Beni confiscati, Giovanni Tizian: “La mafia al nord è un modello economico che piace”

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Giovanni Tizian, giornalista dell'Espresso
di DANIELA LAROCCA
video di JACOPO SALVADORI

ROMA – La mafia non è più soltanto una questione meridionale. E il numero dei beni confiscati in Italia racconta come è cambiata la geografia criminale: Lazio, Abruzzo, Emilia-Romagna, Toscana e Umbria sono sono passate dal 10 al 16 per cento di aziende confiscate negli ultimi tre anni. Al nord, Lombardia, con 1.918 beni confiscati, e Piemonte, con 539, seguono in classifica le cinque regioni del sud: Sicilia, Campania, Calabria, Puglia e Lazio.

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Ecco la mappa dei beni sottratti alla mafia in Italia, realizzata da Confiscatibene con i dati dell’Agenzia nazionale dei beni confiscati e sequestrati (aggiornati al 31 dicembre 2015).

Cliccando sulle regioni è possibile vedere quante sono le aziende e gli immobili confiscati nel 2015

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Le inchieste giudiziarie, da Mafia capitale al processo Aemilia, hanno modificato la geografia delle confische. Primo tra tutti il blitz contro la ‘ndrangheta in Emilia-Romagna, considerata l’operazione antimafia più importante del nord-Italia:  58 condannati e 13 assolti con rito abbreviato, 147 imputati e oltre 1.200 testimoni per il processo ordinario. Il clan al centro dell’inchiesta è quello dei Grande Aracri di Cutro (Crotone), infiltrati soprattutto nella provincia di Reggio-Emilia, dove il comune di Brescello è stato sciolto per mafia nell’aprile del 2016, e con le mani anche in affari internazionali con Austria, Germania e San Marino.

La Calabria e l’Emilia-Romagna sono due terre cugine, non troppo lontane. Mille chilometri tra loro, una strada percorsa dai viaggi di lavoratori e studenti migrati verso il nord e una via trafficata di affari illeciti con la mafia. Terra amara e amata anche per Giovanni Tizian, giornalista dell’Espresso e dal 2011 sotto scorta per aver denunciato gli affari milionari del gioco d’azzardo a Modena nel quale erano coinvolti i casalesi e la mafia calabrese. A capo di tutto il sistema l’imprenditore già pregiudicato Nicola Femia, lo stesso uomo che avrebbe voluto sparare in bocca e zittire il giornalista per i suoi articoli pubblicati sulla Gazzetta di Modena. La Calabria nel presente e nel passato di Tizian, regione dove ha trascorso i suoi primi otto anni di vita e terra dalla quale è andato via dopo la morte del padre, ucciso a dalla ‘ndrangheta in 23 ottobre del 1989.


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“L’Emilia-Romagna è stata definita terra di mafia, un termine esagerato per quelli che so si ostina a non credere all’evidenza”, racconta il cronista dell’Espresso. I dati, le informazioni contenute negli atti del processo Aemilia e la lista di nomi e cognomi raccontano di un territorio impoverito dalle infiltrazioni criminali. Secondo Tizian, la ‘ndrangheta in Emilia ha almeno un migliaio di affiliati. Non ci sono luoghi comuni in questo caso: la mafia entra in gioco non entra solo in gioco tra gli affari della politica ma muove le pedine anche nelle operazioni di ricostruzione dopo il terremoto del 2012. Non sorprende che, in alcune aree del nostro Paese, “la cultura mafiosa piace ed è stata introiettata nei territori come modo di fare economia”, spiega Tizian.

Il riferimento è al processo Aemilia che lui definisce “un vero spartiacque nella consapevolezza della cultura mafiosa”. Prima dell’inchiesta, pochi hanno dubitato dell’operato degli imprenditori emiliani. E con l’inchiesta ancora in corso e una profonda ferita alla legalità emiliano-romagnola, gli amministratori non potranno più nascondersi dietro il dito del ‘non ne sapevo nulla’. Nel frattempo, con la fine del rito abbreviato del processo, il numero delle aziende confiscate in Emilia-Romagna è arrivato a quota 350. Un numero che crescerà quasi sicuramente con il processo ordinario.

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Una piccola vittoria culturale certo, ma la strada è ancora tutta in salita. O meglio, è una strada che va costruita da zero. Gli affari dei clan hanno attecchito al nord, dove gli amministratori non avevano mai pensato di prepararsi per fronteggiare la mafia. Basti pensare che, fino a pochi anni fa, “in Emilia-Romagna non venivano sequestrati i beni”, racconta il giornalista. E costruire da zero un apparato di controllo non è semplice: “In queste regioni si è investito poco sugli uffici in Tribunale per i beni confiscati e sequestrati – dichiara Tizian – Ci sono ottimi avvocati e commercialisti ma tutto è nuovo e manca ancora la formazione per queste figure professionali in grado di gestire questi incarichi”.