il Ducato » social network http://ifg.uniurb.it testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino Mon, 01 Jun 2015 01:40:19 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.1.5 testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato no testata online dell'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino il Ducato » social network http://ifg.uniurb.it/wp-content/plugins/powerpress/rss_default.jpg http://ifg.uniurb.it Indipendenti, scomodi e di successo: i giornalisti spagnoli che si auto-finanziano http://ifg.uniurb.it/2015/04/20/ducato-online/verso-il-giornalismo-indipendente-il-caso-della-spagna/71141/ http://ifg.uniurb.it/2015/04/20/ducato-online/verso-il-giornalismo-indipendente-il-caso-della-spagna/71141/#comments Mon, 20 Apr 2015 20:26:31 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=71141 giornalismo-thumbPERUGIA – Dal 2008 ad oggi in Spagna sono nate 500 testate giornalistiche. Nonostante la grave crisi economica che ha investito il Paese, di queste solo 50 hanno chiuso. Molte di queste realtà emergenti nascono dal crowdfunding o da startup che offrono ai lettori un’informazione indipendente.

“Spiego sempre la differenza tra creatività e innovazione. La creatività è pensare le cose, l’innovazione è realizzarle”, così Juan Luis Manfredi, professore all’università di Castilla-La Mancia ha introdotto il dibattito sull’evoluzione del giornalismo spagnolo nell’ultima giornata del Festival di Perugia.

Fino al 1985 i giornalisti erano i proprietari dei giornali, poi dalla seconda metà degli anni ’80 le testate sono state quotate in borsa e con la crisi sono state comprate da creditori o investitori. “Per un lettore sapere che un giornale è stato comprato da una banca o da Telefonica (la principale azienda iberica di comunicazione e telefonia ndr) mette in discussione la credibilità di quello che c’è scritto nel giornale stesso” ha spiegato Manfredi. “Con i progetti degli ultimi anni – ha continuato – l’editoria spagnola sta tornando al vecchio modello di gestione dove i giornalisti sono proprietari della testata”.

Al festival di Perugia sono state presentate alcune delle realtà più significative del panorama spagnolo, come Eldiario.es, nata nel 2012, è una testata che si sostiene con gli investimenti dei giornalisti, con gli abbonamenti dei lettori e una parte di pubblicità; El Espanol, ha raggiunto il record di crowdfunding ricevendo tre milioni di euro in 40 giorni; ElConfidencial.es un quotidiano la cui versione web ha investito soldi ed energie nella gestione e analisi dei dati, pubblicando diversi scoop.

Ignacio Escolar è un noto giornalista spagnolo che nel 2012 ha fondato il sito d’informazione Eldiario.es. “La gente è disposta a pagare l’abbonamento a Eldiario perché siamo una redazione indipendente dai poteri politici e finanziari”, ha spiegato. Sono possibili diversi tipi di abbonamento. I più diffusi sono quello da cinque euro al mese o quello da 100 euro all’anno. I soci hanno dei servizi esclusivi: approfondimenti sulle notizie, un’edizione monografica ogni due settimane, una mail che ogni sera viene spedita intorno alle 20 per anticipare ai lettori quali notizie troveranno il giorno successivo nei giornali, infine, i soci non hanno interruzioni pubblicitarie.

Il progetto di Escolar è partito senza richiedere nessun finanziamento alla banche: i giornalisti hanno iniziato con un capitale iniziale di un milione di euro, di cui solo 400 mila erano disponibili. Lo scorso anno El Diario ha chiuso il bilancio in attivo di 300 mila euro, i proventi sono stati reinvestiti all’interno della testata.

Ignacio EscolarLa presenza nelle reti sociali è fondamentale, ha spiegato Escolar, parte del loro successo viene dalla popolarità che i redattori hanno nei social network. Eldiario.es è il settimo sito più visitato in Spagna, ha una media di 4 milioni di visitatori mensili, ma su Twitter è più ritwittato di tanti altri giornali più noti.

Jordi Perez è un giornalista economico finanziario del El Espanol. “Lo scopo dei giornalisti dev’essere la chiarezza – ha detto Perez al Festival – la corruzione che ha invaso le grandi testate ha sviluppato un desiderio di informazione trasparente, per questo sono gli stessi lettori a finanziare i progetti d’informazione indipendente”.

Secondo Perez in Italia e Spagna, la stampa indipendente ha davanti a sé una sfida maggiore. “Un inglese che legge The Economist sa che quel giornale gli ha detto tutto quello che poteva dire è che non c’è altro da sapere sul quell’argomento. In Spagna, come in Italia, il giornalismo indipendente non è ancora affermato: il lettore ha sempre il sospetto che ci sia qualcos’altro da aggiungere, pensa che quelle informazioni siano condizionate o non siano complete. Noi vogliamo seguire il modello inglese: creare una sorta di patto tacito con i lettori: loro ci danno fiducia e ci permettono di essere indipendenti e noi gli proponiamo inchieste e informazioni libere da ogni condizionamento”.

