Quei minori non accompagnati, accolti a Urbino, in mezzo a una strada quando diventano maggiorenni

di OLGA BIBUS

URBINO – Il giorno del 18° compleanno per la maggior parte degli adolescenti è un momento gioioso, atteso come il primo passo nella vita da adulti. Per i minori, soprattutto stranieri, che arrivano da soli in Italia, però, è l’inizio di un percorso a ostacoli, fatto di instabilità e incertezze. Finché infatti si trovano nelle strutture di accoglienza hanno un tetto sulla testa, dei punti di riferimento, pasti garantiti e calore umano. Un sostegno che però svanisce al compimento della maggiore età, perché i centri non sono più autorizzati a tenerli e i tutori a cui vengono assegnati decadono.

A Urbino ci sono quattro strutture, più una a Fermignano, che accolgono minori non accompagnati. Sono tutte gestite dall’Onlus La Villetta. Ciascun centro ospita 13 ragazzi e dei 65 totali, la stragrande maggioranza proviene da altri Paesi come Niger, Egitto e Albania. Molti arrivano in Italia con i barconi via Libia, gli albanesi sbarcano con i traghetti a Brindisi. Hanno tutti in comune il fatto di avere alle spalle situazioni difficili, di guerra o famiglie con grandi disagi economici.

Come Astrid, un ragazzo albanese di 19 anni, che poco più di un anno fa ha dovuto lasciare la struttura che lo ospitava a Urbino e ha trovato non poche difficoltà nel mondo fuori.

La storia di Astrid

Astrid ha 16 anni quando sbarca in Italia. Proviene da una famiglia albanese molto povera, i genitori pensano di regalargli un’opportunità affidandolo ai trafficanti lungo la tratta Valona-Brindisi. Per qualche mese il ragazzo è ospite di una struttura a Firenze, poi i servizi sociali lo trasferiscono a Urbino. “Finché ero nel centro andava tutto bene – dice Astrid – andavo a scuola, avevo trovato degli amici. Sono stato in struttura esattamente un anno e tre mesi, ma quando ho fatto 18 anni, dopo due giorni, sono dovuto andare via”.

Al compimento della maggiore età il ragazzo, valigia in mano, lascia il centro di Urbino e va a stare da un suo connazionale a Imola. Si appoggia da lui per qualche mese e nel frattempo cerca lavoro. Passano i giorni, ma non trova nulla. “Il mio amico non poteva ospitarmi per sempre, allora sono tornato a Urbino, era l’unica città con cui avevo dei legami, dove conoscevo qualcuno”. Ma anche a Urbino non sa dove andare: il centro non può tenerlo in quanto maggiorenne. “Ho pensato allora di andare al Job Urbino, il centro per l’impiego, a chiedere lavoro e poi avrei dormito per strada, credo”.

Una volta in città, Astrid chiede un passaggio a una signora per raggiungere il centro dell’impiego e mentre sono in macchina le racconta la sua storia. La signora, oltre ad accompagnarlo, si mobilita, fa un giro di telefonate e alla fine riesce a sistemarlo in una struttura della Caritas. “Anche lì però potevo stare solo una decina di giorni. Alla Caritas – racconta Astrid – però mi hanno trovato una sistemazione in un centro a Pesaro, poi sono stato in un dormitorio a Fano”. Per diversi mesi il ragazzo “rimbalza” da un centro all’altro finché il suo amico di Imola non lo richiama: gli ha trovato un tirocinio finalizzato all’assunzione.

Da dicembre Astrid lavora in fabbrica e condivide l’appartamento con il suo amico, ma mentre ripensa a quei mesi difficili dice: “Se avessi saputo quali difficoltà avrei dovuto affrontare in Italia, non me ne sarei andato dal mio Paese”.

La situazione in Italia e a Urbino

Come Astrid, nel 2016 in Italia sono arrivati più di 25.000 minori non accompagnati. Secondo il ministero dell’Interno ne sono già sbarcati più di 8.000 nel nuovo anno. Ad arrivare sono soprattutto i maschi: le ragazze infatti si fermano al 7%. Il 60% dei giovanissimi migranti ha 17 anni, il 23% 16, mentre il restante 17% ha un’età compresa tra i 6 e i 15 anni. Questo vuol dire che la stragrande maggioranza di chi arriva in Italia diventa maggiorenne nel giro di breve, ritrovandosi così molto spesso senza alcuna forma di tutela. Come Astrid, in mezzo a una strada.

