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Imparare italiano per ricostruire una vita. Gli immigrati e le loro storie

di    -    Pubblicato il 21/03/2013                 
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URBINO – “Oggi ripassiamo i verbi riflessivi”, dice il maestro Davide Di Stefano. Un coro di voci si alza nella piccola aula della scuola elementare di Canavaccio: “Io mi vesto, tu ti vesti..”, rispondono gli allievi. Quella di Davide è una classe particolare: gli alunni sono uomini e donne provenienti dall’Ucraina, dalla Moldavia, dal Marocco, da diversi paesi dell’Africa equatoriale, tutti tra i trenta e i quaranta anni. Nei piccoli banchi le gambe entrano a fatica. Domani mattina su quelle stesse sedie torneranno a sedere i bambini di Canavaccio, ma oggi è l’aula di Rashida, di Viorica e di tutti gli altri. Diligentemente copiano sui loro quaderni i testi che Davide scrive alla lavagna. Seguono con attenzione ogni parola. Per loro sapere come si declinano i verbi riflessivi non è un particolare da poco. Anche da questo dipenderà il loro soggiorno in Italia, la loro nuova vita che con fatica stanno costruendo qui a Urbino.

“Per il rilascio del permesso di soggiorno Ce per soggiornanti di lungo periodo, lo straniero deve possedere un livello di conoscenza della lingua italiana in corrispondenza al livello A2”, dice l’articolo 2 della legge n.94 del 2009 . Così ogni lunedì, mercoledì e venerdì dalle 17 alle 19, Rashida e gli altri, dopo una giornata di lavoro, prendono posto nella loro classe.


Rashida
viene dal Marocco. E’ arrivata in Italia dieci anni fa per seguire il marito. Ha tre figli, la più grande ha 17 anni, il più piccolo ne ha sei e studia nella stessa scuola dove il pomeriggio la mamma segue le lezioni di italiano. Non lo fa perché deve ottenere il permesso di soggiorno. Studia perché in Marocco non ha potuto farlo, non è mai andata a scuola. Non c’era tempo, doveva lavorare. Così, oggi a 44 anni, siede in prima fila attenta ad ogni spiegazione. “E’ brava, mi dà molte soddisfazioni”, dice la sua insegnante Valentina Tasso.

Rashida in Italia fa la badante. Suo marito lavorava come metalmeccanico in una fabbrica a Fermignano, ma un anno e mezzo fa è stato licenziato: “Il lavoro non c’è più”, racconta. In Italia, a Urbino, ha costruito la sua nuova vita, ma una volta all’anno torna nel suo Marocco: lì ha lasciato i genitori e una sorella.

I corsi, da 40 o da 60 ore, sono organizzati dal Liceo Artistico di Urbino (Scuola del Libro) e si tengono a Urbino, Piobbico, Gallo di Petriano, Cagli, Fermignano, Urbania, Piave di Cagna, Mercatello Metauro e Canavaccio. Quest’anno gli iscritti sono stati 500 su un totale di 1783 stranieri residenti a Urbino. “Molti non sanno dell’esistenza di queste lezioni gratuite. Invece è una bella e utile iniziativa”, afferma Davide.

Accanto a Rashida siede Viorica, 39 anni. “Mi trovo molto bene in questo corso. Ho imparato un sacco di cose. Poi tra poco ho l’esame di italiano per il permesso di soggiorno”. Viorica si chiama come un fiore viola che in Moldavia sboccia a primavera nei boschi. Ed è lì che le sue radici sono ancora piantate, lì che è tornato a vivere suo figlio di 19 anni dopo un breve periodo in Italia: “L’ho portato a Urbino quando era troppo grande. Non è riuscito ad abituarsi”, racconta Viorica. Anche suo marito ha fatto ritorno in Moldavia: qui non trovava più lavoro. Lei invece un lavoro ce l’ha: “Faccio la colf”, dice fiera. Il suo sogno è quello di tornare a casa: “Non so ancora quando però”, afferma con un sorriso triste. Intanto studia l’italiano: l’esame si avvicina.

L’unico uomo del corso è Cheslav. Viene dalla Moldavia e ha una figlia di 12 anni. La prima ad arrivare in Italia è stata sua moglie. Poi lui l’ha raggiunta. Ora, a quasi 40 anni, si ritrovano nella stessa classe per seguire le lezioni di Davide. E lei che lo aiuta a rispondere quando Cheslav non trova le parole per raccontare cosa gli manca di più del suo Paese: “I genitori”, urla dal fondo dell’aula.

Cheslav è disoccupato: per due anni ha lavorato in una vetreria, poi ha perso il lavoro. Il suo futuro non lo immagina: “La vita è questa, domani siamo qua e dopo domani da un’altra parte”, racconta con la rassegnazione di chi sa che l’italiano e il tanto desiderato permesso di soggiorno sono solo il primo mattone per costruirsi un’esistenza nuova.

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