Daniele Grasso ha lasciato l’Italia nel 2009 da neolaureato, poi dopo uno stage al sito de El Confidencial è stato assunto. “Non mi piaceva il giornale dove lavoravo: il digitale era considerato solo un testo con la foto. Potevo scegliere se cercare un altro giornale in cui lavorare o affrontare il direttore e proporgli un vero prodotto digitale. Ho scelto la seconda ed è andata alla grande”.

Un capo permissivo e lungimirante ha permesso a Grosso e ad altri due colleghi di ristrutturare il sito senza imporre condizioni. Anche la versione cartacea ha cambiato volto e oggi ha una delle versioni grafiche più apprezzate in Spagna.

“Sono molto importanti le collaborazioni con altri media e giornalisti – ha continuato Grosso – una grande soddisfazione l’abbiamo avuta di recente: con la Lista Falciani. I giornali come El Mundo ed El País hanno scritto che i documenti di queste due inchieste erano state pubblicate da un sito d’informazione spagnolo. Eravamo noi e il fatto che non ci abbiano citati è stata una soddisfazione: significa che ci temono”.

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Quando lo scienziato fa il giornalista. Divulgazione e disintermediazione http://ifg.uniurb.it/2015/04/18/ducato-online/quando-lo-scienziato-fa-il-giornalista-divulgazione-e-disintermediazione/70886/ http://ifg.uniurb.it/2015/04/18/ducato-online/quando-lo-scienziato-fa-il-giornalista-divulgazione-e-disintermediazione/70886/#comments Sat, 18 Apr 2015 06:33:57 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=70886 Massimo Russo, direttore di Wired Italia

Massimo Russo, direttore di Wired Italia

PERUGIA –  Acqua su Marte, l’ultimo pianeta extrasolare che potrebbe ospitare qualche forma di vita oppure il primo atterraggio di un robot su una cometa a milioni di chilometri di distanza dalla Terra. Breaking news da “prima pagina”, anticipate dai titoli sui siti della Nasa o dell’Esa e dai tweet degli stessi ‘protagonisti’ sui social network, come il robottino Philae, la sonda Rosetta o il rover Curiosity. Oggi la scrittura di chi fa scienza si è appropriata di un taglio giornalistico. Sono gli scienziati in prima persona a scrivere su siti internet articoli divulgativi spesso molto chiari e di grande efficacia comunicativa. Inoltre questi siti spesso sono delle vere e proprie testate registrate. Ma la figura del giornalista così rischia davvero di diventare sempre meno incisiva su questi temi?

“Anche le grandi aziende ormai sono in grado di cortocircuitare i meccanismi tradizionali delle testate attraverso i contenuti dei loro siti internet” ha detto Massimo Russo, direttore della rivista Wired Italia, che ieri al teatro Morlacchi ha partecipato a uno dei panel più attesi del festival del giornalismo internazionale , Le vie dell’innovazione tra scienza cultura e impresa. Insieme al giornalista: Alessandro Baricco, romanziere e fondatore della scuola di scrittura Holden, Diego Piacentini di Amazon, e Andrea Accomazzo, responsabile delle operazioni della missione Rosetta dell’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea.

“Penso che sia indispensabile che questi due canali divulgativi lavorino in parallelo – ha detto Accomazzo – l’uno non esclude l’altro”. Secondo lo scienziato non è indispensabile che a scrivere temi scientifici siano giornalisti specializzati. “Mi è capitato di rilasciare un’intervista con un giornalista che non era molto ferrato nel campo scientifico, eppure ha pubblicato un articolo bellissimo che aveva in sé sia aspetti tecnici che aspetti emozionali”. Il coinvolgimento emotivo è uno dei punti fondamentali di questo nuovo modo di divulgare informazioni scientifiche e per questo sono indispensabili i social network. Questi nuovi mezzi di comunicazione creano un contatto diretto con il lettore; proprio per questo sono stati creati account Facebook per la sonda spaziale Rosetta e per Philae che comunicano anche tra di loro, creando situazioni spesso ironiche che coinvolgono i lettori.

Secondo Russo “gli organismi scientifici come l’ INAF e l’ ESA hanno siti fatti molto bene. Inoltre hanno anche una forte presenza sui social network”. Anche Russo ha tenuto a sottolineare l’importanza dell’effetto che si crea attraverso questi mezzi. Grazie a questi canali si crea “un’informazione emozionante che crea una storia vera e propria, cosa che non si riesce a fare con l’informazione fredda e secca con cui si trattano i temi scientifici”. Aggiunge: “Secondo me tutto questo è molto positivo, soprattutto in Italia”. Sostiene infatti che nel nostro Paese ci sono difficoltà a raccontare fatti scientifici soprattutto da parte dei media tradizionali. “La scienza arriva ai media tradizionali solo in momenti particolari e soprattutto in casi drammatici, come quello di Stamina. Ci sono però dei giacimenti di sapere scientifico che hanno poca eco; basti pensare a Samantha Cristoforetti che ormai è diventata quasi una ‘pop-star’, eppure noi di tutte le ricerche che fa l’Esa non sappiamo molto”.