La situazione nazionale trova conferma nel territorio di Urbino. Nelle Marche, infatti, ci sono 200 minori non accompagnati, di questi 65 sono stati assegnati ai cinque centri gestiti dall’Onlus La Villetta. Il più piccolo ha 14 anni; la maggioranza, appunto, sono diciassettenni. Nel 2016, in particolare, sono arrivati a Urbino 86 minori non accompagnati, mentre quest’anno altri 20 ragazzi si sono aggiunti agli ospiti presenti nelle strutture de La Villetta.

A cercare fortuna sono soprattutto egiziani. “L’afflusso massiccio da quel Paese – spiega Stefania Porcu, coordinatrice di La Villetta Arcobaleno – è iniziato nel 2011 con le primavere arabe e non si è più fermato. In Egitto c’è tanta povertà e tanto sfruttamento: agli occhi degli egiziani l’Italia rimane ancora oggi un Paese ricco, perché lì non hanno davvero nulla e arrivano a pagare 3.000 euro per compiere un viaggio in cui potrebbero anche perdere la vita”. In termini di affluenza, subito dopo gli egiziani ci sono gli albanesi. “Parlando con i ragazzi – continua Stefania Porcu – abbiamo capito come gli albanesi vengano proprio ingannati, invece, dai trafficanti. Le strutture di accoglienza sono descritte come dei college e le famiglie pagano perché pensano di mandare i loro figli a studiare in Italia”.

La nuova legge

La nuova legge sui minori non accompagnati, entrata in vigore lo scorso 6 maggio, è una risposta al fenomeno della migrazione minorile, anche se ha comunque il limite di interrompere la protezione con il raggiungimento della maggiore età. Se prima, all’arrivo del minore, questioni come attribuzione dell’età e nomina dei tutori venivano affrontate secondo modalità dettate dai singoli centri, ora non è più così. La legge infatti ha uniformato la prassi con cui sono accolti i minori stranieri. Ad esempio, è stato introdotto il divieto di respingere il minore alle frontiere, e sono state stabilite delle regole nazionali da seguire nel caso si abbiano dei dubbi sull’età dichiarata dal minore al momento dell’arrivo.

“Tra le novità – spiega l’avvocato Giuseppe Briganti, specializzato nella tutela di minori – c’è anche quella di nominare il tutore prima dell’identificazione del minore stesso. Inoltre saranno istituiti degli elenchi di tutori, da cui i tribunali dovranno attingere al momento della nomina”. Negli elenchi potranno iscriversi anche cittadini privati, che però dovranno essere formati in maniera adeguata per assolvere il compito. Questo perché lo Stato vuole incentivare l’affidamento dei minori alle famiglie, per alleggerire il carico dei centri.
“Il limite della legge – afferma l’avvocato Cristina Di Donfrancesco – è che la tutela si ferma al compimento dei 18 anni. Quando diventano maggiorenni tutte le garanzie si interrompono, la tutela è revocata e le strutture non possono più accoglierli”.

Lo Stato italiano si aspetta che questi ragazzi, usciti dalle strutture, abbiano già un lavoro e un domicilio, ma è difficile che ciò corrisponda alla realtà visto che molti arrivano in Italia a 17 anni e quando ne compiono 18 non sanno ancora bene nemmeno la lingua. “Chi arriva più piccolo ha più possibilità – continua Di Donfrancesco – perché hanno più tempo per studiare, per integrarsi, ma chi arriva a 17 anni ha giusto il tempo di sbrigare le pratiche per ottenere i documenti che già deve lasciare il centro”.

A livello nazionale la legge tutela chi lascia i centri per minori solo se chiede asilo politico. A quel punto il ragazzo va via da una struttura per entrare in un’altra: quella per i rifugiati e i richiedenti asilo. “Non tutti però hanno i requisiti – afferma Di Donfrancesco – per chiedere la protezione internazionale. Molti sono infatti migranti economici oppure alcuni pur avendo i requisiti per l’asilo preferiscono non chiederlo perché lo ritengono una sorta di marchio che poi limiterebbe i loro spostamenti”.

Di fronte all’assenza di una normativa alcuni Comuni si stanno muovendo autonomamente per cercare di creare dei progetti e non lasciare i ragazzi appena maggiorenni per strada. “Anche Urbino dovrebbe attivarsi per tutelare questi giovani, è una questione di umanità e senso civico, oltre che di sicurezza”, convengono i due avvocati.

