Poi forse dopo l’evento, va in libreria e se lo compra. Per questo sono importanti manifestazioni come questa. Con la cultura si mangia!

Dio, pensa che la cultura in Italia sia un po’ troppo elitaria? I social network possono aiutare i giovani a riavvicinarsi?
L’Italia ha sempre avuto una classe intellettuale gelosa del proprio ruolo. Raramente ci si è posti il problema di insegnare e diffondere il sapere a tutti. Internet e i social network non sono la soluzione. Twitter e Facebook non abituano alla lettura, anzi. Al massimo possono suggerire.

Qual è stato il tweet più ritwittato? E la domanda più strana in cui l’ hanno taggata?
Il tweet più ritwittato è sempre quello giusto al momento giusto. Quest’estate, quando l’Italia perdeva la finale degli Europei contro la Spagna, scrissi ‘Non possiamo perdere contro gente che da quattrocento anni non riesce a capire che Don Diego De la Vega è Zorro’. Furono 2000 i retweet. A chi mi obiettava che Zorro era ambientato in California dovetti spiegare che si trattava sì della California, ma durante il dominio spagnolo. La domanda più strana invece me la fece un ragazzo che mi chiese: “Dio, ma qual è il tuo primo ricordo? Essendo eterno come fai ad averne uno?”.

Progetti per il futuro, visto che anche quello è eterno?
Sto scrivendo un libro che spero uscirà presto. L’altro mio libro, scritto insieme al mio dirimpettaio, ‘Il Diavolo’ (anche lui su Twitter), ‘Iddiozie e diavolerie’, una raccolta delle nostre migliori battute il cui devoluto serve alla ricostruzione di una scuola in Emilia, non ha avuto il successo che speravo. La gente non ha fiducia, neanche se ci metti la faccia, come ho fatto io. È forse questo il danno culturale peggiore dell’Italia: la fiducia di un popolo compromessa.

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