Inoltre, secondo Russo, bisogna considerare che quando questi contenuti gravitano nei media tradizionali vengono a volte realizzati servizi caricaturali, come nel caso del Tg4 in occasione dell’accometaggio di Rosetta. “Questo – sottolinea – spesso è un lavoro di vera e propria disinformazione, basti pensare a trasmissioni come le Iene che rispetto a temi come Stamina fanno la glorificazione di personaggi come Vannoni senza andare a vedere se effettivamente ci siano riscontri da parte della comunità scientifica sulla efficacia del metodo. Questo non fa altro che allontanare dalla scienza da una parte, e dall’altra parte non dà modo alle notizie vere di emergere”.

Quindi se gli istituti scientifici cominciano a comunicare e lo fanno in maniera efficace e diretta va bene così. “È bene mantenere entrambe le strade perché è finita l’epoca del racconto giornalistico in senso stretto; ci sono nuovi metodi e tutto ciò fa bene. Quel tempo è finito, la realtà contemporanea è totalmente diversa, è tempo di muoversi. Il giornalismo deve essere contemporaneo”.


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Santoro al posto della Masera:è lui il nuovo social media editor http://ifg.uniurb.it/2014/01/13/ducato-online/la-stampa-sceglie-santoro-il-nuovo-social-media-editor-e-un-non-giornalista/54278/ http://ifg.uniurb.it/2014/01/13/ducato-online/la-stampa-sceglie-santoro-il-nuovo-social-media-editor-e-un-non-giornalista/54278/#comments Mon, 13 Jan 2014 16:25:36 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=54278 Nella redazione del giornale a Torino

Santoro nella redazione della Stampa (foto Marco Bardazzi)

TORINO – Il primo social media editor non giornalista è italiano e lavora a La Stampa. Pier Luca Santoro, blogger ed esperto di marketing, ha preso il posto di Anna Masera, da poco nominata responsabile della comunicazione alla Camera dei Deputati. Santoro è noto sul web per il blog “Il Giornalaio”, nel quale ospita analisi e riflessioni sul mondo dei media con l’occhio attento ai numeri. Esperto di marketing, ha lavorato per grandi aziende come Star, Bonomelli e Galbani, ecollabora anche con l’European journalism Observatory, il centro studi no profit dell’Università Svizzera Italiana.

L’annuncio è stato dato dal direttore Mario Calabresi in un articolo intitolato: “Porte aperte agli innovatori della Rete”.

La Stampa è stato il primo quotidiano italiano ad avvalersi di una figura dedicata ai social sin dal gennaio del 2012. Il direttore Mario Calabresi aveva scelto una persona della redazione che conoscesse le dinamiche interne del quotidiano torinese. Una giornalista che facesse da ponte tra chi le notizie le scrive e chi le recepisce e le condivide sui social network. L’idea era di avviare una graduale integrazione tra le due realtà puntando ad avere una redazione di giornalisti “social media editor di se stessi”, un meccanismo già naturale per i redattori più giovani. Ora il quotidiano torinese è andato oltre, scegliendo un esterno alla redazione e per di più un esperto di marketing.

Negli Stati Uniti il Social Media Editor è una presenza consolidata nelle redazioni da molti anni. Nel 2009 il New York Times aveva scelto la giornalista Jennifer Preston, alla quale è subentrata la collega Liz Heron. Lo scorso anno il suo titolo è cambiato in “editor of emerging media”. Al Wall Street Journal lo Sme Neil Mann è diventato “multimedia innovations editor”. Il giornalista Anthony De Rosa ha lasciato il comando dei social della Reuters per diventare editor in chief della startup Circa. Davanti a questi eventi l’ex sme dell’Huffington Post statunitense, oggi a BuzzFeed, Rob Fisherman, si è aggiunto alla schiera di chi vede il ruolo del social media editor destinato a sparire, vista la crescente integrazione dell’uso dei social nell’attività giornalistica di ogni redattore. Lo aveva già annunciato Liz Heron nel 2011 quando scriveva sul suo blog che il suo lavoro “è destinato a sparire nel giro di cinque anni”.

Che non sia sparito il social media editor è evidente. Che sia un po’ cambiato il ruolo lo è altrettanto. La scelta de La Stampa dice chiaramente che non ci si può concentrare sui soli contenuti, ma è indispensabile conoscere le dinamiche delle relazioni nelle community social e saperne sfruttare le potenzialità.

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Ducato tv speciale – Quanto è social l’informazione tv in Italia? http://ifg.uniurb.it/2013/12/03/ducatotv/ducato-tv-speciale-quanto-e-social-linformazione-tv-in-italia/52870/ http://ifg.uniurb.it/2013/12/03/ducatotv/ducato-tv-speciale-quanto-e-social-linformazione-tv-in-italia/52870/#comments Tue, 03 Dec 2013 15:19:21 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=52870 [continua a leggere]]]>

Social network, tablet, smartphone, internet e tv: a volte anche tutti insieme. Proprio sul multitasking delle nuove generazioni stanno nascendo esperienze di web tv come quella di The stream, il notiziario di Al Jazeera English, che unisce in un ‘unica edizione giornaliera il prodotto di un’immersione quotidiana multipiattaforma, accettando gli imput provenienti dalla rete e dagli spettatori, trasformandoli in una trasmissione televisiva di grande attualità. Ma in Italia, esistono esperienze di questo tipo? Quanto gli spettatori si sentono chiamati in causa dall’informazione, quanto la tv è interattiva nel nostro Paese? Ospite d’onore della puntata è Federico Ferrazza, vice direttore della rivista Wired Italia.