La risposta del Comune di Urbino

“Siamo consapevoli dell’esistenza di questo problema – afferma Giuseppina Maffei, assessore ai Servizi sociali a Urbino – purtroppo il Comune sta attraversando un periodo molto difficile perché dobbiamo gestire il problema dei migranti con le risorse ordinarie presenti nel bilancio ed è complicato. Ma ci stiamo muovendo e stiamo cercando di creare una collaborazione con un’associazione per incentivare le famiglie all’affidamento”.

L’idea in sostanza ricalca un progetto attuato a Grottammare (Ascoli Piceno) che si chiama “affido consensuale omoculturale”. Partito nel 2015, prevede l’affidamento dei minori nelle famiglie della loro stessa nazionalità prima del compimento dei 18 anni. In questo modo il ragazzo, una volta maggiorenne, ha dei punti di riferimento, una casa e anche per i Comuni diventa più semplice monitorare la situazione dei minori, una volta usciti dai centri. “All’inizio pensavamo di coinvolgere famiglie italiane – continua la Maffei –  ma abbiamo capito che gli urbinati non sono pronti per accogliere i ragazzi nelle case, allora abbiamo optato, anche noi, su famiglie della stessa etnia”. L’iniziativa del Comune però si trova ancora in una fase embrionale, non sono ancora stati definiti i tempi e le somme che saranno stanziate per questo progetto.

Non tutti i minori ospitati nelle strutture della Villetta sono a carico del Comune di Urbino. La città ducale, in effetti, è responsabile solo di sei ragazzi: gli altri erano stati affidati a comuni circostanti e poi mandati nelle strutture specializzate de La Villetta. “È una situazione delicata – conclude l’assessore – perché quando compiono 18 anni non è giusto che questi ragazzi si trovino per strada. Senza punti di riferimento, una casa e dei mezzi di sussistenza diventano le perfette prede della criminalità”.

I ragazzi de La Villetta

La Villetta Arcobaleno

Il problema però non riguarda tutti i neo maggiorenni che escono dalle strutture. “Molti hanno dei contatti fuori – afferma Stefania Porcu – alcuni addirittura dei parenti”.

L’impegno degli educatori nei centri non si ferma in ogni caso alla permanenza del minore dentro la struttura. “Cerchiamo di trovare una sistemazione adeguata per i nostri ragazzi quando escono – assicura Mariachiara Rossi, coordinatrice del centro La Villetta Cesane – quando è possibile attiviamo tirocini e i più virtuosi li teniamo come nostri collaboratori”. Ad esempio uno degli ex ragazzi sta lavorando, da diversi anni, nelle cucine della struttura con un regolare contratto, un altro invece fa l’operaio. “È molto difficile – convengono le due coordinatrici – in assenza di progetti strutturati creare un percorso per i ragazzi fuori. Solitamente li inseriamo nel mondo del lavoro attivando dei tirocini con enti esterni, ma non è possibile per tutti, alcuni non hanno una sufficiente padronanza della lingua perché arrivano da noi tardi, altri non hanno i requisiti per aderire a questo tipo di iniziative”.

Cercare lavoro, convertire permessi di soggiorno, trovare una residenza. Sono questi i problemi con cui si scontrano i neo maggiorenni non accompagnati. Questioni che, invece, prima della maggiore età si attivano a risolvere tutori ed educatori dei centri.

Un divano realizzato con i bancali da un minore del centro Arcobaleno

“Quando arrivano questi ragazzi sono spaesati, non sanno nulla – dice Stefania Porcu – qui da noi imparano l’italiano, ma soprattutto le regole di convivenza. Noi insegniamo loro a responsabilizzarsi, per esempio devono fare a turno le faccende domestiche, prendersi cura dell’orto e da poco abbiamo adottato anche un cane”. I ragazzi, poi, vengono coinvolti in progetti fuori: chi acquisisce una padronanza dell’italiano sufficiente va a scuola oppure svolge dei tirocini. Attualmente uno dei ragazzi de La Villetta sta lavorando in un bar a Fermignano e un altro, con la passione dei motori, sta facendo uno stage da un meccanico. “Provengono da culture in cui si studia meno ma si lavora tanto – prosegue Porcu – e hanno una manualità incredibile”. Uno dei ragazzi per esempio sta fabbricando dei divani con i bancali, un altro realizzerà invece i cuscini con cui coprirli. “Quello che vorremmo trasmettere agli urbinati è di non avere paura o diffidenza perché questi ragazzi potrebbero diventare davvero una risorsa per il nostro territorio”, conclude la coordinatrice.