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I cavalli abbandonati nella Gola del Furlo potrebbero essere adottati dalla Provincia

di    -    Pubblicato il 9/04/2014                 
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14-290x290URBINO – Trenta cavalli abbandonati da anni sul monte Pietralata, un proprietario che li “disconosce” e la Provincia di Pesaro Urbino che potrebbe presto adottarli.

Continua il contenzioso tra la Comunità Montana Catria e Nerone e un allevatore della zona, che frequenta il monte Pietralata per far mangiare quelli che un tempo erano i suoi cavalli. Dice che non sono di sua proprietà per non pagare il risarcimento alla Comunità montana per aver utilizzato un capannone all’interno della riserva del Furlo, di proprietà del demanio, senza pagare l’affitto.

Intanto i cavalli sono ancora lì, sul monte che li ospita da anni. Stanno bene, non sono minacciati dai lupi, ma hanno bisogno di cure. In Provincia, fa sapere la Guardia forestale di Cagli, si discute della possibilità di adottare questi animali per farli vivere all’interno della riserva naturale della  Gola del Furlo allo stato brado. Si tratta di una proposta che se dovesse passare impiegherà comunque più di un anno per diventare realtà.

Armando Rocchetti, comandante della Guardia forestale di Cagli, si è interessato in prima persona alla vicenda e ci ha aiutato a ricostruire la storia dei trenta cavalli. “Sono sul monte dal 1997 – spiega Rocchetti – e sono stati sistemati lì perché il capannone dell’allevatore aveva subìto dei danni e non era più agibile. Secondo il proprietario dei cavalli, la colpa era della Provincia di Pesaro e Urbino che non aveva fatto manutenzione al canale di scorrimento dell’acqua piovana lungo la strada che costeggiava la sua proprietà”. Per questo motivo, l’allevatore ha fatto causa alla Provincia.

Dopo l’apertura del contenzioso con la Provincia, l’allevatore ha chiesto al Corpo forestale dello Stato, gestore del demanio regionale, di poter portare i cavalli sugli altipiani del monte Pietralata a pascolare. Doveva essere una soluzione provvisoria, di pochi mesi. Il pascolo di altura, infatti, è consentito solo nel periodo tra maggio a settembre. D’inverno i cavalli dovevano essere portati sotto gli 800 metri, ma così non è stato perché nel frattempo l’allevatore non era riuscito a sistemare la sua scuderia e aveva quindi chiesto di utilizzare un altro capannone di proprietà del demanio che si trova a circa 700 metri d’altezza sul monte Pietralata. Un ricovero per cavalli dai recinti fatiscenti. Gli è stato concesso, anche in questo caso, solo per un breve periodo. E anche in questo caso quella che doveva essere una soluzione temporanea si è trasformata in una soluzione permanente.

Intanto, nel 2000, il demanio regionale passa in gestione alla comunità montana di Cagli e Urbania. Per questo pascolo sul monte Pietralata l’allevatore avrebbe dovuto pagare un canone annuale che aveva subìto un leggero aumento. “L’allevatore, però, si è rifiutato di pagare i 150 euro in più di canone”, spiega Rocchetti.

Si apre così nel 2003 un nuovo contenzioso, questa volta tra l’allevatore, che intanto aveva smesso di pagare l’affitto del capannone, e la comunità montana, che, a fronte del mancato pagamento, gli aveva vietato di usare la struttura. Un divieto sempre ignorato.

Secondo la ricostruzione del comandante della forestale di Cagli, il tribunale aveva imposto al proprietario dei cavalli di pagare un risarcimento alla comunità montana. Ma l’allevatore, ormai caduto in disgrazia, non disponeva più di nulla. È per questo che, nonostante frequentasse il monte Pietralata a bordo del suo trattore carico di fieno per dar da mangiare agli animali, sosteneva e continua a sostenere che quei cavalli non sono suoi.

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