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Social network Francesco, il volto innovativo di un brand antico http://ifg.uniurb.it/2013/12/01/ducato-online/social-network-francesco-il-volto-innovativo-di-un-brand-antico/52590/ http://ifg.uniurb.it/2013/12/01/ducato-online/social-network-francesco-il-volto-innovativo-di-un-brand-antico/52590/#comments Sat, 30 Nov 2013 23:08:34 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=52590 vignetta

La vignetta di Sergio Staino

URBINO – Una conversazione con i fedeli di tutto il mondo scandita a ritmo di lessico familiare e quotidiano. Bergoglio è il Papa dai gesti “virali” e dalla comunicazione diretta, dal “fratelli e sorelle, buonasera” alla “Misericordina che fa bene al cuore”. Papa Francesco si presenta così come il più grande comunicatore dell’ultimo secolo, quasi giocando la partita del confronto con Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. I tempi sono diversi ma soprattutto sono i mezzi a essere cambiati: dove prima c’erano solo radio e tv, oggi ci sono social network di ogni tipo e, come sostenuto dal cyber teologo padre Antonio Spadaro in un intervista, Bergoglio non usa i social network ma “è un social network perché crea eventi comunicativi e dinamici”.

Un migliore comunicatore. “L’apertura comunicativa della chiesa, e il suo cambiamento, sono iniziate con l’account Twitter di papa Ratzinger e Bergoglio, in un certo senso, è solo un degno successore”, spiega Giovanni Boccia Artieri, professore di Sociologia dei Nuovi Media all’università di Urbino. Si tratterebbe quindi di una storia vecchia, che non porta necessariamente a una pianificazione di marketing a tavolino: “È evidente – continua Boccia Artieri – che se non cambia il mezzo, è la persona a influenzare il tipo di comunicazione. Francesco si fa portavoce della Chiesa in modo scherzoso e provocatorio insieme. È uno stile di grande impatto perché più ricettivo della sensibilità dei fedeli. Ha mostrato maggiore apertura ed è per questo che è amato dalle persone e soprattutto dai media”.

La Papadipendenza. Si profila il secondo aspetto della questione: quanto il Papa sembri amare i mezzi di comunicazione (nel primo Angelus ha detto “grazie ai media la piazza ha le dimensioni del mondo”), tanto i media sembrano essere innamorati del papa: “è una figura che crea dipendenza – spiega ancora Boccia Artieri – e il suo uso della comunicazione è sapiente, come ad esempio nel caso della risposta a Scalfari: a lettera aperta, ha risposto pubblicamente inserendosi nel piano dei media con forza, ricorrendo a quella che ormai è una sudditanza mediatica”.

Giornali e tv sono ricettivi per tutto quanto riguarda e fa Bergoglio, è un Papa che produce appeal nel pubblico, è di estrema attualità e crea dipendenza e amplificazione: fornisce tanto materiale per farlo ma altrettanto per creare ragionevoli dubbi nella veridicità del suo “personaggio”.
“Anche con Giovanni Paolo II si era vissuta questa de-istituzionalizzazione dei rapporti – aggiunge il professore – e lo stesso è valso per il cosiddetto ‘effetto Obama’. Ora bisogna vedere quanto durerà “il fattore Francesco”, quanto delle sue parole si trasformerà in azioni”.
Rischio di esagerare

Tanta attenzione mediatica, però, lascia spazio a fraintendimenti o quanto meno a visioni distorte di quelle che sono le vere intenzioni del pontefice: “Si rischia di iper interpretare le parole di Bergoglio nella spasmodica ricerca di un cambiamento all’interno della Chiesa: i segnali positivi, ogni parola nuova viene vista in un ottica di esagerazione e la cornice interpretativa è condizionata. Bisognerebbe fare una distinzione tra le parole e il contenuto, capire se si tratta di una questione di costume o politica, distinguere tra un editoriale di Gramellini sul Papa e un articolo di un vaticanista”. In questo modo, la tanto decantata apertura del Papa al mondo omosessuale, quella dei titoloni e della istantanea diffusione in rete, a un’analisi più attenta si trasforma nel semplice affrontare il discorso con un’inedita naturalezza per le sale del Vaticano: “Se una persona omosessuale è di buona volontà ed è in cerca di Dio, io non sono nessuno per giudicarla” aveva detto  Francesco implicando quindi una via di pentimento e costrizione non immediatamente percepita da diversi media.

“Non ho parlato molto di queste cose – aveva aggiunto  – e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione. Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi».

La mappatura sociale. Chiama in causa direttamente i fedeli, non solo con lettere e telefonate, ma con il questionario di 38 domande sui temi più problematici della pastorale familiare, chiedendo di esprimersi, oltre che su pastorale ed evangelizzazione, su contraccezione, coppie di fatto, etero e gay e comunione ai divorziati risposati. Tutto in preparazione del Sinodo del 2014 e tutto consultabile dal sito del Vaticano grazie a un’improvvisa inversione di marcia (inizialmente la diffusione sarebbe dovuta passare solo attraverso le chiese locali, con il compito di diffonderlo in modo capillare).

Il social “boom”. Intanto, i numeri dei media Vaticani parlano chiaro: più di nove milioni e trecentomila follower per l’account Twitter di papa Francesco; almeno sessanta milioni di persone raggiunte su smartphone e tablet e più di dieci milioni i navigatori che nelle varie lingue visitano ogni mese le pagine del portale news del Vaticano attraverso Facebook: “La Chiesa – conclude il professore Boccia Artieri- è sempre stata dove stanno le persone ed ora ha capito che se le persone stanno in rete, è lì che deve agire. E Francesco è il migliore per arrivarci: con le sue parole e i suoi gesti, che diventano “virali” nel senso virtuale del termine e che si diffondono con grande facilità, è il miglior testimonial di un brand antico che non è cambiato nella sua tradizione ma che sopravvive grazie a un nuovo volto comunicativo”.

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Sempre più felici nella provincia di Pesaro e Urbino: lo dice Twitter http://ifg.uniurb.it/2013/11/27/ducato-online/sempre-piu-felici-nella-provincia-di-pesaro-e-urbino-lo-dice-twitter/52047/ http://ifg.uniurb.it/2013/11/27/ducato-online/sempre-piu-felici-nella-provincia-di-pesaro-e-urbino-lo-dice-twitter/52047/#comments Wed, 27 Nov 2013 09:38:50 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=52047 URBINO – A meno che panettoni e torroni non vadano a male durante le feste, quest’anno gli abitanti della provincia di Pesaro e Urbino saranno molto più felici dell’anno scorso. Niente test psicologici o chiromanti da strapazzo: il termometro usato è Twitter. I dati li fornisce Voices from the blogs, un progetto dell’Università degli studi di Milano, che ha passato al setaccio tutti i cinguettii dalla provincia. E i dati sono incoraggianti: se nel 2012 l’indice di felicità calcolato sui messaggi brevi si arrestava al 48,9%, quest’anno, da gennaio a novembre 2013, la media ha toccato i 60,45 punti percentuali, con una differenza del 12%.

Guardando il dato mensile, poi, si scopre che è marzo il mese più felice dell’anno. Sarà per il sole e la primavera, ma in questo periodo gli utenti del social network cinguettano messaggi più positivi che negli altri undici mesi. “Il nostro servizio classifica tutto l’universo dei tweet postati quotidianamente in Italia  – si legge nel sito di Voices from the blogs – e può quindi ricostruire il grado di felicità nazionale. L’informazione è inoltre caratterizzata localmente, dal momento che gli utenti di Twitter sono identificabili in base alla località geografica da cui scrivono”. Questo sito raccoglie, quindi, i dati giornalieri a livello provinciale e il gruppo di ricercatori ha creato anche un’applicazione ad hoc per iOs, il sistema operativo di iPhone e iPad, che si chiama iHappy.

Ma come si calcola il grado di ‘happiness’? Si vedono le reazioni istantanee dei singoli individui agli avvenimenti che accadono nella vita di ciascuno e, tramite un calcolo matematico, Voices from the blogs categorizza i tweet in tre classi: “felici”, “infelici” e “altro”. I post classificati come “altro” vengono però esclusi dal calcolo dell’indice di Twitter-felicità. Gli avvenimenti su cui si basa il calcolo sono i più disparati: dalla nascita di un figlio al litigio con una fidanzata, fino alla passeggiata in città e la gita al mare. L’equazione è semplice:  iHappy = (numero di post felici / numero di post felici & infelici ) * 100 %.

Dalla classifica settimanale dell’indice di felicità aggiornata, la prima classificata risulta la provincia di Cagliari con il 93,1% di tweet felici. Pesaro e Urbino si posiziona a metà classifica, al 55° posto, con un indice pari al 67.5%. A seguire c’è la provincia di Ancona, con il 45,8% di tweet felici, la provincia di Macerata con il 37,8%, quella di Fermo con il 36,9% e infine quella di Ascoli con 37,6%. Da un’analisi più approfondita dei dati, però, si può notare come da febbraio a marzo 2013, ci sia un aumento di tweet positivi di ben 23,84 punti percentuali e da gennaio a marzo si sfiora addirittura il 30%.

Le variabili da tenere in considerazione per calcolare il sentiment della rete, lo abbiamo visto, sono moltissime, ma di certo il meteo può essere uno dei principali fattori che influenza l’umore degli utenti. Il connubio tra sole e buon umore funziona. Ad esempio, nel periodo da febbraio a marzo, c’è un’innalzamento delle temperature di 4 gradi e un conseguente boom di tweet positivi. Ma, se il sole fa bene all’umore, è anche vero che il troppo caldo genera disagio: si potrebbe spiegare così il fatto che, da giugno ad agosto, il calo di quattro punti percentuali di “buon umore” coincide con un aumento della temperatura di circa quattro gradi.

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Riparte il lavoro del Ducato Online http://ifg.uniurb.it/2013/11/23/ducato-online/riparte-il-lavoro-del-ducato-online/51680/ http://ifg.uniurb.it/2013/11/23/ducato-online/riparte-il-lavoro-del-ducato-online/51680/#comments Sat, 23 Nov 2013 17:35:02 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=51680 Ifg di Urbino tornano ad aggiornare i lettori con i principali eventi di Urbino dell'area del Montefeltro.
Si avvia un nuovo anno di notizie e approfondimenti sulla cronaca, la politica, l'economia, la cultura e lo sport della città ducale.]]>
Il Ducato | Giornale online dell'Istituto per la Formazione al GiornalismoURBINO – La redazione dell’Istituto di Formazione al Giornalismo di Urbino torna a lavoro dopo la pausa estiva e gli stage nelle redazioni. Da lunedì 25 novembre il Ducato Online sarà di nuovo aggiornato dagli allievi dell’Ifg con i principali fatti di cronaca, politica, economia, cultura e sport di Urbino e dell’area del Montefeltro.

Tornano attivi anche i social del Ducato Online, come la pagina Facebook, il profilo Twitter e il canale youtube, attraverso i quali sarà sempre più facile e immediato condividere le notizie del sito, ma anche partecipare al lavoro della redazione con ogni tipo di segnalazione. Sempre attiva anche la casella email all’indirizzo redazioneifgurbino@gmail.com.

 

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A tu per tu con “Dio”: divo su Twitter, scrittore e cameriere nella vita reale http://ifg.uniurb.it/2013/05/11/ducato-online/a-tu-per-tu-con-dio-divo-su-twitter-scrittore-e-cameriere-nella-vita-reale/46447/ http://ifg.uniurb.it/2013/05/11/ducato-online/a-tu-per-tu-con-dio-divo-su-twitter-scrittore-e-cameriere-nella-vita-reale/46447/#comments Sat, 11 May 2013 12:31:02 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=46447 [continua a leggere]]]>

La Homepage di Dio su Twitter

URBINO – Una volta le catechiste raccontavano ai bambini che per parlare con Dio bastava fare il gesto del telefono con la mano e lui ascoltava. Ora per parlare con Dio, basta avere un account su Twitter.

Dio” è un ragazzo di Foligno sulla trentina, barba incolta, laurea in filosofia (forse perché quella in teologia ce l’ha di diritto), ma soprattutto capacità di essere ovunque, almeno sul web. In una scena del film “Una settimana da Dio”, Jim Carrey, neo-assunto a interim alla carica più alta del Paradiso, capisce quanto sia frustrante dover ascoltare tutte le preghiere del mondo, come una Babele sonora che risuona nella sua testa. Anche @Iddio (questo il suo tag), è vittima di centinaia di “preghiere” ogni giorno. Tweet e menzioni a cui dover rispondere, perché Dio, come insegnavano le catechiste negli anni ’90, ascolta tutti e, a suo modo, risponde.

Dopo aver fatto discendere la sua luce sul Festival del giornalismo culturale, Dio torna nella città ducale per Branding 2.0, convegno organizzato dalla Facoltà di Sociologia sull’E-commerce e il co-working. Il suo tweet “Urbino, spianati, è Dio che lo vuole!”, fa capire che le salite di via Saffi e via Raffaello non gli vanno a genio. E’ seduto in un banchetto di un buio corridoio dell’Università di Urbino che potrebbe assomigliare tranquillamente a un confessionale, anche se, stavolta, è Dio a confessarsi.

Dio, come e quando è nata l’idea di iscriversi a Twitter? E’ stato prima o dopo il Papa?
Prima. Il profilo nasce quasi due anni fa, a maggio del 2011, quando ancora Twitter era un fenomeno poco conosciuto in Italia. Fu per gioco, perché di questo si tratta ancora.

Ma oltre a twittare follemente, come si mantiene l’onnipotente?
Dopo essermi laureato in filosofia avrei voluto insegnare ma ho perso le speranze. Al “concorsone” in cui si sarebbero dovute assegnare 11.000 nuove cattedre non sono andato. Ho fatto bene perché con la nuova legge sul lavoro chi sarebbe dovuto andare in pensione non c’è andato e dei giovani non è stato assunto nessuno. Ora scrivo per Leonardo.it e ho un programma su La3Tv, dove tengo una rubrica settimanale in cui racconto le mie migliori battute. D’estate lavoro nei catering. E’ un lavoro che mi piace perché tengo libera la mente e ho più tempo per pensare, magari osservando la gente. Sì, Dio fa anche il cameriere».

128.000 followers sono tanti, ma sono comunque meno di One Direction e Justin Bieber. Un po’ pochino per Dio.
Una volta ho superato Justin Bieber tra le persone più influenti sul social network. Youtube era primo e Alberto Savino secondo. Justin Bieber era saldamente in terza posizione e ogni tanto, dopo il suo, appariva il mio nome. È partita una campagna mediatica e tra menzioni e tweet, per un breve momento, il gradino più basso del podio è stato mio.

Era presente al Festival del giornalismo culturale di Urbino. Cosa le è piaciuto? Cosa si potrebbe migliorare?
L’unico appunto che posso fare è stato la mancanza di internet durante i dibattiti. Ho dovuto elemosinare wi-fi un po’ qui e un po’ li. Per il resto è stato un bellissimo evento. Il giornalismo culturale è molto sentito in Italia e c’è bisogno di promuoverlo. Lella Mazzoli ha detto che in Italia c’è più voglia di andare a sentire uno scrittore piuttosto che leggersi un libro. Se c’è Saviano che parla moltissima gente che magari non ha letto Gomorra vuole ascoltare quello che ha da dire. Poi forse dopo l’evento, va in libreria e se lo compra. Per questo sono importanti manifestazioni come questa. Con la cultura si mangia!

Dio, pensa che la cultura in Italia sia un po’ troppo elitaria? I social network possono aiutare i giovani a riavvicinarsi?
L’Italia ha sempre avuto una classe intellettuale gelosa del proprio ruolo. Raramente ci si è posti il problema di insegnare e diffondere il sapere a tutti. Internet e i social network non sono la soluzione. Twitter e Facebook non abituano alla lettura, anzi. Al massimo possono suggerire.

Qual è stato il tweet più ritwittato? E la domanda più strana in cui l’ hanno taggata?
Il tweet più ritwittato è sempre quello giusto al momento giusto. Quest’estate, quando l’Italia perdeva la finale degli Europei contro la Spagna, scrissi ‘Non possiamo perdere contro gente che da quattrocento anni non riesce a capire che Don Diego De la Vega è Zorro’. Furono 2000 i retweet. A chi mi obiettava che Zorro era ambientato in California dovetti spiegare che si trattava sì della California, ma durante il dominio spagnolo. La domanda più strana invece me la fece un ragazzo che mi chiese: “Dio, ma qual è il tuo primo ricordo? Essendo eterno come fai ad averne uno?”.

Progetti per il futuro, visto che anche quello è eterno?
Sto scrivendo un libro che spero uscirà presto. L’altro mio libro, scritto insieme al mio dirimpettaio, ‘Il Diavolo’ (anche lui su Twitter), ‘Iddiozie e diavolerie’, una raccolta delle nostre migliori battute il cui devoluto serve alla ricostruzione di una scuola in Emilia, non ha avuto il successo che speravo. La gente non ha fiducia, neanche se ci metti la faccia, come ho fatto io. È forse questo il danno culturale peggiore dell’Italia: la fiducia di un popolo compromessa.

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Internet e i giornalisti del futuro? Esperti solo quanto basta http://ifg.uniurb.it/2013/04/01/ducato-online/internet-e-i-giornalisti-del-futuro-esperti-solo-quanto-basta/40178/ http://ifg.uniurb.it/2013/04/01/ducato-online/internet-e-i-giornalisti-del-futuro-esperti-solo-quanto-basta/40178/#comments Mon, 01 Apr 2013 07:18:38 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=40178 Giornalista praticante a lavoro

Mano destra sul mouse e mano sinistra sullo smartphone per far scorrere velocemente i tweet. Come i giornalisti professionisti, anche i praticanti delle scuole di giornalismo si possono definire “non geek ma neppure tecnofobi” come titolava Qualinfo.itsulla ricerca dell’Ordine pubblicata lo scorso 25 gennaio sul rapporto tra internet e i giornalisti italiani.

Tra gennaio e marzo 2013, agli oltre 200 studenti delle scuole di giornalismo italiane, sono state sottoposte le stesse domande del gruppo di ricerca ’Qualità dell’informazione, pubblicità e nuovi media’’, a cui hanno risposto 907 loro colleghi già attivi sul mercato del lavoro. Tra gli allievi delle scuole hanno risposto in 102, la quasi totalità sotto i 30 anni.

Da una generazione di nativi digitali, quella dei nati negli anni ’80, ci si sarebbe aspettato un rapporto più viscerale e spontaneo con il mondo digitale. Non è proprio così e le nuove leve hanno un profilo ‘tecnologico’ simile a quello dei loro colleghi più anziani.

nelle redazioni praticanti
account Twitter 58% 74%
uso di aggregatori 57% 50%
blog personale 33% 33%
pc portatile 93% 95%
smartphone 66% 76%
sicurezza account 21% 48%

La grande differenza del nuovo giornalista è l’uso imprescindibile dei social network. È quasi impossibile infatti trovare un praticante delle scuole che non abbia un profilo Facebook e sono molti di più (74%), rispetto ai meno giovani (58%), coloro che hanno un account su Twitter.uso di twitter

In calo gli altri strumenti digitali, come aggregatori di notizie (vedi Google news), newsfeed, Skype, che stanno diventando uno strumento secondario, “di riserva”. Infatti, solo la metà dei praticanti delle scuole li usa quotidianamente, mentre tra pubblicisti e professionisti il dato sale al 57%. Tra i giornalisti nativi digitali la fonte primaria di notizia ormai sono i social, Twitter in primis, e non è un caso che, a Mountain View, abbiano deciso di abbassare la serranda di Google reader il prossimo luglio.


Per molti intervistati la blogosfera è già un termine da andare a cercare su Wikipedia. Più della metà di entrambi i campioni non ha un blog. Solo un praticante su tre ha un ‘diario’ personale. Se agli inizi degli anni 2000 il blog costituiva una potenziale vetrina attraverso la quale farsi notare, ora anche i diari personali soccombono allo strapotere dei social.

possiedi un blog?

Nello zainetto del praticante non può mancare un pc portatile personale. Una piccola parte degli altri giornalisti (6,7%) resiste senza. Se il dato sui tablet è omogeneo in tutta la categoria (circa il 30% ne possiede uno), a fare la differenza sono gli smartphone, nelle tasche di tre quarti dei giovani praticanti delle scuole (il 76% ne ha uno). Il resto della categoria è un po’indietro e si ferma al 66%.pc portatile

Chi ha più fiducia nelle proprie conoscenze digitali non sono i giovani allievi delle scuole ma chi pratica la professione sul campo. Di questi, più della metà ha percezione di un uso consapevole e informato della rete. I giornalisti ancora in fase di formazione si mantengono più cauti e dichiarano per oltre la metà (57%) di voler approfondire alcune tematiche.
Conoscesenze delle regole e netiquette

Quasi la metà dei praticanti non cambia le proprie password (48%). I giornalisti delle redazioni e i free-lance fanno un uso più prudente dei propri account: il 79% di loro cambia periodicamente, o su richiesta del sistema, le chiavi d’accesso. C’è almeno la consapevolezza in tutta la categoria che sia più opportuno privilegiare una password più difficile da decifrare rispetto a una più facile da memorizzare. cambio password
LEGGI QUI TUTTI I RISULTATI DEL SONDAGGIO 

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Emendamenti salva-blog per il nuovo regolamento stampa in Gb http://ifg.uniurb.it/2013/03/26/ducato-online/emendamenti-salva-blog-per-il-nuovo-regolamento-stampa-in-gran-bretagna/40356/ http://ifg.uniurb.it/2013/03/26/ducato-online/emendamenti-salva-blog-per-il-nuovo-regolamento-stampa-in-gran-bretagna/40356/#comments Tue, 26 Mar 2013 17:27:56 +0000 http://ifg.uniurb.it/?p=40356 Lord Black

Lord Black, executive editor del Telegraph

Il nuovo regolamento stampa introdotto nel Regno Unito a seguito del “Tabloidgate”  potrebbe subire delle modifiche. Il governo britannico sta pensando di introdurre delle norme a protezione dei piccoli blog e dell’attività giornalistica secondaria, come quella svolta sui social network.

L’intenzione è quella di distinguere chiaramente i piccoli blog e i profili Twitter che fanno informazione da quelle pubblicazioni digitali che raggiungono grosse masse di pubblico.

La definizione dipress-like activity online contenuta nel decreto reale in fase di studio (una formula che equivale a una nostra legge costituzionale) è infatti piuttosto vaga.

La bozza di legge prevede che siano passibili di giudizio tutte quelle pubblicazioni contenenti materiale informativo, che siano scritte da autori diversi, che siano soggette a una qualche forma di controllo editoriale e che siano finalizzate a un business, ha spiegato sul Guardian Lord Mcnally, leader del partito Liberaldemocratico, uno dei tre partiti (insieme ai Conservatori e ai Laburisti) che hanno promosso il regolamento.

Lord Mcnally ha anche sottolineato che si era “cercato di tenere distinte le attività dei blog di piccola scala, da quelle attività che hanno sviluppato nel tempo forme di business più sofisticate e multiautoriali. Non c’era l’intenzione di imbrigliare aggregatori di notizie come Yahoo o Msn. Non si intendeva nemmeno includere i siti sui social network o i siti che moderano semplicemente i commenti di altri.”

Una delle accuse mosse nei confronti di questo nuovo regolamento dal fronte più accanito (Telegraph, Sun e Daily Mail), capeggiato da Lord Guy Black, direttore esecutivo del Telegraph, era stata nei giorni scorsi proprio quella di comportare danni economici enormi soprattutto alle piccole pubblicazioni e ai blogger, di certo non in grado di affrontare spese di risarcimento particolarmente alte. Una “shotgun legislation“, un “incubo costituzionale”: erano state le parole di Lord Black nei confronti del regolamento.

Compito del parlamento britannico sarà quello di sciogliere gli ultimi dubbi su chi o cosa verrà controllato da questa authority. Dall’altro lato della barricata i tabloid cercheranno di preservare un ruolo che gli compete – e gli frutta ingenti ricavi – fin dagli albori del giornalismo: quello del gossip e del giornalismo scandalistico e spregiudicato .

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